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La tisana delle puerpere

venerdì, 24 dicembre 2010

Oggi voglio darvi la ricetta di questa tisana speciale, consigliata da Tina, un’ostetrica dell’isola di Maui, che ho trovato nel libro di Ibu Robin Lim “Dopo la nascita del bambino”. Si consiglia di bere questa tisana nei primi 4 giorni dopo il parto, sia di giorno che di notte quando ci si sveglia, e nel frattempo bisognerebbe anche attenersi ad alcune regole, che consistono sostanzialmente nel far riposare la neo-mamma, che non si dovrà occupare di nulla se non della propria igiene personale e del bambino. Certo, questo richiede che la donna abbia assitenza continua almeno per un po’ di giorni, da noi è spesso un sogno irrealizzabile, ma magari la tisana può essere comunque un qualcosa in più! L’ostetrica Tina afferma che le donne che seguono queste indicazioni finiscono le lochiazioni nella prima settimana dopo il parto, e hanno meno problemi ad allattare, sentendosi anche in gran forma.

Ecco come preparare la tisana: a 4 litri di acqua pura aggiungere una presa generosa di ognuna delle seguenti piante essiccate, e poi portare a bollore: elonia dioica, radice di liquirizia, borsa pastore, foglie di lampone (queste ultime da aggiungere alla fine, quando l’acqua si raffredda, perché il bollore riduca la loro efficacia). Tenere in infusione per almeno 15 minuti.

In alternativa alle piante essiccate, potete trovare in erboristeria le tinture di tutte queste piante, che saranno più comode per preparare una tazza alla volta di questa tisana, anche se dobbiamo dire che prepararla in grandi quantità può essere utile per non dover ripetere la preparazione ogni volta, e per averne sempre a portata di mano. Se si reperiscono le foglie fresche, queste sono ancora preferibili, e sovranno essere usate in dosi maggiori.

Come vi aiuterà questa tisana? Tonificherà l’utero, controllerà l’emorragia, promuoverà un’evacuazione regolare, faciliterà la montata lattea e darà sollievo alle contrazioni uterine. Tentar non nuoce, no? ;-)

“Il primo sguardo. Come accogliere il bambino nelle ore dopo la nascita”

venerdì, 19 novembre 2010

Ho comprato questo dvd quando aspettavo mia figlia, dopo aver capito che avevo una curiosità sulle prime ore di vita del bambino… Cosa farà? Cosa farò io? Come mi sentirò? Anche al corso pre-parto avevo espresso questi dubbi, come una domanda che mi veniva da dentro, e poterla pensare ed esprimere mi aveva fatto capire che avevo bisogno di leggere, vedere, capire qualcosa di più… Oggi, scrivendo questo post, mi è venuto in mente che forse i primi istanti di vita con un neonato mi sembravano un mistero  perché nella mia esperienza di figlia ero stata separata da mia mamma in quei primi preziosissimi istanti… Non ne ho la certezza, ma qualcosa mi dice che è andata così, perché una volta (e purtroppo ancora adesso, in molti ospedali), nonostante il parto fosse stato rapido e fosse andato tutto bene, veniva ostacolato il primo rapporto del neonato con la madre. Ancora adesso mamma e bambino vengono separati con la scusa di controlli e procedure che potrebbero tranquillamente aspettare, se tutto va bene… e la priorità dovrebbe andare proprio al rapporto mamma-bambino, che per stabilirsi nel modo migliore ha dei tempi precisi, cioè le prime due ore di vita del bambino, quando l’esperienza del parto e gli ormoni lo rendono particolarmente sveglio e ricettivo, pronto a stabilire il primo rapporto con la mamma…

Ma ora veniamo a questo dvd. L’ho guardato la prima volta quello stesso giorno che l’ho comprato, e saranno stati gli ormoni, saranno state le melodie di sottofondo, ma mi ricordo che mi sono commossa davvero! In realtà mi sono commossa davanti alla scena che ancora adesso è la mia preferita, l’attimo in cui si vede un neonato che esce dal corpo di sua madre, il momento di una nascita in casa… proprio quello che desideravo per la nascita di mia figlia! Questo dvd contiene e mostra l’intervista ad un anziano pediatra, Marshall Klaus, “collega” di Lorenzo Braibanti, Michel Odent, Frédérick Leboyer (pionieri della naturalità del parto), che parla proprio delle prime ore di vita del neonato, appena nasce e viene accolto dalla sua mamma e dal suo papà. E’ molto interessante sentire l’approccio di questo medico, che dopo anni di esperienza esprime e parla di ciò che ha capito: la mamma e il bambino sono un’unica entità, che deve essere protetta e non disturbata, per poter avviare nel miglior modo l’allattamento e la relazione d’amore tra di loro, e anche col papà.

Mentre il pediatra parla, le scene che si vedono sono quelle di travagli, di parti in casa, foto e riprese video fatte dall’équipe di Polina Zlotnik, ostetrica privata che lavora in Toscana realizzando i sogni di tante donne, assistendole nel parto in casa… Nelle immagini viene mostrato ciò di cui parla il dott. Klaus, come per esempio quando spiega che il bambino appena nato, se messo sulla pancia della mamma e lasciato stare, sa tranquillamente arrivare, nel giro di 30-40 minuti, al seno di sua madre, strisciando lentamente verso la meta, guidato dal suo istinto e dalle sue manine che odorano di liquido amniotico (odore simile a quello del seno materno)… Si vedono i piccoli che ricercano con lo sguardo le loro mamme, per conoscerle e riconoscerle dopo aver sentito per mesi la loro voce… E si respira tutta l’atmosfera di gioia, commozione e tranquillità che si respira nelle nascite in casa, senza fretta di espletare procedure e di rispettare protocolli rigidi…

Insomma, non dico di più perché secondo me questo dvd è da assaporare con gli occhi e le orecchie, si entrerà in una splendida atmosfera e se ne uscirà più sereni e più consapevoli… consapevoli che fin da subito la mamma non ha bisogno di essere indirizzata dagli operatori su come fare la mamma, come spesso accade nelle nascite al giorno d’oggi, ma deve semplicemente lasciarsi guidare dal proprio istinto e dagli occhi del suo cucciolo… Buona visione!

La valigia per l’ospedale

sabato, 9 ottobre 2010

Se la nascita di vostro figlio, per qualsiasi motivo, avverrà in ospedale, ad un certo punto dovrete iniziare a pensare a preparare la famosa “valigia”… Ma anche se rimarrete a casa per un parto a domicilio, le cose di seguito elencate potranno far comodo… C’è anche da dire che la certezza di poter rimanere a casa non si ha sempre, anche quando si pensa al parto in casa, quindi il compromesso potrebbe essere che si prepara la valigia in ogni caso (per non doverci pensare all’ultimo, in caso andasse male) e poi si spera di lasciarla lì dov’è! Insomma, che sia valigia o solo organizzazione per un parto in casa, ecco le cose che potrebbero essere utili per il vostro parto e che potrebbe essere comodo avere “raggruppate” in un posto solo, in modo che anche il vostro compagno o le ostetriche possano trovarle senza dovervi chiedere lumi in travaglio:

Per tutte (ospedale o casa):

  • tutto panno carta per asciugarsi quando si va in bagno, al posto dell’asciugamano, così si butta tutto nel wc
  • assorbenti giganti
  • 5 mutandoni che vi stiano con l’assorbente gigante (di carta o di cotone)
  • un paio di asciugamani
  • maglietta larga (in ospedale fa sempre caldo, ma anche in casa con la stufetta ;-) )
  • musica per il parto
  • macchina fotografica
  • coppette assorbilatte
  • conchiglie raccoglilatte
  • reggiseni allattamento
  • tintura madre di calendula e una bottiglietta vuota da mezzo litro (per fare il mix con la calendula da versare su eventuali lacerazioni o suture quando fai pipì, dopo il parto)
  • vestitini e accessori per il bimbo (2-3 copertine leggere, 4 magliette, 5-6 tutine, bavaglini, calzini, cappellino, pannolini lavabili)

In particolare per l’ospedale:

  • beauty case con deodorante, spazzola, spazzolino, saponetta, per sentirvi pulite e in ordine
  • caricacellulare
  • posate, tazza, bicchiere, zucchero, cibo per il travaglio e per il post parto
  • fazzoletti e tovaglioli di carta
  • sacchetti per la biancheria sporca
  • accappatoio
  • 2-3 camicie da notte aperte davanti
  • calzini antiscivolo
  • 3-4 paia calzini normali
  • ciabatte
  • vestaglia
  • piano del parto

Se avete deciso per una nascita Lotus, ricordatevi di portare in ospedale un colapasta (non penso che in ospedale possano prestarvene uno), un contenitore per metterlo dentro, del sale grosso e dei pannolini abbastanza grandi per contenere la placenta.

E ora che avete fatto la valigia, non vi resta che aspettare che arrivi il momento… quello scelto dal vostro piccolo, mi raccomando! Nel frattempo, dedicatevi a fare la maglia o ad altre attività che spengano il cervello, sembra che aiutino ad arrivare prima e meglio al lieto evento!

Intervistiamo una doula!

sabato, 11 settembre 2010

Oggi ho pensato di proporvi questa intervista che ho fatto a F., amica virtuale e doula, per riuscire a capire meglio come si colloca questa figura nel nostro mondo attuale, e che ruolo ha… Ecco qua domande e risposte:

1- Come ti è venuto in mente di fare la doula? Dalla gravidanza del mio primo figlio mi si è aperto un mondo meraviglioso, che ho iniziato piano piano ad esplorare. Innanzitutto ho scoperto un istinto sia materno che mammifero che non pensavo di avere. Con il parto ho assaporato la potenza della forza creatrice femminile e ho capito che volevo far parte di quel mondo in modo più attivo, ma non avevo ben focalizzato come-cosa-perchè. Il mio interesse era rivolto soprattutto ai bambini, non alle mamme, infatti ero molto critica verso chi non condivideva le mie stesse scelte “naturali” poiché credevo di seguire l’unica strada “giusta” per crescere mio figlio. La nascita del mio secondo figlio, invece, è stata un’esperienza molto traumatica e all’improvviso mi sono resa conto di quanto sia sbagliata l’ordinaria gestione di gravidanza e parto, delegata alla classe medica, basata su rigidi protocolli e non sulle persone. Avevo letto durante la gravidanza il libro di Ina May Gaskin “La gioia del parto” e pensavo che sarebbe stato meraviglioso avere una doula ma non sapevo se ne esistessero in Italia e ho lasciato perdere. Subito dopo il parto invece ho capito che volevo diventarlo: sentivo che l’unico modo di guarire da una così profonda ferita interiore era agire in prima persona. Il ruolo della doula calzava alla perfezione! Credo fermamente che una gravida non è un’ammalata, e affidarsi al ginecologo senza compiere delle scelte informate e consapevoli significa addentrarsi in una zona buia dove i confini della fisiologia vengono ristretti sempre più fino a sforare nella patologia. Ci si dimentica che il corpo della donna porta nel suo DNA da millenni una saggezza e una forza che sono la chiave di tutto, basterebbe riscoprire questi valori per vivere la gravidanza e il parto con serenità e grande soddisfazione. Da un lato le donne sono vittima della mancanza di informazioni corrette inerenti la loro salute sessuale-riproduttiva, e dall’altro lato la medicalizzazione routinaria di gravidanza e parto sta dissipando quel sapere ostetrico in cui la diade mamma-bambino era al centro e tutto ruotava attorno ad essa per soddisfare i loro bisogni primari.

2- Come si diventa doule? Si diventa doule quando si sente la “chiamata”. Quando le nostre esperienze di vita ci fanno capire cosa significa sorellanza e ci dicono che anche noi possiamo fare tanto per altre donne e madri, in genere scatta qualcosa, una folgorazione sulla via di Damasco. Spesso queste esperienze sono negative, come è successo a me, e diventano la molla per migliorare il mondo della nascita iniziando dal nostro piccolo un passetto alla volta. Naturalmente una doula deve essere preparata su gravidanza, parto e puerperio ma deve anche saper comunicare in maniera empatica, saper ascoltare e imparare a “sentire” con tutti i sensi. Si può studiare da auto-didatta, formarsi sul campo con l’esperienza o frequentare dei corsi. Personalmente ritengo importanti tutti questi tipi di formazione poiché sono complementari, nessuno esclude l’altro né si completa da sé. Ecco perché il mio percorso come doula non si potrà mai concludere. Io ho cominciato approfondendo gli argomenti che mi stavano più a cuore, perché si parte sempre dalle esperienze personali, poi mi sono iscritta alla Scuola delle Doule organizzata dall’Associazione Eco-Mondo Doula (http://www.mondo-doula.it) e ai corsi del MIPA (http://www.mipaonline.com), nel frattempo ho iniziato a dare sostegno alle mamme, ho continuato a leggere e ad aggiornarmi per mio conto. Ho seguito anche diversi seminari e conferenze (tenuti da ostetriche come Ibu Robin Lim, o ginecologi come Michel Odent, o a cura di associazioni come La Leche League, e molti altri) ed ogni esperienza è un tassello che si aggiunge, oltre ad essere una grande opportunità di crescita personale.

3- Quali sono le caratteristiche che secondo te dovrebbe possedere una doula? Ogni donna può essere una doula, sicuramente ogni mamma lo è già in essere. Una brava doula ha grande fiducia nelle donne, non giudica, non dà consigli, non sceglie per lei, semplicemente sta affianco a quella donna e capisce i suoi bisogni, sa ascoltare, sa infondere serenità, sa tirare fuori le gioie e le paure, sa accoglierle, sa essere empatica e sa “sentire” con tutti i sei sensi.

4- Quali sono le funzioni della doula in gravidanza, durante il parto e nel puerperio? Una doula è un’amica. Il suo ruolo è esserci quando la donna ha bisogno.
Durante la gravidanza può informare la donna a 360° e aiutarla a fare le sue scelte, la sostiene nei momenti di sconforto, le infonde fiducia e serenità, sa aiutarla a mettersi in contatto col suo corpo e ad interpretarne i segnali favorendo una comunicazione profonda col bambino, può coinvolgere anche il papà a vivere l’attesa o ristabilire l’equilibrio di coppia.
Durante il parto la doula è una persona di riferimento, un’amica fidata che custodisce tutti i desideri della donna (da ciò che vuole o non vuole per il suo parto, alle prime cure neonatali, alle sue preferenze di cibi/musica/ecc.) ed è pronta a soddisfare i suoi bisogni (mangiare, bere, muoversi, fare un bagno caldo, ricevere un massaggio, avere una parola di incoraggiamento o sentire semplicemente la sua presenza invisibile). Inoltre la doula è una specie di supervisore: fa da filtro tra la donna e il resto del mondo così che la donna non debba preoccuparsi di nient’altro che di se stessa, con piccoli ma essenziali accorgimenti mantiene l’ambiente intimo e riservato, controlla che non ci siano elementi di disturbo che potrebbero allungare e complicare il travaglio.
Subito dopo il parto mantiene l’ambiente protetto, cercando di preservare la sacralità dell’evento e che l’imprinting non venga disturbato, favorisce l’avvio dell’allattamento al seno, si occupa di aspetti pratici (specie se la donna ha partorito a casa, come sistemare la stanza, rifare il letto, preparare uno spuntino, ecc.).
Durante il puerperio e oltre la doula dovrà sintonizzarsi nuovamente sui bisogni contingenti di quella mamma: dà sostegno nell’allattamento al seno, la aiuta a focalizzarsi sui bisogni primari del suo bambino, ascolta il racconto di parto, la sostiene emotivamente, aiuta a sistemare la casa e nella gestione dei nuovi ritmi, ecc.

5- In Italia questa figura che ruolo ha? In Italia non è una figura legalmente riconosciuta. Il suo ruolo è di non far mai sentire la donna da sola nel delicato periodo che va dal concepimento ai primi mesi di vita col bambino. La doula riempie un gap che le tradizionali figure professionali (ginecologo, ostetrica) non sanno o non possono colmare. E’ un esempio di continuità assistenziale che ha come obiettivo il benessere della donna. Copre un ruolo che idealmente dovrebbero avere le ostetriche oppure le donne della famiglia (mamma, sorella, zia, amiche) ma che nella pratica non è realizzabile: da un lato le ostetriche sono spesso impossibilitate nel farlo (turni di lavoro, mancanza di personale, problematiche gestionali), dall’altro lato nella nostra società la famiglia ha perso il suo ruolo di “clan” dove le donne si prendevano cura della partoriente e sapevano come comportarsi durante il parto e il puerperio, ora i familiari sono spesso percepiti come presenze incombenti, se non invasori, in un territorio troppo instabile dove lo stesso compagno non è di solito preparato a sostenere e assistere una donna che diventa madre.

6- Ci racconti un’esperienza che ti è rimasta particolarmente nel cuore? E’ molto difficile raccontare “una” esperienza particolare perché per raccontare un fatto significativo dovrei spiegare una serie di retroscena troppo complessi. Nulla succede mai per caso e la bravura di una doula sta proprio nell’attingere da ricordi ed eventi della vita di quella donna per cogliere l’essenza di un comportamento, quindi capire il suo bisogno e poterlo soddisfare.
Tutte le esperienze fatte mi sono rimaste nel cuore, perché tutte le donne che ho incontrato mi hanno trasmesso tantissimo in termini di umanità, forza, sensibilità. Ogni nascita è una ri-nascita personale, un turbinìo di emozioni che sedimenta e compatta, rende forti e risana antiche ferite. Sarebbe davvero impossibile per me scindere persone ed avvenimenti. Quindi senza scendere nei dettagli racconto solamente un piccolo aneddoto.
Recentemente ho seguito una mamma durante la sua gravidanza. Abbiamo fatto un bel lavoro per accogliere le sue paure (era segnata da esperienze molto forti) e la consapevolezza nelle sue capacità cresceva giorno dopo giorno insieme alla sua pancia. Dulcis in fundo decide di partorire in casa.
Poco tempo dopo, quando ci risentiamo, mi ringrazia infinitamente e mi spiega che nel frattempo ha acquisito talmente tanta fiducia nel suo corpo e così tanta consapevolezza che ha maturato l’idea di partorire addirittura da sola, senza alcuna assistenza. Vuole vivere l’esperienza nella sua purezza primordiale, nell’intimità più totale assieme al suo compagno. E quindi non le servirà più la doula per il parto! E’ un esempio estremo che dimostra come sia importante per una donna in attesa esteriorizzare e capire a livello prima emotivo e poi razionale quello che già sente dentro di sé. In questo caso non potevo e non poteva fare di meglio!

Bene, grazie mille F., facciamo tanti auguri a questa mamma perché possa realizzare il suo sogno! E grazie per averci illustrato un po’ meglio il ruolo di questa magica figura della doula! Buon lavoro!

La tintura madre di Calendula

sabato, 28 agosto 2010

La tintura madre di Calendula (Calendula officinalis) è una pianta comunissima, riconoscibile dal bellissimo e caratteristico colore dei suoi fiori, arancioni o gialli con forma di simile a quella della margherita. Ho conosciuto gli usi della TM di calendula in gravidanza, sempre grazie alle mie ostetriche, e ho molto apprezzato le sue proprietà nel post parto!
Per cosa si usa? Come uso interno, la calendula (tintura madre o anche macerato glicerico) è utile per alterazioni del ciclo mestruale, perché
aumenta le mestruazioni scarse e diminuisce le abbondanti, o come immunostimolante. Come uso esterno, può essere usato come antiinfiammatorio locale e antiarrossante, poichè i principi attivi presenti hanno ottimi effetti su una grande quantità di malattie della pelle, dall’acne ai geloni.
La tintura madre di Calendula viene anche indicata per arrossamenti e infiammazioni della cute di qualsiasi origine (a me è stata molto utile per l’infiammazione vaginale dopo il parto, dovuta ai punti). Generalmente ben tollerato dalle mucose, è molto indicato anche per gli eritemi da pannolino della prima infanzia.
L’estratto di pianta fresca di foglie e fiori di Calendula attiva le proprietà antiinfiammatorie, lenitive e cicatrizzanti. Le foglie della calendula a differenza del fiore vengono considerate tossiche.
Per la presenza di caroteni, la calendula viene anche indicata come protettivo contro i danni dei raggi solari sulla pelle.
Come si usa? Uso interno: 30-40 gocce 3 volte al dì in acqua. Uso esterno: una soluzione al 20% in acqua sterile . Voglio aggiungere che ho usato la TM di calendula anche per disinfettare il moncone del cordone ombelicale della mia bimba, invece di usare altri disinfettanti: immergevo un cotton fioc nella TM e lo passavo sul moncone, visto che dalla pelle passa tutto preferivo quello a qualsiasi altro disinfettante!

Insomma mi sembra un rimedio che può essere utile in molte occasioni, specialemente nella vita di una donna e mamma, quindi meglio averne sempre un po’ in casa!

Gli stati comportamentali del neonato

venerdì, 16 luglio 2010

I nostri piccoli, appena nati, attraversano nell’arco della giornata 6 stati comportamentali, che può essere importante conoscere per comprendere a fondo i segnali che ci invia il nostro piccolo. Infatti, nei primi tempi è fondamentale che siate voi ad adattarvi al vostro bambino, e non viceversa. Se saprete decifrare bene i suoi segnali, sarà più facile individuare i momenti giusti per fare ogni cosa: mangiare, giocare, dormire.

Il primo stato è quello del sonno profondo: il bambino dorme immobile, col viso rilassato, gli occhi chiusi, il respiro lento e regolare; se anche c’è un rumore mediamente forte nella stanza, non si sveglia.

Il secondo stato è quello del sonno attivo: il bambino dorme ancora ma si può muovere, ha gli occhi chiusi ma al di sotto delle palpebre si vede che gli occhi si muovono (sonno R.E.M.); può fare delle smorfie o succhiare come se avesse il seno in bocca, può emettere dei versi e il suo respiro è irregolare; reagisce agli stimoli (rumori, movimenti).

Dal sonno attivo si passa al dormiveglia, in cui il bambino si muove lentamente, magari stirandosi o succhiandosi il pugnetto, ha gli occhi semi-aperti o aperti con sguardo sognante; il viso è espressivo, può fare smorfie o sbadigli, piagnucolare; ha il respiro irregolare e reagisce agli stimoli. Questa fase può essere il momento di transito verso un’altra fase di sonno attivo o verso il risveglio completo… cercate di capire che cosa vuole fare il vostro piccolo.

Se si sveglia, si trova ora in fase di veglia tranquilla, in cui gli occhi sono aperti e attenti, alla ricerca di uno sguardo, fa movimenti finalizzati, ha il viso rilassato e può imitare le espressioni dei genitori. Emette dei suoni, reagisce agli stimoli e il respiro è regolare. Quando è molto piccolo, questa fase dura molto poco, ma va aumentando con la crescita del bambino.

Si passa poi alla veglia attiva: il piccolo si muove in modo scoordinato, può fare degli “scatti”, può avere il corpo e il viso contratti, può sussultare (le braccia vengono tese all’infuori e la schiena si inarca); gli occhi sono aperti ma “distratti”, il respiro è irregolare, il bambino è “agitato”.

Subito dopo si arriva alla fase del pianto, in cui i movimenti sono scoordinati, l’espressione è contratta, il viso è pallido o rosso, gli occhi sono serrati o spalancati, il respiro è molto irregolare e ci possono essere apnee e singhiozzi; il bambino può piangere con o senza lacrime.

Osservando attentamente i vostri piccoli riuscirete senza problemi a cogliere il succedersi di questi stati, e così saprete sempre cosa aspettarvi per ciò che riguarda il sonno, i risvegli, la pappa… Buone osservazioni!

Ascolta il tuo piccolo!

giovedì, 8 luglio 2010

È difficile, i primi tempi dopo la nascita del proprio bambino, riuscire ad ascoltarlo veramente. Ricordo che i primi giorni da mamma non sono stati facili; a causa dei problemi che avevamo con l’allattamento, ogni volta che la bambina piangeva, anche io mi trovavo con un gran senso di ansia, e se mi svegliavo sentendola piangere (perché stranamente ero riuscita ad addormentarmi!), mi svegliavo spaventata e disorientata, col batticuore. Avevo paura di non riuscire a capirla, a soddisfare i suoi bisogni, e a volte mi prendeva il panico. Poi, dopo i primi giorni, abbiamo imparato a conoscerci meglio, ad ascoltarci vicendevolmente, e tutto è andato meglio.

È anche difficile riuscire a capire quale sia il motivo del pianto del bambino: sarà fame, caldo, sonno o cosa? Le mie ostetriche, il giorno che è nata mia figlia, mi avevano detto questo: “Quando piange, attaccala al seno. Se non ha fame, prova a cambiarla. Se piange ancora, attaccala di nuovo al seno!”. E devo dire che ho trovato molto utile questo consiglio. In effetti, all’inizio il neonato soddisfa molti dei propri bisogni al seno, non solo fame e sete ma anche compagnia, affetto, calore, sonno… Se continua a piangere, può darsi che abbia caldo o freddo, che sia troppo stimolato o che si annoi (sì, anche i piccolissimi si annoiano!): provate a verificare un po’ tutte queste cose, e sono sicura che prima o poi troverete la vostra risposta. In ogni caso, se funziona, proponete il seno senza paura che il bambino possa “viziarsi” o avere altri problemi… Ci sarà tempo, più avanti, per altre modalità di comunicazione che escludano il seno, ma all’inizio è fondamentale dare al piccolo la sicurezza del suo porto sicuro, le braccia della mamma e il dolce latte che sgorga da lei!

Ma la cosa fondamentale, secondo me, è proprio dare importanza ad ogni manifestazione del bambino. Se il tuo piccolo piange, ha certamente una ragione per farlo. Quindi, se anche il seno o il cambio del pannolino non eliminano il suo disagio, e hai provato di tutto, continua a tenerlo in braccio e a dirgli che non capisci come aiutarlo, ma che tu starai con lui finché non starà meglio. Non lasciarlo mai solo. I bambini ascoltati e accolti anche nei momenti più difficili imparano prima a mostrare in modo efficace le proprie esigenze e bisogni, e non piangono tanto come quelli che invece vengono lasciati a loro stessi: così saprai per certo che quando il tuo bambino piange ti vuole comunicare una cosa importante e ha bisogno di te, e lui imparerà che è una persona importante e degna di considerazione, crescerà sentendosi amato e avrà fiducia in se stesso.

La sicurezza del parto in casa

lunedì, 21 giugno 2010

La prima cosa che mi viene detta quando dico di aver partorito a casa è questa: “Ah sì? Che coraggio!”. Da questo capisco che siamo ancora molto lontani da società come l’Olanda, dove il parto in casa è la norma e in ospedale vanno a partorire solo quelle donne che hanno dei problemi di salute. Il coraggio non c’entra, se mai si può parlare di consapevolezza, di fiducia, di determinazione. Queste qualità forse sono necessarie per affrontare questo percorso, ma il coraggio no. Il coraggio implica che tu stia facendo qualcosa di pericoloso, mentre invece il parto in casa, se ci sono le condizioni per poterlo effettuare, è la scelta meno pericolosa, mentre invece può essere rischioso il parto in ospedale. Se si conosce bene come funziona il nostro corpo, soprattutto in travaglio, se ci si affida a persone competenti, se si è in contatto col proprio bimbo e se tutti i parametri per una gravidanza fisiologica sono rispettati, allora il parto in casa è la scelta più sicura. Dirò di più: forse è più sicuro del parto ospedaliero anche in tante occasioni che non sono considerate “fisiologiche”, ma questo è un mio pensiero. Quindi, nessun coraggio. Anzi, secondo me bisogna essere impavidi per decidere di partorire in ospedale quando tutto va bene… è come entrare nella tana del lupo! Se vi chiedete come si possa avere certe garanzie, come per esempio cosa si fa se il bambino appena nato ha dei problemi, beh io credo che per i problemi risolvibili si possa fare in tempo ad andare in ospedale al minimo segnale (anche per questo le persone a cui ci si affida devono essere molto competenti), mentre per i problemi che non si possono risolvere… beh, sarebbe lo stesso essere in ospedale, non cambierebbe molto. Nei film, quando una donna partorisce, succede sempre un imprevisto, un qualcosa per cui c’è un’emergenza, ma nella realtà non è così, un parto indisturbato è qualcosa di molto tranquillo e soprattutto tranquille sono e devono essere le persone che vi assistono. Io ho sempre pensato che, se fosse successo qualcosa a mia figlia durante il parto e non avessimo potuto aiutarla, lo avrei accettato ancora di più essendo a casa, perché avevo comunque cercato di regalarle la nascita più serena possibile. Le emergenze e i drammi esistono, ma lasciando fare al proprio corpo, senza scadenze, pressioni, interferenze inutili e dannose, questi vengono limitati al massimo. Se poi succede comunque qualcosa di irreparabile, non credo che sarebbe diverso in ospedale. Quello che è diverso, sicuramente, è che nella propria casa vengono rispettate tutta una serie di condizioni che fanno sì che la nascita si compia nel modo migliore possibile, e di conseguenza nella maggior sicurezza possibile.

L’ostetrica ti darà la disponibilità a seguire il tuo parto se il travaglio partirà a termine, cioè tra la 37esima e la 42esima settimana, sarà disponibile telefonicamente in qualsiasi momento per consigli e rassicurazioni, e quando sarà il momento verrà a casa tua e sarà una presenza costante ma non invadente. Rispetterà i tempi del tuo travaglio, i tempi del tuo corpo e del tuo bambino; non ti farà pressioni non necessarie perché sa che sono controproducenti e assolutamente inutili; controllerà il battito del tuo bambino per assicurarsi che stia bene; ti starà accanto cercando di alleviare il tuo dolore con massaggi o consigli pratici, e senza parlare, se non per le cose strettamente necessarie. Ti sarà accanto quando sta per uscire il bambino, con pazienza e senza quell’ansia tipica degli ospedali, dandoti sostegno in questo momento di passaggio e aiutandoti ad accompagnare fuori il bambino senza lacerazioni. Ti aiuterà ad accogliere il tuo piccolo nelle tue braccia e sul tuo petto, ancora attaccato al cordone, in quel primo istante di infinità in cui tu e lui vi guardate negli occhi e vi riconoscete… Controllerà che il bambino stia bene e che i suoi parametri vitali siano soddisfacenti, ma senza “torturarlo” con pratiche fastidiose e inutili. Ti lascerà sola con la tua nuova famiglia a fare conoscenza, anche per ore, e poi ti aiuterà ad allattare il tuo piccolo per la prima volta. Ti ricorderà che il parto non è ancora concluso perché la placenta è ancora dentro di te, così ti aiuterà a farla uscire. Se vorrai, ti spiegherà come mettere in pratica la nascita Lotus, o se no taglierà il cordone solo dopo che avrà smesso di pulsare. Se ne avrai bisogno, cucirà eventuali lacerazioni e ti spiegherà qualche trucco per evitare fastidi nel post partum. Nei giorni seguenti, verrà a visitarti ogni giorno per vedere se tutto sta precedendo bene, e saprai di poter contare su di lei per ogni minima incertezza. Non potreste avere assistenza migliore, soprattutto nel post partum, e non vi sentirete sole e abbandonate come accade spesso alle mamme che partoriscono in ospedale e che, una volta a casa, non hanno nessuno a cui rivolgersi per eventuali dubbi.

Dal punto di vista pratico, avrai solo bisogno di trovare un’ostetrica che ti accompagni in questo percorso. Il mio consiglio è di cercarne una all’inizio della gravidanza, ma anche se siete un po’ avanti provate lo stesso, se avete improvvisamente deciso che l’ospedale non fa per voi. Dovrete cercare un po’, forse, perché un’ostetrica assomiglia più ad un’amica che a un medico, non è che una vale l’altra! A parità di professionalità e competenza, ce ne sarà una che magari non vi convince anche se non sapete spiegare il perché, e una che a pelle vi piace molto… beh, naturalmente scegliete la seconda! Dovrete creare con lei un legame di fiducia, di amicizia, di confidenza tale per cui possiate affidarvi a lei per qualsiasi cosa durante la gravidanza e il parto… e se non è la persona giusta sarà molto difficile. Quindi non vi fermate alla prima persona che incontrate, valutate bene la vostra scelta.

Per quanto riguarda il costo, mi sembra che vada dai 1000 ai 2000 euro; in alcune regioni italiane viene rimborsata una parte della spesa dalla Regione, ma comunque è una spesa importante. Beh, pensate che ne vale davvero la pena, perché vi assicurate un’assistenza migliore di qualunque altra, e in questo modo potrete dare a vostro figlio e a voi stesse la nascita più tranquilla possibile.

Per partorire a casa non sono necessarie molte cose, e comunque la persona che vi seguirà vi fornirà un elenco dettagliato. Per accennarvi… saranno necessari dei nylon, delle lenzuola, degli asciugamani, una borsa dell’acqua calda e una del ghiaccio, una torcia, una stufetta, se volete della musica, dei cuscini… Vedrete che emozione mettere insieme tutte queste cose in vista del parto!

Insomma, credo che molte mamme sceglierebbero di far nascere il loro piccolo tra le mura domenstiche se solo se ne parlasse un po’ di più, perché se si dà retta a ciò che ci dice il cuore (e la pancia!), facendo tacere le ansie e le preoccupazioni che spesso le altre persone ci mettono, questo modo di vivere la nascita è quello che più si avvicina ai desideri delle future mamme: avere il proprio spazio conosciuto, poter vedere rispettati i propri tempi e sapere di poter avere piena fiducia nel proprio corpo. Queste sono anche le condizioni che rendono il parto maggiormente sicuro. Dopo un parto in casa (o potremmo dire un parto indisturbato, anche se in ospedale), la donna si sente forte, perché sa di aver partorito solo con le sue forze, seppur con l’aiuto di altre persone in certe fasi del parto. E credetemi, questa consapevolezza è fondamentale, fa stare veramente bene e spesso può cambiarvi la vita!

Il delicato periodo del puerperio

giovedì, 25 marzo 2010

Il puerperio è quel periodo di tempo che inizia con la nascita del vostro piccolo, e finisce… beh, questo è più difficile da dire! Qualcuno ha detto che la gravidanza dura 9 mesi, e il puerperio dura tutta la vita! Io credo che ci sia un fondo di verità in questo, comunque diciamo che di solito il puerperio riguarda le prime sei settimane di vita del bambino, insomma i famosi primi 40 giorni.

Dal punto di vista ormonale, possiamo dire che con l’eliminazione della placenta, e quindi nel giro di 24 ore dal parto, gli estrogeni e il progesterone, prodotti in grande quantità durante le ultime settimane di gravidanza, calano drasticamente. Questo porta spesso alla sensazione di tristezza e di “stranezza” che si prova nei primi giorni, anche se non ci sono motivi evidenti che possano portare a ciò: il parto è andato bene, l’allattamento non presenta particolari problemi, il bambino e la mamma stanno bene. E’ interessante notare come l’arrivo del latte, intorno al terzo giorno (prima il seno produce il preziosissimo colostro), sia collegato alla sensazione di tristezza (baby blues); esiste infatti anche il detto che “dare libero sfogo alle lacrime favorisca l’afflusso del latte”. Spesso, con l’arrivo della montata lattea, la mamma sente arrivare una grande potenza, una forza che la fa sentire in grado di prendersi cura di sé e del nuovo bambino, oltre che dell’intera famiglia. E’ importante, però, sapere che se in questo periodo non si rispetta il bisogno del corpo di un grande riposo, possono insorgere dei problemi come ingorghi mammari, prolassi uterini, infezioni, … Nella nostra società, alcune settimane dopo il parto le mamme si sentono “in difetto” se non sono ancora tornate come prima, se ancora non ce la fanno a mandare avanti la casa da sole, se sono “ancora” stanche. Non dimentichiamoci che in molte altre società, per le prime 6 settimane dopo il parto, le madri possono solo occuparsi delle cure del bambino e del suo nutrimento, mentre altre persone pensano a tutto il resto. Fisicamente, è proprio questo l’intervallo di tempo che impiega l’utero a tornare alla forma, la misura e la posizione  di prima della gravidanza.

Emotivamente, le prime settimane di vita del vostro bambino sono così ricche e variegate che è difficile riuscire a descriverle. Ci saranno momenti di intensa tristezza e di stanchezza, altri in cui la gioia di avere vicino il vostro bambino sarà tanta che vi sembrerà di non poter desiderare altro dalla vita. L’elemento comune sarà il provare emozioni molto forti, quasi esagerati a volte, ma voi saprete che questo momento nella vita di una donna è davvero speciale, e potrete provare tenerezza nei vostri confronti… Insomma, diventare mamma non è una cosa da niente, ci stanno anche sentimenti molto forti e a volte un po’ pazzerelli! Probabilmente avrete voglia di ripensare al parto, a tutto ciò che è accaduto, al vostro ingresso nel mondo delle madri, e vi farà bene parlarne con la vostra ostetrica o con qualche amica che sappia ascoltare.

Da quando abbracciate per la prima volta il vostro bambino, se darete ascolto alla parte più spontanea di voi, potrete contare sulla saggezza a cui le mamme si affidano da sempre, il vostro istinto. Esso vi guiderà in ogni momento, sarà presente in ogni vostra cellula, e saprà aiutarvi nei momenti di difficoltà, così come nella vita di tutti i giorni con il vostro piccolo. Così come il vostro corpo sa partorire, il vostro istinto sa occuparsi perfettamente della vostra creatura, fidatevi più di lui che delle voci di nonne, zie e pediatri!

Più che mai, in questo primo periodo avete bisogno di calma e tranquillità, e di trascorrere del tempo con il vostro bambino. Spesso si usa andare a trovare la neo-mamma portando omaggi al nuovo nato, ma se potete cercate di limitare le visite in quantità e durata, posticipandole alle settimane successive. Se date ascolto al vostro corpo, vi renderete conto che queste visite vi stancano molto, vi prendono energie che dovreste rivolgere solo alla cura del vostro bambino, e vi distraggono da lui. Dopo essere stati uniti per 9 mesi, lui ha ancora bisogno della vostra completa attenzione, delle vostre braccia e del vostro pensiero, in modo totale, e anche voi ne avete necessità. Piuttosto che ricevere visite, potete rimanere nella vostra stanza a riposare, mentre gli ospiti con cui siete più in confidenza vi possono onorare portando dei doni speciali: pulire il bagno, cucinare qualcosa, stirare o fare qualche lavatrice. Questi sì che sono regali magnifici per una neo-mamma! Se potete, chiedete a qualcuno di “filtrare” le visite, limitandole a quelle che veramente vi fanno piacere e che non vi stancano, ma rimandate le altre. Vedrete che gli ospiti capiranno! Le neo-mamme, come le donne in gravidanza, sono sempre scusate. E anche se non fosse, non è un vostro problema!

Se non avete parenti disponibili, fatevi aiutare da amiche che possano rendersi veramente utili, o se non potete contare nemmeno su di loro, affidatevi ad una doula: le doule sono delle donne che si occupano delle madri e delle loro famiglie, nel periodo tra la gravidanza e il puerperio. Anche in Italia sono sorte delle scuole che preparano le donne a questa bellissima professione, cercando bene forse ne troverete qualcuna nella vostra zona. (http://www.mondo-doula.it/)

Insomma, questo importante primo periodo di conoscenza col bambino può essere vissuto nel modo migliore possibile, se riuscirete a delegare agli altri quasi tutto ciò che esula dalla cura del bambino, e se riuscirete a dedicarvi totalmente a lui, tranne quando avete bisogno di dedicarvi a voi stesse e al vostro corpo. Fate le cose con calma, chiedete aiuto, pensate che questo periodo è fondamentale per conoscere il bambino che avete avuto dentro per 9 mesi, per avviare bene l’allattamento, per riprendervi perfettamente dalle fatiche della gravidanza e del parto. Se nelle prime settimane riuscirete a riposarvi abbastanza, potrete affrontare con maggiore energia la vita dei mesi successivi con i vostri piccoli, che diventeranno sempre più impegnativi!

Allattamento: il nostro difficile inizio

martedì, 16 marzo 2010

Vera era nata, in casa, come avevamo tanto sperato e desiderato… Era andato tutto bene, pesava 3,490 kg ed era lunga 53 cm. Dopo circa un’ora dalla nascita l’ostetrica mi aveva aiutata ad attaccarla al seno. Aveva visto che c’era già il colostro, la bimba sembrava attaccarsi bene, quindi era tutto a posto! Peccato che io, fin da subito, avevo subito provato dolore, troppo secondo me, ma loro dicevano che la posizione dell’attacco era corretta, che all’inizio faceva un po’ male e quindi cercavo di pensare positivo. Il parto era andato così bene, perché l’allattamento doveva andare male?

Vera era nata alle 6 di mattina di venerdì (4 aprile 2008), le ostetriche se ne erano andate verso le 9, e sarebbero tornate la mattina dopo. Quella stessa mattina era venuto a casa il pediatra (un neonatologo) a visitare la bambina, e anche a lui avevo chiesto se l’attacco andasse bene, perché continuavo ad avere molto dolore. Aveva detto che era perfetto (!!!), e che per 10 giorni circa avrei avuto un po’ di male mentre allattavo… Dieci giorni?! Mi sembrava un tempo eterno per poter resistere, io avevo davvero tanto male! E iniziavo anche ad essere scoraggiata, mi sembrava davvero difficile poter resistere a lungo. Ogni volta che Vera si attaccava, sentivo come se milioni di aghi mi si conficcassero nel seno, e questa sensazione non variava né diminuiva nel corso della poppata. Trattenevo il respiro, stringevo i denti, piangevo sottovoce, resistevo, mi pizzicavo altrove per non sentire male al seno, ma con il solo effetto di procurarmi altri dolori.  Avevo passato tutta la giornata di venerdì a letto, senza poter dormire, ad ammirare la mia piccola creatura e ad allattarla, in questo modo. A sera ero già distrutta, ricordo che avevo pianto perché non ce la facevo… Non ricordo assolutamente il dolore dei punti dati per la lacerazione che avevo avuto durante il parto, ma il dolore mentre allattavo era terribile!

Il giorno dopo, sabato, erano tornate le ostetriche. Avevano visto che non avevo ragadi, ma il seno mi faceva molto male, non potevano sfiorarlo che saltavo. Mi avevano consigliato di usare la lanolina e i paracapezzoli, così mio marito era andato a comprarli mentre loro erano ancora lì. Avevo provato ad allattare Vera con i paracapezzoli, lei si era attaccata, io avevo ancora male, ma forse era leggermente più sopportabile. Peccato che, una volta uscite di casa le ostetriche, Vera non ne avesse più voluto sapere dei paracapezzoli! Avevo pensato che non sarebbe cambiato molto, tanto il dolore c’era sempre…

Nel pomeriggio avevo telefonato alla mia consulente della Leche League, perché ero molto in difficoltà, e lei mi aveva detto che se avevo tanto male significava che la bambina non si attaccava bene, che potevo provare a farle aprire bene la bocca facendole fare l’esercizio della “camminata sulla lingua”, e che nel frattempo dovevo prendere un tiralatte per tirarmi il latte e darglielo in altro modo, magari con una siringa senza ago e facendole ciucciare il dito, perché se non si attaccava bene non avrebbe neanche preso il latte che le era necessario. Finalmente avevo avuto un riscontro che mi dava ragione, non ero io ad essere strana, ma c’era davvero qualcosa che non andava! Non ricordo più perché non avevamo preso subito il tiralatte, e non ricordo altro di quel sabato. Però ricordo bene la notte che avevamo trascorso, la notte tra sabato e domenica… Avevo pianto tutte le mie lacrime, ero stremata, il dolore era sempre più forte, e in piena notte io quasi deliravo per la stanchezza e la disperazione, chiedevo continuamente a mio marito di aiutarmi, gli dicevo piangendo che non sapevo come fare, non volevo dare il latte artificiale a Vera ma stavo impazzendo per il dolore e perché non capivo che cosa stava succedendo… Verso le 2 di notte mio marito era andato a cercare la farmacia di turno, per comprare un tiralatte e del latte artificiale. Era continuata la crisi, e verso le 6 di mattina ci eravamo tutti addormentati, stremati. Appena sveglia, ero tornata alla realtà che mi terrorizzava: non sapevo se era peggio dare a mia figlia il latte in polvere e desistere, oppure provare ancora ad attaccarla… Avevo provato a tirarmi il latte, ma ne veniva poco (mio marito tra l’altro ne aveva preso uno manuale), quindi con il minimo di lucidità che ci era rimasto avevamo deciso di darle un poco di latte artificiale facendoglielo ciucciare da una siringa senza ago, usando anche il nostro dito. Quando, quella mattina, erano tornate le ostetriche, mi avevano trovata in condizioni pessime, avevamo raccontato loro la nostra nottata e ricordo benissimo che avevo detto a Giovanna: “Non so perché ho così male, ma ti giuro che preferirei partorire di nuovo subito piuttosto che allattarla”. Guardando la sua faccia avevo capito che finalmente avevano compreso che non era uno scherzo, in fondo avevo partorito da sola, sapevo tollerare il dolore, non era normale che avessi così male! Quella domenica non la avevo più attaccata al seno, mi ero tirata il latte e glielo avevamo dato con la siringa, e qualche volta le avevamo dato quello artificiale.

Il giorno dopo erano tornate le ostetriche, il mio seno era gonfio di latte e quindi me lo avevano alleggerito spremendolo con le mani; all’inizio avevo sentito un dolore tremendo, piangevo mentre Giovanna me lo massaggiava e il latte sgorgava nel bicchiere… poi andava meglio, mi ero alleggerita e le ostetriche avevano dato il latte a Vera con il bicchierino. Avevo provato ad attaccare la bambina dopo aver messo una crema anestetica che mi avevano portato le ostetriche, lei aveva succhiato, io avevo resistito ma avevo ancora dolore, nonostante la crema. Era tornato anche il pediatra a visitare Vera, aveva perso solo 100 grammi dalla nascita, e continuava a stare bene. Sentivo che anche le ostetriche non sapevano che pesci pigliare, ma mi avevano consigliato di contattare una pediatra esperta di allattamento che lavora all’Asl di Moncalieri, per andare a farmi vedere da lei. Nel pomeriggio avevo telefonato e avevo preso appuntamento per giovedì, le cose stavano lentissimamente migliorando e ora ogni tanto riuscivo ad attaccare la bimba. In realtà non era cambiato molto, forse era semplicemente la speranza di riuscire a farcela. Martedì e mercoledì erano venute a trovarmi mia mamma e mia sorella, che ancora non avevano visto la bambina, ed ero anche riuscita a fare delle foto mentre allattavo! Avevo salutato le ostetriche martedì mattina, e le avrei poi chiamate per far loro sapere della visita dalla dott.ssa. Quei giorni erano stati comunque incredibilmente faticosi, spesso non ce la facevo a tirarmi il latte sufficiente a darlo a Vera le volte che non la attaccavo, quindi ricorrevamo al LA ma ogni volta io mi sentivo sconfitta.

Giovedì mattina ci eravamo recati da questa dottoressa, nelle cui mani avevo bisogno di affidarmi, e ricordo che durante il viaggio in auto (il primo con Vera, nel suo piccolo ovetto) ero molto preoccupata, avevo paura che anche lei non capisse cosa c’era che non andava, ma allo stesso tempo ero speranzosa. Quando era venuto il nostro turno, eravamo entrati, e subito la dott.ssa mi era parsa gentile e competente. Aveva visitato Vera, vedendo che stava bene, l’aveva pesata ed ero stata contenta di vedere che aveva già quasi raggiunto il peso della nascita, era 3,450 kg. Rassicurata sulla sua salute, eravamo poi passati a esaminare il nostro problema. Osservando una poppata, la dottoressa aveva visto che Vera non apriva correttamente la bocca, e che il mio capezzolo era uscito dalla sua bocca un po’ schiacciato, così mi aveva chiesto quanto dolore sentivo da 1 a 10, e io credo di aver risposto 8. Poi aveva tenuto indietro il mento della bimba mentre poppava, facendole aprire un po’ di più la bocca, e mi aveva chiesto se andava meglio, e quanto dolore sentissi in quel momento. Andava proprio meglio, eravamo passati a 5! Ero meravigliata, poi la dott.ssa mi aveva fatto vedere alcuni modi per far attaccare la bimba (essenzialmente offrire il seno facendo aprire bene la bocca alla bimba, e usando la posizione incrociata), accertandosi che avessi capito, e ci aveva detto che per un po’ di tempo avremmo dovute tirarle indietro il mento mentre mangiava, per farle capire che doveva aprire di più la bocca, ma che la situazione non era così grave, ce l’avremmo fatta in breve tempo anche se non poteva sapere quando. Mi aveva anche consigliato di applicare comunque la lanolina anche in assenza di lesioni visibili, e di prendere del paracetamolo per il dolore, ogni 6 ore, fin quando ne avessi avuto bisogno. Sarà stato superfluo forse, ma quell’attenzione anche al mio dolore mi ha fatto sentire bene, ho capito che finalmente qualcuno aveva accolto la mia richiesta di aiuto.

Una volta a casa, ero sollevata e pronta ad affrontare i successivi giorni, “allenando” la mia piccola a poppare bene, perché ce la potevamo fare! Non sono stati giorni facili, ma anche con il grande aiuto di mio marito ce l’abbiamo fatta, sentivo sempre meno dolore, Vera apriva sempre meglio la bocca e dopo pochi giorni avevamo abbandonato anche “l’allenamento”. Finalmente riuscivo ad allattare la mia piccola senza piangere!

Al controllo della settimana successiva (Vera aveva 12 giorni) pesava già 3,700 kg, aveva preso più di 2 etti! Ricordo che le poppate non erano ancora “indolori”, ma almeno riuscivo ad allattare senza troppi problemi, e lo facevo anche fuori casa.

Era iniziato un periodo più facile di quello appena trascorso, ma ancora c’erano delle difficoltà… Vera non voleva stare al buio, non riuscivo a dormire con lei nel lettone perché appena spegnevamo la luce si svegliava, e io non riuscivo a dormire così. Oltre a ciò, volevo che almeno mio marito riposasse un po’, e quindi avevamo iniziato a dormire un po’ io e un po’ lui, a turni. Chi stava sveglio rimaneva in salotto sul divano con la piccola, che spesso dormiva, ma tenevamo una lucina accesa… Ricordo i miei bruschi risvegli quando sentivo piangere la piccola, il cuore mi batteva fortissimo, allora mi alzavo e la allattavo, stavo un po’ io con lei, e a volte ci addormentavamo insieme, io seduta sul divano e lei sul mio petto… Io ero stanca e dovevo ancora abituarmi a non dormire tante ore di seguito, ora avendo un po’ più di esperienza so che agirei diversamente, ma allora con tutte le difficoltà che avevo avuto era l’unica cosa che ero riuscita a fare! Quando la piccola aveva circa 1 mese, avevo deciso di “buttarmi”, di riprovare a dormire nel letto, perché Vera adesso dormiva un po’ di più, e quindi una sera ho deciso di andare a dormire con lei, tutti nel lettone di famiglia… e insomma lei dorme ancora lì, con la sua mamma e il suo papà!

La piccola cresceva benissimo, e potete immaginare la mia soddisfazione quando al consultorio mi chiedevano sorpresi: “Ma non è possibile, solo con il suo latte?”, io rispondevo di sì e loro ancora più stupiti! Nel corso del secondo mese erano però sorti altri problemini. All’inizio avevo cercato di minimizzare e di far finta di nulla, ma grazie alla mia doula avevo deciso di guardare in faccia la realtà e di cercare di superare anche questo ostacolo. Avevo ancora, di nuovo, male al capezzolo, e io avevo il dubbio di avere la candida. La bambina inoltre faceva uno strano verso, uno schiocco, mentre poppava, e non riuscivo a capire bene di cosa si trattasse. Leggendo “Allattare un gesto d’amore” avevo capito che forse avevo un riflesso di eiezione troppo forte, e Vera cercava di tenerlo a bada stringendo la bocca. Avevo poi deciso di tornare dalla dott.ssa esperta di allattamento, che era stata così carina e preparata la prima volta, perché volevo fare chiarezza sulla situazione, e iniziare a godermi questo allattamento, volevo solo allattare in santa pace! La dott.ssa, che avevamo rivisto quando Vera aveva circa 2 mesi, ci aveva confermato quello che pensavo: il mio riflesso ossitocinico era molto abbondante, e la bambina stringeva la bocca per cercare di rallentare il flusso di latte. Il capezzolo almeno non usciva schiacciato, era già qualcosa! E secondo lei non avevo la candida, che bella notizia! Mi aveva allora consigliato di sostenermi il seno con la mano, comprimendolo un po’, dicendo che di solito si dice alle mamme di non farlo, proprio perché può rallentare il flusso del latte. Ma in questo caso era proprio quello che ci voleva! Nello stesso periodo, sempre per il problema del riflesso troppo forte, spesso allattavo nel letto, da sdraiata, cercando di contrastare un po’ la forza di gravità, ma questo non bastava alla mia piccola, che spesso (di solito alla poppata del tardo pomeriggio) piangeva all’inizio della poppata e si staccava continuamente. Allora io provavo a spremermi un po’ di latte in un bicchiere, poi la riattaccavo e così via, finché smetteva di piangere e riusciva a poppare bene. Spesso mi sdraiavo anche al contrario, per farle svuotare il quadrante superiore del seno, che diventava duro… Insomma, anche quel periodo non è stato affatto facile, ma ho tenuto duro e finalmente siamo riuscite a superare anche quell’ostacolo. Vera è cresciuta, era una bambina bellissima, uscivamo sempre, allattavo al parco, passeggiavamo, la bella stagione era finalmente arrivata e ora mi sembrava di poter davvero godere del periodo magico dell’allattamento. Ci mancavano solo… le coliche! Dalla terza settimana fino alla fine del terzo mese, quasi ogni giorno, verso sera, Vera era più nervosa e spesso piangeva, sapevo che quelle non erano coliche ma solo il fisiologico processo di crescita e sviluppo del suo sistema nervoso. Io le stavo vicino e la tenevo tanto nella fascia, sia in casa che fuori, per farle sentire che ero con lei. Però purtroppo Vera ha avuto anche qualche episodio di coliche, pochi ma abbastanza intensi… In quei minuti (anche se a noi sembravano ore), di solito meno di mezz’ora, piangeva in un modo straziante, acuto e inconsolabile. Avevamo provato di tutto: allattarla, metterla a pancia sotto sul nostro braccio, cullarla, scuoterla, metterla nella fascia, cantare… Alla fine, la cosa che ci sembrava più efficace era questa: correre per la casa con lei in braccio, in modo da scuoterla abbastanza, mentre cantavamo a voce alta una canzone inventata sul momento… sembravamo due pazzi! Per fortuna questi episodi sono stati pochi, ci faceva davvero soffrire vedere la piccola stare male mentre noi non potevamo fare nulla per farla stare meglio.

Ripensando a questo periodo, dopo quasi 2 anni, mi viene da dire… Mamma mia che fatica! Ricordo con tenerezza tutti questi momenti, specialmente i primi, perché le difficoltà che abbiamo avuto con l’allattamento sono andate a complicare le difficoltà che già normalmente si hanno con l’arrivo del primo bambino… ma so che sono stata molto più fortunata di altre mamme, perché ho ricevuto l’aiuto e il sostegno necessario per poter andare avanti nell’allattamento, cosa a cui tenevo tantissimo. Mi piacerebbe che tutte le mamme che hanno difficoltà ma che intendono allattare i loro bambini ricevessero il giusto supporto, perché allattare è un dono meraviglioso che ogni mamma (e ogni famiglia) regala ai suoi piccoli ma anche alla nostra società… peccato che tante persone non lo capiscano!