1- Cara A., per prima cosa ti chiedo di raccontarci in breve che cosa ti ha portata ad avere un cesareo la prima volta…
La mia prima gravidanza era stata fisiologica fino all’ottavo mese, poi all’improvviso pressione alta, uricemia, microcalcificazioni placentari… Le ostetriche del consultorio che mi seguivano mi hanno inviata al reparto di ginecologia dell’Ospedale di Chieri, dove avevo scelto di partorire. I ginecologi mi hanno proposto l’induzione alla 38° settimana e poi alla 39°, io ho rifiutato ma continuando a sottopormi ai controlli quotidiani che mi avevano richiesto (pressione, albumina, uricemia, ecc…) al fine di non ricoverarmi. Sono entrata in travaglio spontaneamente alla 39° compiuta, sono rimasta a casa qualche ora dopo la rottura delle acque, quando sono arrivata in ospedale il sacco era rotto ma il travaglio solo all’inizio: dopo 12 ore in ospedale la pressione era altissima (110/200) nonostante la terapia, il tracciato poco rassicurante, segni di sofferenza fetale, sospetto strozzamento del funicolo, ma soprattutto rischio troppo alto per me con una pressione così alta… a metà travaglio (5 cm di dilatazione) mi hanno portata in sala operatoria per un cesareo d’urgenza.
2- Come ti sei sentita dopo l’esperienza del cesareo?
Derubata del parto, anche se poi ho accettato il cesareo come “necessario”. Intestardirsi col travaglio in quelle condizioni era davvero troppo rischioso.
3- Quando hai iniziato a pensare che la volta successiva volevi provare ad avere un parto naturale?
Ho cominciato a pensarlo in sala operatoria. Tenevo troppo al mio parto naturale, sentivo di aver peso la mia prima chance, ma che potevo averne una seconda. La prima cosa che chiesi alla ginecologa che mi visitò dopo l’intervento, fu quanto dovevo aspettare per tentare un VBAC.
4- Com’è stato il percorso del VBAC? Hai dovuto lottare? Le persone amiche e familiari appoggiavano la tua scelta o ti erano contro?
Il percorso non è cominciato benissimo, perchè contrariamente ai protocolli ospedalieri che richiedono consigliano di aspettare 24 mesi prima di cercare un secondo figlio dopo un cesareo, e soprattutto richiedono che siano trascorsi almeno 24 dalla precedente tc, io sono rimasta incinta di Sofian quando Nabil aveva 10 mesi… Pensavo che quel tempismo avrebbe bruciato anche la mia seconda chance, invece ho scoperto che la cicatrice uterina dopo 6 mesi è esattamente nella stessa condizione in cui sarà dopo 20 anni, che il rischio di rottura dell’utero veramente molto molto bassa; nella mia situazione l’unica incognita era il ripresentarsi della gestosi, ma io ho fatto le corna…!
Per il resto il percorso non è stato dei piu’ difficili, perchè io ero davvero molto molto sicura di quello che volevo e perchè la gravidanza, arrivata così presto così all’improvviso così inaspettata, procedeva in modo fisiologico.
La mia ginecologa mi ha incoraggiata, la mia ostetrica un po’ meno, nel senso che mi faceva sempre presente tutti i rischi legati non tanto al VBAC ma alla mia situazione patologica precedente (gestosi ipertensiva), forse non voleva che rimanessi doppiamente delusa, ma il risultato era che dopo ogni controllo mi sentivo un po’ piu smontata, ma non meno convinta.
L’ostacolo maggiore è stato trovare l’ospedale che accettasse un VBAC dopo soli 18 mesi dal precedente cesareo e con quella cartella clinica precedente… però l’ho trovato. I miei familiari all’inizio erano un po’ preoccupati (troppo vicino al primo cesareo), ma poi mi hanno appoggiata, anche perchè la mia determinazione non ha lasciato loro alternative. Fa parte del mio carattere: ho sempre avuto la testa dura, se mi metto in testa una cosa faccio di tutto per ottenerla ed è inutile tentare di ostacolarmi. Mio marito e mia madre – che mi conoscono bene – hanno scelto di stare dalla mia parte e di essere miei grandi alleati psicologicamente in questo cammino (anche perché, ovviamente, ero nel giusto, e loro questo lo hanno capito; la riuscita del VBAC è stata la conferma che non farneticavo…!).
5- Come ti sei organizzata per riuscire nel tuo VBAC?
Mmmm… francamente mi sono organizzata poco, non proprio come avrei voluto. Sono stata seguita dalle ostetriche del consultorio, le stesse che mi avevano seguito per la prima gravidanza. Ho contattato l’ospedale Santa Croce di Moncalieri alla 37esima settimana, ho parlato con la capo-ostetrica, e non con il primario, ho esposto le mie richieste, le mie aspettative e le mie motivazioni. Sono stati gentili con me, sottolineando sempre i se e i ma… e rafforzando in me la convinzione che avrei dovuto fare gran parte del lavoro da sola, senza nessuno, perché il personale medico e paramedico, sebbene pro-naturale, motivato, ecc… non mi avrebbe MAI lasciato fare tutto quello che volevo, mi avrebbero comunque sottoposta ad un protocollo che io sentivo “pericoloso” per la buona riuscita del mio parto.
Prima ho letto molto (“Dopo un cesareo” di Ivana Arena, e lo consiglio a tutte le donne che intraprendono questo percorso), mi sono informata, mi sono sottoposta al minor numero di controlli possibili, giusto quelli di routine, mi sono soprattutto preparata psicologicamente ad affrontare il travaglio a casa, sola con mio marito, per arrivare in ospedale solo per la fase espulsiva, e a grandi linee è andata così.
Ho parlato con mio marito, senza assillarlo, senza ossessionarlo, ma facendogli capire in maniera forte quanto fosse importante per me questa occasione, di cosa avevo bisogno da lui, e devo ammettere che lo ha capito egregiamente, è stato bravissimo, mi ha incoraggiata fino alla fine, siamo stati una cosa sola in questo cammino. Soprattutto non ha mai messo in dubbio me, le mie parole e le mie sensazioni per dar ragione ai medici o a chi diceva di farmi aprire di nuovo la pancia.
Nelle ultime 8 settimane ho cercato di mettermi in contatto con il mio corpo, con la mia pancia, con il mio bimbo, ho cercato di fargli sentire che io ero sicura, che stavolta ce l’avremmo fatta, e che doveva sentirsi sicuro anche lui. In effetti Sofian è nato addirittura con 2 settimane di anticipo sulla DPP: aveva una gran fretta di nascere!
6- Ci racconti com’è andato il parto? Ho avuto quattro giorni di contrazioni preparatorie, che mi svegliavano nella notte e si spegnevano al mattino. L’ostetrica del consultorio mi disse che il collo dell’utero si stava appianando, che il travaglio poteva essere imminente come potevano volerci giorni, anche settimane. Al quarto giorno ero un po’ stanca, i bagni caldi mattutini non servivano ad accelerare il travaglio, nè le passeggiate, nè le prostaglandine naturali (…), ma infondo ero alla fine della 37esima settimana, quasi rassegnata a stare così per un paio di settimane ancora…
La Domenica sera le contrazioni si fanno decisamente sentire, all’improvviso sono forti, a distanza più ravvicinata… Mi dico che potrebbe essere un altro falso allarme… quindi non mi metto in attesa
Chiedo a Karim di preparare la cena, ma in realtà non mangio quasi niente, non ci riesco. Vado in bagno e mi accorgo di aver perso il tappo mucoso, trovo striature di sangue, ma niente liquido. Non riesco ad occuparmi di Nabil, così mio marito lo prepara per la notte e mi dice di chiamare mia madre per farlo venire a prendere. Non appena Nabil esce di casa (sono da poco passate le 23), le contrazioni diventano forti, regolari, sempre più lunghe: chiedo a Karim di prepararmi un bagno caldo; lui vorrebbe andare in ospedale, ci vogliono circa 40 minuti per arrivare… “Non è ancora il momento – dico – è troppo presto”; “Non dobbiamo neanche arrivare troppo tardi” mi dice lui un po’ preoccupato (sa bene quanto è dura la mia testa). “Non ti preoccupare, fidati di me, so cosa faccio” gli rispondo. Non so dove prendo quella convinzione.
Vomito quel poco che ho mangiato, poi mi lavo i denti ed entro nella mia vasca, dove avevo immaginato di fare parte del travaglio. Resto un’ora nell’acqua calda, mentre Karim controlla la valigia, i documenti, fuma 5 o 6 sigarette, mi massaggia la schiena. Nell’acqua tutto è più sopportabile, ma le contrazioni restano lunghe e regolari. Quando esco dall’acqua e mi stendo sul letto le contrazioni fanno più male, mi sembra di non sopportarle più, mi alzo in piedi e cerco di camminare, su e giù per il corridoio di casa mia, dove avevo immaginato, come volevo, solo io e i miei muri, io e Sofian, e Karim nell’altra stanza. Sento la testa di Sofian bassissima, proprio in mezzo alle gambe. Controllo ancora le perdite: muco trasparente e striature di sangue. Possibile che non abbia ancora rotto le acque? Decido comunque che è il momento di andare… Senza ostetrica, senza autovisitarmi, il corpo mi dice che è il momento. Karim deve aiutarmi a vestirmi perché da sola non ce la faccio. Sto male, fa male, fa malissimo.
L’idea di 40 minuti in macchina con contrazioni così forti e ravvicinate (ogni 2-3 minuti), mi spaventa. Per fortuna Karim ha preparato il sedile posteriore come un letto, con i cuscini e il plaid, la radio con musica soft. Mi stendo sul fianco, con le gambe rannicchiate e neanche mi accorgo del viaggio, dormo fra una contrazione e l’altra, sono incredibilmente serena. Arriviamo all’ospedale: sono le 2 di notte, l’ostetrica che mi accoglie è giovane e molto rassicurante. Mi visita e dice quello che volevo sentire: “Siamo già a 5-6 cm, bene. Credo che tu abbia rotto le acque a casa”. Le dico che non me ne sono accorta, davvero.
“Adesso facciamo il tracciato”; ecco, arriva il mio incubo. Fra una contrazione e l’altra le spiego che non voglio rimanere attaccata a quella macchina per ore, mi dice che mi posso muovere anche col tracciato (per quanto i fili lo consentono). Sto un po’ sulla sedia sdraiata sul fianco, poi mi alzo in piedi per assecondare meglio le contrazioni, faccio qualche passo, ma in realtà mi rendo conto di non avere nessuna voglia di fare le maratone, voglio solo stare in piedi, ferma, gambe divaricate, leggermente piegate, assecondando le contrazioni con il respiro.
Karim è accanto a me, ma appena ne percepisco la presenza, sono molto concentrata su di me e sul mio bimbo che sta per nascere.
20 minuti passano in fretta, l’ostetrica mi toglie il tracciato e mi dice che va bene. Il mio incubo peggiore è già finito, e va tutto bene.
Non c’è tempo per il ricovero, per sistemare le cose e mettere la camicia da notte; andiamo direttamente in sala travaglio. Karim mi aiuta a sfilare i pantaloni della tuta e le calze, resto a piedi nudi con solo la sua maglietta XL addosso. Mi aggrappo a lui quando arrivano le onde, parlo con l’ostetrica nei momenti di pausa, le racconto brevemente la mia storia, i problemi della scorsa gravidanza, il cesareo, questa gravidanza arrivata così presto e così all’improvviso, la mia ferma volontà di avere un parto naturale. Lei mi rassicura. Le dico che sento premere, mi dice di assecondare, di lasciare che il bimbo si faccia strada, in effetti la testa è molto bassa.
Arriva la ginecologa, mi dice che loro sono ben disposti al travaglio di prova e al parto naturale dopo cesareo, ma 18 mesi sono pochini, i rischi della rottura dell’utero e bla bla bla… mi fa firmare la presa di responsabilità, mi fa rimettere su il tracciato (alle mie deboli proteste risponde che il protocollo lo richiede in caso di pregresso tc) e dice all’ostetrica di visitarmi di nuovo. Sono a 8-9 cm, rimane un bordino…
Mi visita anche lei. Questo è il momento più difficile delle poche ore passate in ospedale: sono su quel maledetto lettino, con il tanto odiato tracciato, le contrazioni così sono insopportabili, sento tutto il peso sui reni e fa un male cane, non voglio stare così, lo dico e lo ripeto.
Ma loro continuano a consultarsi; arrivano un’altra ostetrica ed un’altra ginecologa, mi visitano entrambe, mi sembra di essere una cavia, ognuna esprime il proprio parere, prima sul bordino che resta, poi sulla testa del bambino e sulle sue probabili dimensioni, poi sulla posizione e su una fase espulsiva che forse prevedevano difficile.
Intanto sono arrivata a dilatazione completa e sono incazzata, mi dicono di spingere se sento lo stimolo, rispondo che in quella posizione non ci riesco. Decido che non resto così neanche se mi legano, quindi faccio per alzarmi, cercano di fermarmi, dico che devo fare la pipì e vado in bagno. Sono completamente bagnata, e perdo anche molto sangue, torno in sala travaglio e lo dico, vogliono che mi rimetta sul lettino, col maledetto tracciato, per spingere. Mi rifiuto. Mettono un telo per terra, provano a farmi spingere accovacciata con Karim seduto alle mie spalle a sorreggermi. Non mi piace. Mi metto a carponi sul telo per terra e dico che voglio stare così. “Ma così si fa male, le ginocchia le faranno male! – mi dicono – salga almeno sul letto!”. Mi metto a carponi sul letto, e assecondo le contrazioni con le spinte, 2 o 3 in tutto.
Mi posizionano un’agocannula al polso, ecco che ci risiamo – penso, ma non oppongo resistenza, conservo le forze per la fase espulsiva. In realtà i miei movimenti fanno sì che l’agocannula si riempia di sangue, l’infermiera si lamenta che è inservibile. Bisogna farne un’altra ma non c’è tempo. Se ne va. La gine suggerisce di trasferirci in sala parto, “nel caso fosse necessario un piccolo intervento”.
“Nessun intervento” dico io.
“Magari solo una piccola episio” dice lei.
“Non mi tagliate, mi lacero da sola”.
“Va bene, non facciamo niente”, mi dice ormai arresa alla mia testardaggine.
Arriviamo in sala parto, devo spostarmi su un altro lettino, e da carponi mi ritrovo semiseduta, a gambe larghe. Davanti a me c’è solo Giada, l’ostetrica che aiuterà mio figlia a nascere, dietro di me Karim, con le mani sulle mie spalle.
Non sono convinta della posizione ma le spinte arrivano più forti di ogni pensiero. Giada mi dice di aggrapparmi alle maniglie: mi accorgo con sollievo di riuscire a fare molta più forza così, ma brucia…
“Lo so che brucia ma non avere paura” mi dice.
L’ho letto e sentito tante volte: quando brucia vuol dire che la testa è lì, sta per nascere…
“Soffialo fuori” mi dice Giada.
Sfrutto tutta la contrazione e spingo forte, fin troppo. In 2 spinte esce la testa e con la successiva Sofian scivola via da me.
Avvolgono Sofian in un telo, lo asciugano un po’ e me lo poggiano sulla pancia.
Dopo una decina di minuti, forse di più, in una lieve spinta nasce la placenta.
Le gine si avvicinano, mi fanno i complimenti, dicono che ho fatto tutto da sola. Mi devono dare qualche punto, una piccola lacerazione di 1° grado sul muscolo. Guardo l’orologio: sono le 4.40, sono in ospedale da 2 ore e mezza e Sofian è già nato.
7- Come ti senti ora, dopo aver ottenuto il tuo tanto desiderato VBAC?
Mi sento come una tigre che ha vinto la sua personale battaglia. Ho avuto il mio riscatto come donna, come mammifero, la vittoria del mio istinto animale, e ho fatto un grande regalo al mio piccolo Sofian: la nascita naturale che avrei voluto anche per Nabil (TC), e forse anche per me stessa (sono nata con parto operativo in anestesia totale, con episiotomia, forcipe, e tutto quello che andava di moda alla fine degli anni ’70)…
Bene, grazie mille A., e complimenti ancora!