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I libri di Giacomino

domenica, 13 gennaio 2013

“Giacomino aspetta… un fratellino” e “Giacomino e… la nuova arrivata” sono due libri per bambini scritti da Vilma Costetti e Monica Rinaldini, edizione Esserci. Questi due libri mi sono stati consigliati da un’amica quando aspettavo la mia seconda bimba, perché stavo cercando qualche lettura che aiutasse me e la mia bimba “grande” a trovare il modo migliore per affrontare il grande cambiamento che stava per accadere…

Questi due libretti sono stati subito apprezzati dalla mia piccola, li abbiamo letti mentre la sorellina era nel pancione, e oltre a parlare anche molto di quello che sarebbe successo quando fosse nata, trovo che ci siano stati molto utili. Adesso, dopo quasi 2 anni dalla nascita della piccola, Vera ancora mi chiede di leggerle questi libri, che sono rimasti anche nel mio cuore. Adesso anche Maia li sfoglia spesso e le piacciono molto le immagini che vede!

La cosa bella di questi libri è che non sono utili solo per il bambino, per capire più concretamente cosa succederà quando arriverà il fratellino o la sorellina, ma anche (e soprattutto, aggiungo io) ai genitori, che si accingono a vivere dei momenti che potrebbero non essere sempre facili. Infatti, in queste pagine si affronta anche l’approccio alla comunicazione non violenta, molto utile nella vita di tutti i giorni, come modo “alternativo” di relazionarsi ai propri bimbi e a tutto il resto del mondo… Alternativo perché di solito quando si sente parlare di infanzia non si considera molto spesso la possibilità di trattare i propri bimbi con rispetto, senza usare punizioni e ricatti, cose che vengono considerate la normalità… Invece è possibile, e secondo me è l’unico modo per crescere delle persone serene e sicure di sé!

In entrambi i libri ci sono esempi concreti di come rendere realtà questo approccio, e in fondo al libro altri esempi completano il quadro. Certo non si possono dire dei manuali sulla Comunicazione Non Violenta, ma sono degli ottimi esempi sia per grandi che per piccini, e io li consiglio spesso alle mamme che aspettano il secondo bebè!

La nascita di Vera

giovedì, 26 luglio 2012

Ricordo il mio parto come si ricorda un sogno, immerso in un’atmosfera magica e unica, difficile da descrivere e da raccontare. Adesso che la nostra piccola Vera è qui con noi, e che ha quasi due mesi, ripenso spesso a quella notte speciale, e ho quasi nostalgia di quei momenti! Nonostante la fatica, il dolore, lo sconforto di certi momenti, mi sembra che quelle poche ore siano state le più importanti di tutta la mia vita, e segnano indelebilmente l’inizio di una nuova parte della mia vita. È fondamentale, per me, pensare di avere trascorso quelle ore con la persona che amo e con altre tre persone speciali, che ci hanno aiutato a far venire al mondo la nostra bambina. Adesso so che ce l’avrei fatta anche da sola, perché so che tutto il lavoro è stato mio e della mia bambina, ma il loro sostegno e i loro consigli sono stati fondamentali per la mia tranquillità e per quella di Massimo, mio marito. Massimo ha faticato con me e mi ha sostenuto in un modo che sinceramente non speravo.

Quando ho sentito la prima contrazione, verso l’una di notte del 3 aprile, sono stata contenta, e ho provato una specie di eccitazione, presto non avrei più avuto la pancia ma la mia piccola tra le braccia. Sapevo che ci voleva tempo, ma ormai era iniziato il viaggio, e da lì non si tornava indietro!

Visto che sapevo che ci sarebbe voluto tempo, ho cercato di vivere quella giornata in modo normale. Ho cucinato, messo un po’ a posto, e nel pomeriggio è venuta a trovarmi una mia amica, anche lei in attesa, al 7° mese. Abbiamo anche fatto delle foto insieme, non eravamo ancora riuscite a fotografare insieme i nostri pancioni! Le contrazioni non si sono mai fermate, ma al contrario hanno accompagnato tutta la mia giornata. Erano all’inizio ogni quarto d’ora, poi ogni 10 minuti, poi ogni 5… ma non erano proprio regolari, e quando è arrivato a casa Massimo, mio marito, iniziavano a farsi sentire un po’ di più. Ero molto tranquilla, ma sentivo l’agitazione della mia amica prima, e di Massimo dopo, che comprendevo ma non riuscivo a provare!

Verso le 19 ho fatto una doccia, per provare se davvero faceva sentire un po’ meno il dolore delle contrazioni… Prima però ho chiamato Giovanna, una delle ostetriche, per iniziare ad avvertire che eravamo “in ballo”, e lei mi ha detto che sarebbero venute dopo un po’.

Ricordo di aver mangiato un panino, non avevo molta fame ma sapevo che avrei avuto bisogno di molta forza, quindi mi ero sforzata di mangiare un po’. Le contrazioni iniziavano a farsi sentire, ero entrata nel pieno della situazione e sapevo che la notte che stava arrivando sarebbe stata la più speciale della mia vita. Non avevo paura, ero completamente presa dal mio compito, ed ero tranquilla. Cercavo di gestire le “onde” come meglio potevo, contando sull’aiuto di mio marito. Dopo aver mangiato qualcosa ci eravamo sistemati in camera, su un materassino steso per terra accanto al letto, dalla parte di Massimo. Lo avevamo coperto con nylon e lenzuola, poi avevamo preso anche dei cuscini. Ricordo poco di quelle ore, so che Massimo era sempre con me e mi massaggiava la schiena ad ogni contrazione, che capiva che arrivava dal mio sguardo che cambiava. A volte sbadigliava, cosa che dentro di me mi faceva un po’ arrabbiare! Poi eravamo andati in bagno, e mi ero messa a cavalcioni del wc, cercando un po’ di sollievo in quella posizione, ma poi eravamo tornati in camera. Quando, alle 9, erano arrivate Lorella e Giovanna, ero in camera e stavo cercando di cavalcare le onde come meglio potevo… Ricordo le parole di Lorella, “Ci hai fatto una bella sorpresa, non ce l’aspettavamo adesso..”, io non ho risposto nulla ma ripensare a quelle parole mi fa uno strano effetto, è come se in quel momento avessi realizzato (anche se avevo già contrazioni da ore!) che c’eravamo veramente…

Le ostetriche sono state con noi circa un’ora, durante la quale mi hanno visitato una volta, dicendomi che stava andando tutto bene, ma che ci sarebbe voluto ancora un po’, le contrazioni sarebbero diventate ancora più intense… Quelle parole mi avevano preoccupato un po’, avevo pensato “Ma come, queste non sono buone contrazioni?”, però non ci avevo pensato più di tanto. Poi ci avevano lasciati di nuovo soli, allontanandosi per un po’, finché non le avessimo richiamate, perché pensavano che ci volesse ancora tanto.

Delle ore successive ricordo il continuo aumento dell’intensità delle contrazioni, 3 ore in cui non avevo il tempo di pensare ma in cui il mio corpo era totalmente preso dalla continua trasformazione… Ero immersa in ogni momento, in ogni respiro che facevo, e non avrei potuto sopportare l’idea di non essere a casa mia, nella mia camera, con la luce del mio abat-jour azzurro, nel silenzio della notte con solo la presenza del mio compagno con cui stavo dividendo questo momento così intimo. Durante la prima fase di transizione avevo vomitato, il mio corpo aveva deciso che non voleva riposare ma andare all’attacco!

Verso l’una di notte, esattamente dopo 24 ore dalla prima contrazione appena percettibile, avevo chiesto a Massimo di richiamare le ostetriche, non ce la facevo più, sapevo che il dolore non sarebbe cessato con la loro presenza, ma avevo bisogno di loro, dovevo sapere che erano lì con me, lì con noi tre. Quando le persone a cui dico che ho partorito in casa mi dicono “Che coraggio!”, mi rendo conto che durante tutto il travaglio non ho mai pensato, neanche una volta, che le cose potessero non andare bene, e l’ho pensato poche volte anche prima! Incoscienza? No, credo sia solo fiducia nelle proprie capacità, in quelle delle persone che ti assistono e nella creatura che porti in grembo da 9 mesi, e di cui ormai conosci tante cose, compresa la forza e la voglia di vivere…

Verso le due di notte erano arrivate Giovanna e Lorella, sapevo che erano arrivate, una di loro era entrata nella camera, sentivo la sua presenza ma non sapevo chi era… Poi Giovanna mi aveva visitato, aveva detto che tutto andava bene, e mi aveva lasciato di nuovo con Massimo. Avevo vomitato un’altra volta, dopodiché, dopo un tempo che non saprei quantificare, mi avevano chiesto se mi andava di provare a entrare nella doccia, avevo accettato e così Massimo era andato a preparare e a scaldare la stanza. Ricordo che Massimo andava e veniva, ma io non rimanevo mai sola, riconoscevo il tocco di Giovanna o Lorella sulla mia schiena che si alternava e sostituiva quello del mio compagno. Poi ero entrata nella doccia, allora lo sgabello che avevo comprato serviva a qualcosa! Mi ero seduta sotto il getto caldo della doccia, che Massimo teneva per me, e di quell’ora e mezza sotto la doccia ricordo che le contrazioni erano un po’ meno dolorose, anche se molto forti, e dopo ogni onda Lorella, che sedeva su una sedia di fronte a me con lo sguardo sereno, sentiva il cuore della bimba. Sapevo che quello strumento era utile per sapere se la piccola stava bene, ma devo dire che ne avrei fatto a meno, mi disturbava un po’ perché sentivo che interrompeva e spezzava qualcosa… Ad un certo punto il mio corpo era stato preso da un impulso irrefrenabile a spingere, e mi era sembrato che scoppiasse qualcosa! Mi ero un po’ spaventata, ma Lorella mi aveva detto che si erano rotte le acque, e che il liquido era chiaro, tutto ok. Ho pensato “Che forte, rompere le acque sotto l’acqua!”.

Era arrivata anche Patrizia, che sorpresa! Era un’altra ostetrica che avevo avuto modo di conoscere la settimana precedente, in occasione di una delle visite domiciliari delle ostetriche. Quando è entrata in bagno mi sembra di essere riuscita a farle un sorriso… Sentivo che erano tutti lì per me, era proprio come me l’ero immaginato, di notte e col silenzio… Solo io rompevo il silenzio, con il rumore del mio respiro e poi con le vocalizzazioni che cercavo di sostituirvi, con la guida di Giovanna e Lorella… non era facile, non mi riusciva molto all’inizio, ma poi sentivo che andava meglio, e forse cercare di controllare la voce mi aiutava a sentire un po’ meno il dolore. Poi Lorella mi aveva chiesto se volevo uscire dalla doccia, avevo accettato subito ed eravamo tornate in camera. Quando ero entrata in camera, ero rimasta colpita dall’atmosfera che c’era. Avevano sistemato tutto, messo lenzuola pulite e cuscini sopra il materasso, e mi ricordo di aver pensato “Guarda che bello, sono fantastiche!”. Mi sono rimessa in ginocchio, appoggiata al letto con le braccia, e ho cercato di affrontare al meglio anche quella che sapevo essere l’ultima parte del mio viaggio. Sentivo che ci eravamo quasi, ed era stato proprio il fatto di vedere tutta la stanza pronta, a farmelo capire! Sì, era tutto pronto per accogliere la nostra piccola Vera. Da quel momento ho dei ricordi un po’ più lucidi, so che Massimo era sempre accanto a me, mi massaggiava la schiena e mi incoraggiava a non abbattermi. Ogni tanto lo guardavo negli occhi, intensamente, senza riuscire a parlare, ma già solo quello mi dava la forza per andare avanti. In qualche momento, quando il dolore mi sembrava insopportabile, scuotevo la testa e lui capiva immediatamente cosa volevo dire, e mi incoraggiava dicendo “Ma sì, ma certo che ce la fai!”. Avevo proprio bisogno di sentire quelle parole…

Il mio corpo spingeva con tutte le sue forze, ora non sentivo più le contrazioni ma degli spasmi fortissimi e incontrollabili, che potevo solo assecondare. Mi sembrava di urlare di rabbia, tale era la forza che sentivo dentro. La mia bambina era decisa a nascere, e io cercavo con tutte le mie forze di aiutarla a venire fuori. Sentivo che mi stavo aprendo piano piano per farla passare…

Una delle cose che ho apprezzato di più del lavoro delle ostetriche è che non mi hanno mai detto “spingi” o “non spingere” quando mi veniva da fare il contrario, e credo che comunque non avrei potuto non assecondare il mio corpo.

Proprio quando eravamo alla fine, quando Massimo mi diceva con entusiasmo “Dai, si vede qualcosa, si vede la testa!”, ho pianto per il dolore e per la paura di non farcela. Il mio corpo si stava aprendo per fare passare la creatura che era nata e cresciuta dentro di me, e quello che stavo provando era incredibile, ma faceva anche paura! Ad un certo punto qualcuno mi ha detto di toccare con la mano, c’era la testa che stava per uscire, e io ho detto sorridendo, sorpresa “È morbida!”.

Finalmente era uscita la testa, qualcuno lo aveva detto, ormai eravamo tutti insieme da un po’, tutti nell’attesa di questo piccolo ma grande miracolo… Ho sentito una tregua, mi hanno detto di non spingere subito ma di aspettare un attimo, e con la spinta successiva è uscito tutto il corpo.

Sotto e dietro di me lavoravano per pulire e accogliere questa nuova vita, e io ho chiesto che ore erano. Erano le 6:08 del 4/4/2008… che bel giorno, che bell’ora per venire al mondo! Neanche il tempo di rendermi conto che era nata, che subito ho avuto la mia piccola in braccio, e come pesava! Aveva le mani grandi… Io ero nuda e lei era nuda, due corpi diversi ma una cosa sola, ancora col cordone che ci univa… Mi hanno aiutata a sdraiarmi sul letto, e mi hanno messo la piccola sul petto, poi ci hanno avvolte con coperte calde e asciugamani. Ci siamo guardate per la prima volta negli occhi, Massimo era accanto a noi, la nostra creatura era bellissima! Mi ricordo che per un po’ ho respirato affannosamente, un po’ per la fatica, un po’ per l’emozione indescrivibile… Poi abbiamo guardato se effettivamente era una femmina, non lo sapevamo ancora con certezza! Sì, era proprio la nostra piccola Vera!

Il dolore era scomparso, rimaneva solo la forza del miracolo appena avvenuto e tutta la gioia per essere riuscita a dare alla luce la mia bambina nell’intimità di casa nostra!

Siamo rimasti da soli noi tre per non so quanto, un tempo che non ricordo bene, e poi sono tornate le ostetriche per aiutarmi a partorire la placenta. Giovanna mi ha fatto vedere e sentire che il cordone non pulsava più, così lo hanno tagliato, dopodiché mi sono alzata dal letto, sempre tenendo in braccio la mia piccola, e ho dato qualche spinta per fare uscire la placenta. Pensavo che sarebbe stato più facile! Ma alla fine è uscita, era molto grande!

Giovanna mi ha aiutata a fare una doccia e poi mi ha dato qualche punto, mi ero lacerata un po’, mentre Lorella si è occupata di Vera con Massimo e Patrizia. Dopo la prima poppata della piccola, anche noi ci meritavamo la colazione… così Massimo è sceso in panetteria a prendere brioches per tutti, e abbiamo fatto colazione brindando con un bel bicchiere di vino dolce!

Questo è il racconto del mio parto, l’esperienza più importante della mia vita, di cui forse non ricordo tutti i particolari, ma di cui mi sono rimaste impresse certe frasi e certi momenti in modo indelebile. Concluderò con una di queste frasi, pronunciata da Giovanna verso le 7 di mattina quando, aprendo le persiane della camera dove era nata Vera, ha “urlato” sottovoce: “È nata una bambina! È nata una bambina!”.

 

Nascere nel “Gran Paradiso”

martedì, 24 luglio 2012

Voglio raccontarvi una storia… C’era una volta, ma forse è successo qualche giorno fa, un bambino di nome Tancredi, un nome importante!(Tancredi di Altavilla Re di Sicilia!). Sì un nome importante! Eppure Tancredi è nato a Degioz, comune della Valsaverenche, nel cuore del Parco del Gran Paradiso, un bimbo avventuroso, un bimbo che aveva le idee chiare su come e dove voleva nascere, così è nato una domenica di vacanza in un piccolo borgo di poche case in mezzo alla natura, dove il rumore predominante è quello del Savara, il possente torrente che scorre vicino alla casa che ci ha ospitato. La casa che ci ha accolto, che è della mia amica Dayné Nelly, si chiama “Casa degli Angeli”, una casa costruita nel 1871 dal bisnonno, che era un Cacciatore del Re! Una casa ad hoc per una nascita regale! La mattina avevamo acceso il fuoco nel camino e i genitori si erano preparati a ricevere Tancredi costruendogli un piccolo nido simbolico. Dopo aver lavorato sulla consapevolezza corporea e il respiro, abbiamo attivato l’istinto con l’aiuto della cultura sciamanica degli indiani d’America. Le forze degli elementi del parto: l’Acqua per l’apertura e il Fuoco per la forza delle contrazioni uterine si stavano equilibrando e accumulando, abbiamo pregato la Madonna del Gran Paradiso (la statua che si trova in cima al Gran Paradiso, l’unico a 4000 mt in territorio completamente italiano, è stata portata su negli anni ’50 ed è dedicata alla Madonna del Monte Carmelo) e ringraziato.

Il “silenzio uterino” (vedi manuali di ostetricia moderna) che precede il parto nella fase espulsiva in cui praticamente l’utero si prepara per le ultime contrazioni del periodo espulsivo, in ospedale sfocia nello scompiglio totale e solitamente nella somministrazione endovenosa di ossitocina sintetica per accelerare il parto, e in manovre più o meno lesive e invasive per mamma e bambino. Mettersi in ascolto di questo silenzio qui ci proietta in un altro universo atemporale e apre una porta interdimensionale. Attraverso questa porta – che si apre comunque sempre in ogni nascita – arrivano le entità angeliche a benedire e proteggere. E’ così grande la forza di questo silenzio che veramente sembra in grado di fermare e dilatare il tempo che pure sta continuando a scorrere come l’acqua del Savara. Siamo avvolti nella penombra, una chiazza di colore arancio dell’asciugamano steso a terra. Abbiamo l’essenziale, il calore, il buio il silenzio e la musica delle acque, così possiamo accogliere questo bambino che nasce con due spinte. Nei giorni precedenti abbiamo avuto l’aiuto delle erbe: qualcuna la trovavamo davanti alla porta di casa come l’umile ortica, l’aiuto dei fiori che preparo diluiti con il metodo Bach, degli alberi che ci hanno aiutato a ritrovare le nostre radici e a curare la placenta, degli animali selvatici che ci hanno dato dei grandi insegnamenti, del Sole e del Fuoco che ci hanno nutrito e scaldato con la loro energia maschile e paterna, dell’Acqua che ci ha insegnato l’apertura, del massaggio metamorfico che curando tutta la storia ostetrica agisce con una efficacissima prevenzione a livello di salute fetale e placentare. Dopo il parto il funicolo non è stato tagliato ma si è staccato spontaneamente (Nascita Lotus) in terza giornata, Tancredi non è calato di peso (cioè non ha avuto il calo di peso che viene chiamato “fisiologico” quando si taglia precocemente il funicolo), la mamma non ha avuto punti perché con la forza della Terra, nello specifico dell’argilla, possiamo fare emostasi, curare le eventuali piccole lacerazioni, disinfettarle e accelerarne la cicatrizzazione. Dopo il parto l’assunzione dei rimedi placentari (ed eventualmente erboristici in caso di bisogno) aiuta la mamma a sentirsi subito in forze, riduce la perdita ematica e favorisce una precoce montata lattea, il contenimento manuale dell’utero inoltre aiuta a ridurre al minimo la perdita ematica, in questi giorni la cosa più tecnologica che abbiamo fatto è stata l’autoemoterapia*, le difese immunitarie essendo un po’ basse a causa della stanchezza, del caldo patito e del fatto che il Ferro sotto forma di preparato erboristico risultava indigesto. Questo è il parto sicuro perché non disturbato, gli animali si isolano per partorire in sicurezza e come sa bene chi ha origini contadine il travaglio e il parto si bloccano se vengono disturbati, ma oggi anche agli animali spesso tocca in sorte un taglio cesareo. Ma se forse provassimo a non disturbare più la nascita? Sarebbe così pericoloso? Certamente, perché metterebbe in discussione tutta la nostra cultura alle radici, la competizione ed il materialismo, il consumismo e la sua modalità frenetica e superficiale. Il rischio è grande perché bisognerebbe avere orecchie per mettersi in ascolto del silenzio della nascita, tatto e manualità per relazionarsi con buon senso in modalità non invasive ma contenitive con mani che sanno anche accendere un fuoco, vista per accettare la visione di un bambino che nasce roseo e respira senza piangere e per accettare la bellezza e la potenza del corpo femminile al culmine del suo processo creativo e della sua apertura, olfatto di mamma e bambino per sentire l’odore dei propri corpi e riconoscersi e accettarsi, voce per comunicare al di là di vuote parole senza senso l’amore, l’accoglienza e il rispetto per questa nuova vita.

E così posso considerare questa nascita come un punto luminoso fermo e culminante nella mia carriera di ostetrica, sia per le modalità e l’ambiente di nascita che per la fiducia accordatami da queste persone che sono venute quassù, per affrontare questa esperienza in tutta sicurezza e libertà, questa è la sensazione che ho provato arrivando in Valsavara e con questa parola voglio terminare questo scritto: libertà.

Carla Joly ,ostetrica libero professionista

Sito internet : www.carlajolyarteostetrica.com

articoli sul blog www.mammapermamma.eu

*Autoemoterapia è l’iniezione per via intramuscolare di una piccola quantità del proprio sangue, ciò permette di quadruplicare le cellule del sistema immunitario per una settimana, gli interventi chirurgici in epoca pre-antibiotica trattati in questo modo evolvevano in un decorso fisiologico.

 

La conclusione naturale dell’allattamento

martedì, 26 giugno 2012

Quando Vera ha compiuto 3 anni e mezzo, allattavo sia lei che la piccola Maia di 6 mesi, ero molto stanca e mi ero resa conto che l’allattamento di Vera era diventato terreno di scontro, l’occasione per mostrare che non riuscivo più a soddisfare le sue esigenze… Credo che in qualche modo anche lei fosse stufa di questo allattamento, vissuto così insomma, ma non sapeva come cambiare le cose… Per me la sensazione era simile, così ho chiesto aiuto ad amiche fidate, ho riflettuto, e alla fine ho deciso che la soluzione non era continuare così, visto che non eravamo felici né io né lei… ma non volevo neanche smettere, perché ho sempre desiderato che fosse mia figlia a staccarsi, volevo che fosse lei a sentirsi pronta… Così ho deciso di parlare ancora una volta con mia figlia, così recettiva e “grande”, dicendole che così non ci stavamo godendo l’allattamento, che non ero felice di dover “litigare” ogni volta per ciucciare, quindi forse era meglio decidere di tenere una sola poppata al giorno, al mattino, cercando di viverla al meglio in un momento in cui né io né lei eravamo stanche, e in cui la sorellina era più tranquilla… Lei ha accettato subito, e ho avuto la sensazione che il sollievo provato da me fosse in parte anche suo… Dal giorno seguente, abbiamo iniziato con una poppata al giorno, e Vera non mi ha mai chiesto di più, così abbiamo ritrovato la gioia del nostro allattamento. In quei giorni ho proprio pensato che, stando così le cose, avrei potuto continuare tranquillamente per molto tempo! Ma tempo qualche settimana, forse neanche, e Vera ha iniziato a “dimenticarsi” una poppata… Un giorno non mi ha chiesto di ciucciare, e si è ricordata poi al pomeriggio, dicendo “Ma mamma, stamattina non ho preso la ninna!”, tutta stupita… Io le ho detto “Ah già, è vero! Beh non importa dai, la prendiamo domani mattina!”. Lei mi ha sorriso e si è rimessa a giocare. Dopo qualche giorno, stessa scena… Poi ha iniziato a dimenticarsi due giorni di seguito, senza ricordarsi al pomeriggio, e pian piano non mi ha più chiesto di ciucciare… sempre vedendo la sorellina allattata più volte al giorno! Anzi, a volte quando la vedeva agitata era lei a dirmi “Maia vuole la ninna!”. Un giorno, un mese esatto dopo aver fatto l’ultima poppata, Vera aveva la febbre e mi ha chiesto di essere allattata, ma non ne è stata capace, si era già dimenticata… Mi ha fatto una tenerezza infinita, la mia bambina grande… e mi sono resa conto di quanto speciale sia stato il nostro rapporto di latte… Dopo altri 2 mesi, un giorno, il papà gli ha chiesto per scherzo se volesse ciucciare, e lei ha detto di sì, così l’ho fatta provare ma non è riuscita molto, anche se qualcosa è riuscita a ciucciare, poi mi ha chiesto anche il giorno dopo e poi basta. Il nostro allattamento, durato ufficialmente 3 anni e 7 mesi (senza contare questi due momenti successivi), è giunto al suo naturale capolinea.

Sono davvero orgogliosa di me, per aver resistito nei momenti difficili, per aver avuto pazienza nei periodi in cui di notte non dormivo quasi nulla, e non perché posso vantarmi con gli altri (anzi, è difficile poter parlare di queste cose con qualcuno…), ma solo perché è andata proprio come desideravo che andasse… Il nostro allattamento è stato dall’inizio alla fine un rapporto esclusivo a due, una cosa solo nostra, e che abbiamo fatto crescere e maturare fino al punto in cui la sua conclusione è stata naturale e spontanea, così come sento che tutti gli allattamenti dovrebbero andare… Non ci sono sentimenti negativi legati al ricordo di questa bellissima esperienza, al massimo un po’ di nostalgia, che credo provi anche la mia bimba… Giusto ieri abbiamo rivisto una foto dell’estate in cui la sorellina era appena nata, una foto in cui Vera stava poppando… Vera si è bloccata per un attimo, poi ha sorriso e ha detto “Guarda, Vera che ciuccia… Però adesso sono grande, non lo faccio più!” e ha sorriso di nuovo… La mia bimba grande è cresciuta, e io che pensavo che non si sarebbe mai staccata! Crescono, oh se crescono!

Nascita: il diritto all’epidurale ovvero il diritto negato al piacere e al parto orgasmico

martedì, 3 gennaio 2012

Scritto da Carla Joly, ostetrica libera professionista

Epidurale o analgesia epidurale in travaglio di parto, consiste nell’inserzione di un cateterino flessibile nello spazio peridurale lombare, attraverso cui si somministra un anestetico che agisce sui nervi che trasmettono il dolore provocato dalle contrazioni uterine.

Recentemente se ne è di nuovo parlato, con un articolo sul giornale “Il fatto quotidiano”, affermando il diritto all’epidurale come modalità moderna e indolore di partorire versus una modalità primitiva ed arcaica di partorire tuttora esistente in Italia. Siamo considerati il paese più arretrato a livello europeo per l’alto tasso di cesarei che in alcune regioni è arrivato a sfiorare il 70% del totale dei parti a confronto del 15% massimo consigliato dall’OMS nei punti nascita specializzati in patologia, come indice di una buona pratica ospedaliera. Questa cifra spropositata di cesarei si tira dietro anche un elevatissimo indice di medicalizzazione e di episiotomie (il taglio della vagina e dei tessuti del pavimento pelvico – perineo -, non sostenuto da alcuna evidenza scientifica, da qualcuno viene paragonata a una mutilazione genitale femminile silente cui viene sottoposta più del 50% di primipare cioè delle donne che partoriscono la prima volta) Tra le cause o comunque correlata all’alto numero di cesarei vi è la pratica dell’analgesia peridurale.

Per quanto riguarda la sanità italiana si parla di aziende quindi di conseguenza si parla di profitto, i soldi vengono rimborsati dalle regioni alle aziende in base a quanti più interventi chirurgici vengono eseguiti (un parto spontaneo costa molto meno di un taglio cesareo). Esiste un grande business farmacologico e parafarmacologico (100.000 euro per un apparecchio per ecografie) in mano alle multinazionali del farmaco che commissionano la maggior parte degli studi e delle ricerche in circolazione.

Le cose sono molto semplici: il parto e la nascita non sono una malattia infatti solo una donna sana può rimanere incinta. Gli alti livelli di stress in gravidanza inducono un aumento del cortisolo che la placenta oltre una certa soglia non è più in grado di arginare, quindi da questo squilibrio nasce la patologia.

Con la continuità dell’assistenza di cui possono essere competenti un’ostetrica ed una doula specialiste in fisiologia si riduce notevolmente la medicalizzazione, cioè più ostetriche = meno medicalizzazione e parti cesarei, come confermato da studi e ricerche scientifiche non commissionate da alcuna casa farmaceutica, ma è d’altra parte una cosa ovvia che se l’ostetrica e la doula sono quelle figure atte ad accompagnare gravidanza e nascita, sono anche quelle che devono avere strumenti di prevenzione per il mantenimento della salute in gravidanza e non essere figure paramediche o piccoli medici. Questo fatto però comporta una politica sanitaria adeguata, nel senso che non si può tirare al risparmio su una figura come quella dell’ostetrica che deve essere in numero sufficiente ed in condizioni tali da poter svolgere il suo lavoro in tutta sicurezza.

Quando parlo di parto orgasmico con le donne a volte mi rispondono sconsolate: ”Tanto a me non mi tocca!”. Potrebbe anche non toccarti visto che questo è uno dei misteri della vita ed è un fenomeno completamente fuori controllo così come il parto fisiologico e non sono eventi programmabili né pilotabili con il nostro cervello razionale, ma visto che è possibile poiché il 14% delle donne non prova dolore durante il parto ed un 21% nei parti non disturbati prova un orgasmo durante la nascita, mettiamoci nelle condizioni migliori affinché questo sia possibile, cercando di non disturbare il parto. Disturbare il parto vuol dire causare una qualche patologia ed entrare nel tunnel senza fine della medicalizzazione. Il parto orgasmico può essere inquadrato nelle quattro fasi dell‘orgasmo, che sono anche le quattro fasi della nascita fisiologica e delle leggi della vita: eccitazione, espansione, contrazione e distensione. Inizialmente abbiamo l’eccitazione che si genera nell’incontro tra il maschile ed il femminile al momento del concepimento, l’espansione della gravidanza, le contrazioni uterine che permettono la nascita e il rilassamento profondo che è tipico del puerperio. Naturalmente il parto orgasmico è un evento che fa parte del proprio potenziale femminile nella sfera più intima (sessuale e spirituale) quindi necessita di un profondo rispetto e di privacy dal punto di vista personale, ma è importante parlarne dal punto di vista culturale per costruire una nuova cultura della nascita. Naturalmente non si parla in termini meccanicistici del raggiungimento dell’orgasmo ma della capacità di apertura e di provare amore nei confronti del partner, siamo nelle qualità del cuore e l’ormone connesso a tutto ciò è l’ossitocina.

Qual è l’ambiente migliore per la nascita, ce lo possono insegnare gli animali ed il loro istinto: la tana. Tutto va nel migliore dei modi quando gli animali si sentono al sicuro. Quando invece sono minacciati dai predatori, tutto il delicato meccanismo del travaglio e del parto si blocca finché non viene raggiunta di nuovo la sicurezza, le femmine normalmente si isolano ed i maschi difendono il territorio della nascita. Come mai allora la specie umana ha avuto bisogno di costruire degli ospedali per far partorire le donne, quando sarebbe così semplice deospedalizzare il parto per farlo tornare tra le mura domestiche dove il più delle volte viene concepito il bambino? Il rischio sta proprio nel disturbare il parto, quindi una donna sana e il suo bambino sono più al sicuro a casa loro, qualora il parto non venga disturbato, piuttosto che in ospedale. Quindi un primo fattore di analgesia è partorire in un posto sicuro, far si che non venga stimolata la corteccia cerebrale; piuttosto che un linguaggio razionale adopereremo altri strumenti quali il tatto, l’uso dell’acqua e del massaggio, la penombra, un ambiente caldo e intimo, la libertà di movimento per trovare spontaneamente le posizioni meno dolorose in quanto la percezione dolorosa cambia a seconda della posizione assunta: aumenta in posizione supina e diminuisce in posizioni verticali, carponi o accovacciate (che preservano anche la salute del bambino), la possibilità di rilassarsi profondamente durante le pause tra le contrazioni quando il corpo produce naturalmente endorfine (che inducono un profondo stato di trance) , sostegno e libera espressione del dolore soprattutto vocale che permette per stimolo riflesso l’apertura del canale pelvico del parto, un bacino e pavimento pelvico libero nei movimenti quindi una preparazione al parto adeguata, una respirazione libera e profonda soprattutto addominale che ha un grande effetto analgesico, un periodo espulsivo con spinte spontanee e non forzate, genitali integri senza episiotomia, poter tenere con se il bambino dopo la nascita ecc.

Quindi l’ospedale è l’ultima spiaggia per partorire, epidurale a tutte le donne che scelgono l’ospedale ? Quali sono i rischi? Risposta di un anestesista agli incontri di preparazione alla nascita : ”Da nulla alla morte!” Come riportato da Wagner, epidemiologo dell’OMS: la donna in ospedale entra in un ambiente che di per sé aumenta il dolore e viene sottoposta a pratiche che lo aumentano, si vede offrire l’epidurale per essere poi profondamente grata a quelle persone le hanno tolto il dolore, dolore che è stato principalmente causato da quelle persone. Con l’epidurale il rischio di morte è triplicato per la donna, con la possibilità di un danno neurologico anche permanente o una paralisi temporanea, c’è un maggior rischio di febbre e ritenzione urinaria, il 30-40% può andare incontro a dolori di schiena che nel 20% possono persistere anche dopo un anno, la lunghezza del parto aumenta in modo considerevole e induce una medicalizzazione come effetto secondario che vuol dire uso di ossitocina sintetica che si sostituisce alla produzione endogena (con ripercussioni neonatali e sulla lattazione), aumento di applicazioni di ventosa ostetrica e di tagli cesarei. L’ipotensione materna secondaria all’epidurale (che comporta una perfusione continua di liquidi per via endovenosa) può impedire l’assunzione di posizioni verticali più fisiologiche e riduce il flusso placentare con danno per il nascituro e possibilità di ipossia e conseguente danno cerebrale anche persistente dal punto di vista neurologico dopo la nascita. La donna nei casi più gravi può andare incontro a paralisi, ischemia cerebrale, arresto respiratorio, danno spinale, ematoma o ascesso peridurale. L’analgesia può sollevare dal dolore fisico ma non dalla componente psicologica ed emotiva e sulle paure. Il rischio di bloccare il travaglio è tanto maggiore quanto più viene fatta precocemente l’analgesia e la fase più dolorosa del travaglio è quella iniziale della dilatazione cervicale.

Tiziano Terzani affermava : “La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno. Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una importante funzione naturale quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e in certe situazioni il non avere dolore può essere ancora più penoso dell’averlo. Un orribile aspetto della lebbra è che distrugge i nervi capillari dell’ammalato e quello non sentendo più alcun dolore non si accorge quando le sue dita sbattono e si spezzano contro qualcosa o ancora peggio, come avveniva nei lebbrosari dei paesi più poveri quando le dita gli venivano mangiate dai topi, di notte mentre dormiva. E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e del suo straordinario contrario: il non dolore. In questa visione non c’è posto né per la morte né per il dolore”.

Una civiltà che nega il dolore è innanzitutto una civiltà che nega il suo opposto cioè il piacere, né tanto meno vuole riconoscere il diritto al piacere e alla felicità, una civiltà che ci appiattisce, ci omologa, ci vuole dei robot obbedienti, nega la sacralità del corpo e demonizza il piacere. La nostra capacità alla gioia, al piacere e alla felicità, vivendo in un mondo dualistico, viene anche dal successo con cui abbiamo affrontato il dolore, la morte e la trasformazione nella nostra vita.

Nel brainstorming che propongo nell’accompagnamento alla nascita propongo alcune semplici domande :

Come mi sento quando provo dolore? Come reagisco? Cosa mi aiuta a superarlo? Cosa mi suscita la biblica affermazione: “Tu partorirai con dolore!”? E l’affermazione che il 14% delle donne partorisce senza provare dolore ? E che il 21 % delle donne non disturbate prova un orgasmo durante la nascita? Cosa significa nella mia cultura il dolore del parto? Il sapere arcaico delle mie antenate sul parto ed il dolore cosa mi porta? Dove penso che sentirò dolore durante il parto? Cosa mi potrebbe aiutare? Durante il parto che piacere proverò? Il mio bambino come mi aiuterà? Come lo accoglierò? Il dolore è legato a? La polarità opposta del dolore è? E in questo momento come è la mia respirazione?

Il diritto all’analgesia epidurale in travaglio di parto è un falso diritto, in realtà è la negazione del diritto al piacere durante la nascita e al parto orgasmico.

Carla Joly, ostetrica libero professionista

carla.joly@alice.it

Un’avventura strana…

martedì, 5 luglio 2011

Eccomi qua a raccontarvi una piccola avventura che mi è successa nei giorni scorsi, che ha del ridicolo ma che mi ha fatto incontrare, anche se in piccolo, la realtà degli ospedali… Inizia tutto quando, dopo circa due mesi e mezzo dalla nascita di Maia, felicemente in casa, mi ricordo che la piccola non ha ricevuto l’agenda della salute, quel libretto dove noi essenzialmente ci divertiamo ad appuntare i picchi di crescita delle nostre cicciottine… Mai servito ad altro, però visto che ce l’avevano dato al consultorio per Vera, volevo averne uno anche per Maia. Vado dalla pediatra per firmare il dissenso ai vaccini e le chiedo anche di questo, mi dice di rivolgermi all’ospedale della città vicina (ci siamo trasferiti da pochi mesi, per chi non lo sapesse…), e mi dà il numero della pediatria. Quella stessa pediatria a cui avevo telefonato mesi addietro, per sapere se erano disponibili a fare il prelievo per lo screening per le malattie metaboliche, e che mi aveva risposto (dopo avermi rimpallata un paio di volte da un numero all’altro) che loro non avevano mai fatto il prelievo ad esterni, per la serie “se vuoi far nascere in casa tuo figlio fai pure, ma noi non possiamo aiutarti per questa cosa…”. Va beh, poco male, ero riuscita ad organizzarmi diversamente, e questa volta mi preparo a nuovi giochetti… Mi risponde qualcuno, espongo il problema e la signora in questione mi passa una pediatra, ripeto la mia richiesta e incontro le prime resistenze… “Ma come è possibile, non è venuta neanche dopo, a fare i test di screening?” Posso mangiarmela? Beh lascio perdere… Poi continua… “Eh, queste agende costano, non posso darne una così…”, allora faccio notare che mia figlia, anche essendo nata in casa, ha diritto ad averla visto che l’agenda è elargita gratuitamente della regione Piemonte, non dagli ospedali… Al che la pediatra dice che per darmela ha bisogno di certificati, di “prove”… Bene, non c’è che da chiedere! Allora si tranquillizza e lascia detto in reparto il nome di mia figlia, per farci passare nel week end. Sabato mattina io e mio marito, con le bimbe, partiamo per la missione Agenda. Entriamo nell’ospedale, troviamo la pediatria, suoniamo al campanello. Nessuna risposta. Riprova mio marito, e io lo sgrido perché c’era il cartello “Suonare una sola volta e attendere”. Ora ci trattano male! Invece questa volta rispondono e esponiamo il problema, allora ci mandano al piano di sotto, in ostetricia, e stessa trafila. Suoniamo e nessuno risponde, attendiamo pazienti… Arriva intanto una mamma, suona anche lei e questa volta le rispondono. Deve togliere i punti, le dicono di aspettare “un attimino”, la mamma si siede tranquilla e si mette ad aspettare. Mi interroga sul mei tai che indosso con Maia dentro, mi chiede da quanti mesi si può mettere il bambino, e io le ripondo che l’ho messa a pochi giorni! E continuiamo ad aspettare… Esce una mammina con l’erede di pochi giorni, con papà e nonna al seguito… Poi la porta si richiude. Riprovo a citofonare, questa volta rispondono e la signora (ostetrica? Infermiera? Puericultrice?) mi dice che bisogna aspettare la pediatra, perché solo un medico può compilare l’agenda, quindi non possono darmela loro. Se entro ad aspettare, appena arriva la pediatra mi faranno questo favore… Lascio Vera col papà e entro, chiedo di nuovo e mi dicono di aspettare nel “soggiorno”, in fondo a destra… Entro nella minuscola stanza e trovo una mamma attaccata al monitoraggio, col compagno, e io mi infilo dietro, vicina alla finestra. Dondolo la piccola nel mei tai, si sveglia, allora la allatto e passano i minuti… Tengo il tempo del dondolio con i battiti di quel piccolo spiato nella pancia, entra un paio di volte un’ostetrica a guardare il tracciato e non alza nemmeno lo sguardo, non so se non mi vede o se non vuole vedermi, ma questa cosa mi turba… Mi sento a disagio, come in trappola, non ho nemmeno preso il cellulare, ho lasciato la borsa fuori… Chiedo ai futuri genitori che ora è, mezzogiorno e venti… Urca è ora di pranzo! Tra un po’ Vera inizierà a dare i numeri…Mi faccio coraggio, oltrepasso la coppia che gioca col cellulare e mi affaccio al corridoio… Operatori sanitari non meglio specificati che vanno ognuno per la propria strada… E’ un piccolo ospedale ma lo trovo comunque alienante… Decido di rompere ancora, chiedo di nuovo, e poi ancora… Se c’è troppo da aspettare, posso tornare, ho la bimba fuori ed è ora di pranzo… La signora che prima mi aveva detto di aspettare viene presa a compassione, e telefona di nuovo alla pediatra, dicendo che l’hanno già chiamata… Parla un attimo e poi riattacca, mi dice che la pediatra finisce di visitare un paziente e arriva… La ringrazio e torno ad aspettare con maggiore speranza, vado un attimo fuori ad avvisare marito e figlia, e rientro. Torno davanti alla stanza di assistenza neonatale e dopo pochi minuti la stessa signora risponde al telefono… “Ah gliela posso dare? Non c’è bisogno di lei?”.  Insomma dopo aver messo giù mi spiega “Eh la pediatra ha detto Come faccio a compilare l’agenda se non so nulla di questo bambino?“. Mi cascano le braccia, e pensarci prima? Quindi ho aspettato per nulla? Va beh lasciamo perdere… Ascolto pazientemente la signora che mi spiega l’agenda, che mi invita ad un incontro post parto per porre domande ad un ginecologo o a una puericultrice, che mi invita a chiamare per eventuali difficoltà nell’allattamento… e finalmente posso uscire… La libertà! E sapete cosa? La povera signora che doveva togliere i punti era ancora là fuori!

Insomma, questa piccola avventura mi ha fatto pensare che, come già sapevo… più sto alla larga dagli ospedali, meglio è! :-)

Auguri, mamme!!!

domenica, 8 maggio 2011

Care mamme, oggi è la nostra festa, quindi volevo augurare a voi tutte di passarla nel migliore dei modi… Ci sono tanti modi di essere mamma, ognuna ha il proprio, ma ciò che ci accomuna tutte è l’amore per i nostri cuccioli, la volontà di fare per loro il meglio che possiamo, e la speranza che in futuro possano essere felici, ottenere quella felicità che tutti sembrano rincorrere e nessuno raggiunge mai…

Io credo che i nostri bambini possano essere felici in futuro, se possono iniziare la loro vita, vivere i loro primi anni in un’atmosfera di amore incondizionato, di comprensione, se viene loro spiegato il perché dei divieti e degli obblighi, se si cerca di renderli partecipi della vita familiare, se non li escludiamo dalla nostra vita solo perché ritenuti troppo “piccoli”. Nessuno può contare su un futuro sempre felice e soddisfacente, ma la differenza la fa il modo in cui si affrontano le prove, le difficoltà, e anche i momenti di tristezza… Per questo credo che essere dei genitori con attaccamento, come li definisce Sears, possa essere la migliore garanzia per dare ai nostri bimbi la possibilità di affrontare a testa alta quei momenti difficili… Perché sono nati in un’atmosfera protetta, o almeno ci abbiamo provato, perché hanno potuto godere del latte della loro mamma, e di tutto il calore e l’intimità di un rapporto esclusivo con la mamma e con la consolazione del seno, perché sono stati portati tanto in fascia, vicino al cuore di mamma e papà, perché hanno vissuto da vicino la vita di tutta la famiglia, perché le loro esigenze sono state ascoltate e rispettate… Per tutti questi motivi, potranno essere più facilmente degli adulti felici.

E gli auguri vanno a voi, mamme, perché tutte queste cose non sono scontate, non sono facili, non sono sempre comode, e ci costano fatica, oltre a dover spesso andare contro tutti… Grazie per la vostra tenacia, per il vostro coraggio, per la fiducia nei vostri bambini, perché così facendo stiamo cercando di creare un mondo migliore, per tutti i nostri bambini!

“La nascita estatica” con Debra Pascali Bonaro

giovedì, 31 marzo 2011

Vi inoltro l’invito a seguire questo workshop che si terrà a giugno in Valle d’Aosta, mi sembra davvero molto interessante!

Il percorso ha come obiettivo la comprensione di come

la gravidanza, la nascita e l’allattamento siano parti

integranti della sessualità femminile.

Dimostrare il concetto di nascita

estatica e piacevole aiutando la Donna ad accrescere

la fiducia nel parto, esplorandone nuove possibilità.

Descrivere i criteri per un parto piacevole. Imparare

tecniche di conforto. Condividere, danzare ed esplorare la

Nascita Estatica.

Workshop Debra – Pila

Volantino Debra – Aosta

Vizi e capricci…

venerdì, 25 febbraio 2011

Sto leggendo, nei pochissimi momenti liberi che ho, il libro di Alessandra Bortolotti “E se poi prende il vizio?”, che porta questo titolo ironico… E da lì mi è venuto in mente di scrivere qualcosa su questo argomento, perché penso che sia sempre molto attuale… Secondo me, i vizi sono degli adulti e i capricci non esistono. Queste due parole, invece, sono sempre riferite ai bambini. Chissà perché? Perché forse non sanno spiegare bene alcuni dei loro bisogni, o le loro esigenze in quel momento, o anche quando lo fanno, queste richieste non collimano con la disponibilità dei genitori o di chi si cura di loro… Ed ecco che le richieste e le espressioni di bisogni diventano capricci, o appunto vizi…

I vizi quali sarebbero? Quello di essere preso in braccio, di essere allattato a richiesta, di dormire con la mamma e il papà, di essere portato invece che stare nel passeggino… Insomma, tutte le prime necessità di un neonato, e del bambino più avanti… perché mica basta assecondare il neonato di un mese in queste cose, loro ce lo chiedono molto più a lungo! Però, già dopo pochi giorni che il bambino è con noi, diventa “furbo” se piange appena viene adagiato nella sua bellissima e costosissima culletta, o se richiede di essere allattato prima che siano trascorse le fatidiche 3 ore dei manuali di puericultura, o se si addormenta beato nella braccia di mamma e protesta quando si sveglia e non si trova più lì… Di solito sono i nonni che iniziano a dire che quel bimbetto prenderà questi spaventosi vizi, e le mamme rimangono spaventate da queste profezie… Ma se ascoltassero il loro cuore, saprebbero che questi non sono assolutamente vizi, ma appunto esigenze di sopravvivenza per i nostri cuccioli! E se dessimo retta per prima cosa al nostro istinto e a ciò che ci sembra giusto, senza tenere conto delle interferenze delle altre persone, faremmo tutte queste cose che ci chiedono i nostri piccoli, semplicemente perché sono le cose giuste da fare! Parlo di “cuccioli” apposta, per ricordare, come fa Gonzales nel suo bellissimo “Besame mucho”, che i nostri bimbi sono ancora “preistorici”, ossia non sanno che sono al sicuro anche nelle loro cullette, che sopravviveranno anche se la mamma non la sentono lì accanto, perché non ci troviamo più nelle foreste o in qualsiasi altro posto dove le belve feroci possono arrivare da un momento all’altro… Questo no, ma non riesco neanche ad affermare con certezza che quindi le loro “paure”, se così vogliamo chiamarle, sono assurde… Siamo davvero certi che se la mamma non dorme lì accanto i piccoli sono davvero sicuri come quando la mamma c’è? Siamo sicuri che con la mamma un po’ più lontana, nessuno può portarli via? A pensarci bene, i nostri bambini sono ben più saggi di noi, perché non è proprio la stessa cosa, per esempio, essere alla mercé di tutti in una carrozzina, o essere stretti e ben protetti nella fascia, a contatto col cuore di mamma… Lì non arrivano sguardi e mani di estranei, lì no davvero!

I capricci, invece, sono intesi come le manifestazioni incomprensibili che talvolta i bambini mettono in atto… Incomprensibili oppure che richiedono all’adulto di fare qualcosa che non vuole fare… E quindi sono capricci di quel bambino… In questa parola sono racchiusi tanti di quei comportamenti che è difficile specificare, ma diciamo che viene usato questo termine molo spesso, ogniqualvolta il bambino non va incontro a ciò che si aspetta l’adulto… Il bambino fa capricci quando si mette a piangere per non fare una cosa, per fare una cosa, per avere degli oggetti, un cibo proibito, quando protesta perché non vuole andare a dormire, quando non vuole accontentare delle richieste dei genitori… Mia figlia non fa mai i capricci. Questa affermazione la faccio senza alcun dubbio, semplicemente perché non credo che questa parola possa essere usata per i bambini. Quindi non crediate che mia figlia non faccia tutte queste cose che ho appena elencato, perché al contrario, come tutti i bambini, anche noi ci cadiamo spesso! La differenza è che io non riesco a pensarli come capricci, cambia il punto di vista insomma… pensarli come capricci significa pensare “Mia figlia si sta comportando così per farmi un dispetto, per complicarmi la vita, solo perché è cattiva/furba/manipolatrice e non ha ragioni valide per farlo, quindi devo liquidare la cosa dall’alto in basso, perché dietro non c’è nessun senso da capire”. Se invece si cambia il punto di vista, e si pensa che tutti i comportamenti dei nostri bambini hanno un significato ben preciso, hanno un senso, e anche se noi non lo capiamo loro vogliono dirci qualcosa, beh le cose cambiano… Non credete? Quello che ho imparato finora è che i bambini sono bravissimi a comunicare, fin da piccolissimi, e purtroppo siamo noi che spesso non vogliamo/possiam capire… Mica perché siamo cattivi, ma a volte per stanchezza, a volte per altri pensieri che abbiamo in testa, e per mille altri motivi anche molto validi… Ma i nostri bimbi sono lì che ci stanno dicendo che hanno bisogno di noi, che sono stanchi, che hanno voglia della nostra completa attenzione, che si sentono messi da parte anche solo perché abbiamo fatto 3 telefonate, che vorrebbero qualcosa e non sanno come chiederlo… Se ci poniamo in atteggiamento di ascolto, togliendoci dalla mente che quelli sono capricci, riusciremo sempre più facilmente a capire che cosa ci sta comunicando il nostro bambino, di che cosa ha bisogno, e soprattutto cosa possiamo fare noi… Certo, ci sono occasioni in cui il pensare può venire solo dopo, magari quando c’è un pericolo e la prima reazione deve essere quella di mettere in salvo il piccolo… Ma dopo si deve poter capire che cosa voleva dirci nostro figlio, perché un senso c’è sempre, anche quando non riusciamo a capirlo…

Essere genitori significa mettersi continuamente in gioco, in discussione, e anche se non siamo sempre disponibili a farlo immediatamente, dobbiamo ai nostri figlia questa onestà… E’ troppo facile liquidare i comportamenti “sgradevoli” come capricci, e non aiuta affatto al miglioramento della situazione… perché a comunicazioni non accolte ne seguiranno altre dello stesso tipo, innescando un circolo vizioso in cui il bambino si sentirà sempre più incompreso e il genitore sempre più deluso. Invece, dando significato e cercandolo insieme al bambino quando non è immediatamente comprensibile, aiuterà il bambino ad esprimersi sempre meglio, senza bisogno di scenate, e l’adulto a cercare di cogliere prima le manifestazioni di disagio del bimbo, e agli “avvertimenti”… e ne guadagnerà tutta la famiglia in serenità!

“Nati in casa. Le custodi della nascita raccontano”

venerdì, 4 febbraio 2011

Questo libro, uscito nel 2009, è una meravigliosa raccolta di racconti di parti in casa, ma non solo… Francesco D’Ingiullo, il curatore di questa opera, ha deciso di raccogliere 48 racconti di parti, non tutti avvenuti a domicilio, ma che in qualche modo sono legati a questa scelta: magari sono stati parti in ospedale perché c’è stato un trasferimento, o come prima tappa del percorso di consapevolezza di alcune mamme… Altri sono stati parti non assistiti, in Italia ma non solo…

Questo libro nasce dalla consapevolezza che spesso le donne che affrontano il loro parto sono molto influenzate dai racconti che sentono, e questi racconti arrivano da altre donne, quasi sempre… Così si finisce per credere che il parto sia un evento così spaventoso e difficile da affrontare, così denso di pericoli, che non si può non andare in ospedale… Ma il parto, ogni parto, è un evento così speciale nella vita di una donna, così unico e irripetibile, che l’autore ha voluto raccogliere tanti racconti per dar voce alle donne, a tutte le donne che sono state raggiunte da questo appello a scrivere o a mandare il racconto del proprio parto… Come dice l’autore stesso: “… un grido a volte di rabbia, a volte di gioia che si vuole a tutti i costi condividere; perché è come quando si scopre una bella cosa che tutti possono avere facilmente, ma questa viene ignorata. …”.

Clara Scropetta, collaboratrice di Michel Odent e mamma per 3 volte, scrive un bellissimo intervento, prima dell’inizio dei racconti, sul modo in cui le donne di oggi affrontano la nascita dei propri figli, del tutto indirizzate dai medici su tutti i controlli da fare, ma MAI incoraggiate e informate sulla loro intima saggezza, sulla loro assoluta capacità di mettere al mondo i propri bambini, così come lo portano in grembo per 9 mesi. Condivido in particolare queste sue  parole: “Credo e so che l’iniziazione alla maternità ha una potenzialità terapeutica dirompente, se vissuta nel pieno della propria potenza creatrice e amante”… Insomma, partorire come ci si sente di farlo, senza interferenze non richieste, può cambiare la vita ad una donna, ma questo avviene poche volte perché nella maggioranza dei casi è difficile che ciò avvenga. Piuttosto, ciò che non si dice e riconosce quasi mai, è che un parto tutto sommato “finito bene”, che sta a significare che madre e bambino sono vivi e non riportano danni fisici permanenti, può essere anche devastante per una mamma: può essere un cesareo inaspettato, un parto operativo o semplicemente con troppi interventi non necessari e invasivi, e anche se la conclusione porta gli altri a dire “E’ andato tutto bene”, perché ciò che conta è soltanto il risultato, spesso non è così. E le mamme non hanno il coraggio e la possibilità di esprimere la loro delusione, la loro sofferenza emotiva e fisica, il loro trauma subito magari per la separazione dal proprio piccolo… Insomma, credo che sarebbe importante imparare a riconoscere anche queste componenti psicologiche ed enotive nel definire un parto “bello” o no… E solo la mamma può esprimere questo giudizio sul proprio parto!

Ho avuto l’onore, il grande onore, di poter vedere pubblicato anche il mio racconto, in mezzo a quelli di tante altre donne come me, e come voi. Il mio è un grido di gioia, per come sono andate le cose e per l’esperienza fantastica che mia figlia mi ha concesso di vivere…

Voglio concludere ancora con alcune parole di Clara: “L’arte di partorire è quella di lasciarsi andare, vivere il momento anzi gustarselo proprio, in tutta l’intensità vitale che sprigiona. Non sono parole ma fatti: ogni donna ha in sé le qualità necessarie a partorire e a provare sommo piacere facendolo. L’arte di assistere al parto è meditativa. Essere piuttosto che fare. Saper stare in silenzio. Emanare pace e fiducia. Saper stare in disparte. Essere capaci del gesto minimo. … Ogni donna, ogni bambino, ogni coppia va trattata con dignità e rispetto in questo momento irripetibile e pregnante. L’ambiente in cui avviene la nascita va purificato da ogni gesto, pensiero, azione o parola che non sia puro e conscio del significato di quello che sta accandendo”.