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“Il primo sguardo. Come accogliere il bambino nelle ore dopo la nascita”

venerdì, 19 novembre 2010

Ho comprato questo dvd quando aspettavo mia figlia, dopo aver capito che avevo una curiosità sulle prime ore di vita del bambino… Cosa farà? Cosa farò io? Come mi sentirò? Anche al corso pre-parto avevo espresso questi dubbi, come una domanda che mi veniva da dentro, e poterla pensare ed esprimere mi aveva fatto capire che avevo bisogno di leggere, vedere, capire qualcosa di più… Oggi, scrivendo questo post, mi è venuto in mente che forse i primi istanti di vita con un neonato mi sembravano un mistero  perché nella mia esperienza di figlia ero stata separata da mia mamma in quei primi preziosissimi istanti… Non ne ho la certezza, ma qualcosa mi dice che è andata così, perché una volta (e purtroppo ancora adesso, in molti ospedali), nonostante il parto fosse stato rapido e fosse andato tutto bene, veniva ostacolato il primo rapporto del neonato con la madre. Ancora adesso mamma e bambino vengono separati con la scusa di controlli e procedure che potrebbero tranquillamente aspettare, se tutto va bene… e la priorità dovrebbe andare proprio al rapporto mamma-bambino, che per stabilirsi nel modo migliore ha dei tempi precisi, cioè le prime due ore di vita del bambino, quando l’esperienza del parto e gli ormoni lo rendono particolarmente sveglio e ricettivo, pronto a stabilire il primo rapporto con la mamma…

Ma ora veniamo a questo dvd. L’ho guardato la prima volta quello stesso giorno che l’ho comprato, e saranno stati gli ormoni, saranno state le melodie di sottofondo, ma mi ricordo che mi sono commossa davvero! In realtà mi sono commossa davanti alla scena che ancora adesso è la mia preferita, l’attimo in cui si vede un neonato che esce dal corpo di sua madre, il momento di una nascita in casa… proprio quello che desideravo per la nascita di mia figlia! Questo dvd contiene e mostra l’intervista ad un anziano pediatra, Marshall Klaus, “collega” di Lorenzo Braibanti, Michel Odent, Frédérick Leboyer (pionieri della naturalità del parto), che parla proprio delle prime ore di vita del neonato, appena nasce e viene accolto dalla sua mamma e dal suo papà. E’ molto interessante sentire l’approccio di questo medico, che dopo anni di esperienza esprime e parla di ciò che ha capito: la mamma e il bambino sono un’unica entità, che deve essere protetta e non disturbata, per poter avviare nel miglior modo l’allattamento e la relazione d’amore tra di loro, e anche col papà.

Mentre il pediatra parla, le scene che si vedono sono quelle di travagli, di parti in casa, foto e riprese video fatte dall’équipe di Polina Zlotnik, ostetrica privata che lavora in Toscana realizzando i sogni di tante donne, assistendole nel parto in casa… Nelle immagini viene mostrato ciò di cui parla il dott. Klaus, come per esempio quando spiega che il bambino appena nato, se messo sulla pancia della mamma e lasciato stare, sa tranquillamente arrivare, nel giro di 30-40 minuti, al seno di sua madre, strisciando lentamente verso la meta, guidato dal suo istinto e dalle sue manine che odorano di liquido amniotico (odore simile a quello del seno materno)… Si vedono i piccoli che ricercano con lo sguardo le loro mamme, per conoscerle e riconoscerle dopo aver sentito per mesi la loro voce… E si respira tutta l’atmosfera di gioia, commozione e tranquillità che si respira nelle nascite in casa, senza fretta di espletare procedure e di rispettare protocolli rigidi…

Insomma, non dico di più perché secondo me questo dvd è da assaporare con gli occhi e le orecchie, si entrerà in una splendida atmosfera e se ne uscirà più sereni e più consapevoli… consapevoli che fin da subito la mamma non ha bisogno di essere indirizzata dagli operatori su come fare la mamma, come spesso accade nelle nascite al giorno d’oggi, ma deve semplicemente lasciarsi guidare dal proprio istinto e dagli occhi del suo cucciolo… Buona visione!

Le fasi del parto

giovedì, 15 aprile 2010

Il parto è solo una fase del diventare mamma, una fase fondamentale, attraverso cui si viene “iniziate” a questo nuovo ruolo. In alcune società tradizionali, gli uomini devono superare delle prove di forza e di coraggio per poter essere considerati adulti, mentre le donne non ne hanno bisogno, perché la Natura ha già provveduto a fornirci il modo per assumere uno status superiore: noi creiamo la vita e diventiamo mamme!

Per tutto il travaglio e il parto, ci sarà un ritmo che ti accompagnerà: contrazione-pausa, che corrisponde alla dualità dolore-benessere. Ci saranno anche altri ritmi: attenzione-abbandono, movimento e rallentamenti, silenzio e vocalizzazioni, sensazione di non farcela ed espressione di massima forza: è proprio questa la forza dinamica del travaglio e di tutto il processo della nascita.

Ecco in breve i tempi del travaglio e del parto:

  • Fase latente: le contrazioni sono brevi e irregolari, durano meno di un minuto e servono ad appianare e a far scomparire il collo dell’utero. Questa fase può durare da 2-3 ore a qualche giorno, fino a quando non ci si adatta al travaglio. Ci può essere ambivalenza rispetto al partorire o al non partorire. Il bambino inizia ad adattarsi e a produrre i suoi ormoni difensivi per la nascita. In questo periodo puoi prendere confidenza col dolore, ascoltarti, riposare, mangiare, rilassarti, fare l’amore col tuo compagno.
  • Prima fase del periodo dilatante: le contrazioni sono ritmiche, durano più di un minuto, sono vicine, intense, la dilatazione è da 2 a 5-6 cm. Mentre c’è la contrazione sei concentrata e assorbita, quando passa sei ancora vigile. Puoi cercare posizioni e mezzi che ti facciano sentire meglio, adattandoti al dolore in modo attivo. In questa fase (la cui durata è molto variabile) il travaglio si potrebbe fermare se intervengono distrazioni, persone non adeguate, cambiamento di ambiente.
  • Prima fase di transizione: si ha tra i 5 e i 7 cm di dilatazione. Si tratta dell’adattamento istintivo al progredire del travaglio, che può essere “attacco” (ti apri velocemente in modo violento con vomito, crisi di pianto o rabbia o altro) o “fuga” (il travaglio rallenta, prendi tempo per accumulare energia, mangiare, dormire). Nella fase di “attacco” è importante l’intimità, la protezione, l’incoraggiamento, nella fase di “fuga” ci si può fermare anche per diverse ore, e il travaglio riprenderà quando sarai pronta.
  • Seconda fase del periodo dilatante: dai 6-7 cm ai 10. Ormai sei concentrata e assorbita sia durante la contrazione che nella pausa, attraversi una profonda esperienza che ti trasformerà in madre. Sei in una specie di trance prodotta dai tuoi ormoni, c’è apertura totale, resa, passività. Puoi usare il movimento, la voce, e hai bisogno di un ambiente intimo e non disturbato. Questa fase è breve, e ormai il travaglio non può più essere interrotto.
  • Seconda fase di transizione: tra la dilatazione completa e il periodo espulsivo. Anche in questo caso si può reagire con “attacco” o con “fuga”: nella prima modalità le spinte iniziano improvvise e forti, puoi provare paura e disorientamento. Nella seconda modalità il travaglio rallenta, le spinte non arrivano, hai bisogno di aspettare un po’ e quando sarai pronta inizieranno le spinte.
  • Periodo espulsivo: inizia con le spinte spontanee, non con la dilatazione completa. La spinta è in sintonia con l’utero, mentre espiri, e permette la graduale distensione della muscolatura del pavimento pelvico. Sei di nuovo vigile, presente, possono riemergere conflitti tra il trattenere e il rilasciare. Il tempo è variabile ma può durare anche qualche ora. Il premito spontaneo dura 4-6 secondi e all’inizio lo senti solo all’apice della contrazione, poi quando il bambino scende lo senti durante tutta la contrazione, che ora inizia con la spinta e non col dolore. Infine la spinta è irresistibile, il bambino affiora, lo puoi vedere e toccare con la mano, e viene spinto fuori. Spesso esce la testa e, dopo una pausa, anche il reso del corpo, altre volte esce tutto fuori subito sgusciando come un pesciolino!
  • Accoglimento del bambino: finalmente è nato! In questo periodo (due ore circa) è importante che il bambino stia vicino a te, in un ambiente intimo e protetto, così lo puoi accogliere nelle tue braccia e nella tua mente, favorendo il processo di imprinting. Vi conoscete per la prima volta ma senti che vi conoscete da sempre!
  • Secondamento: è la nascita della placenta, che avviene quando si completa il processo di accoglimento e l’accettazione del bambino entro le due ore dal parto. Ricominciano le contrazioni, senti un senso di peso all’ano, puoi assecondare la sensazione di spinta e aiutare la placenta a nascere.

Questa è la descrizione “tecnica” di ciò che succede al nostro corpo quando nasce il nostro bambino, cioè quando tutto viene lasciato fare alla Natura… Anche in questo caso, però, ci sono esperienze diversissime per le mamme: parti lunghi e faticosi, parti veloci, blocchi nel travaglio, sensazioni di qualsiasi genere che rendono ogni parto un’esperienza unica e irripetibile. E’ proprio questo il bello del parto indisturbato! ;-)

Il delicato periodo del puerperio

giovedì, 25 marzo 2010

Il puerperio è quel periodo di tempo che inizia con la nascita del vostro piccolo, e finisce… beh, questo è più difficile da dire! Qualcuno ha detto che la gravidanza dura 9 mesi, e il puerperio dura tutta la vita! Io credo che ci sia un fondo di verità in questo, comunque diciamo che di solito il puerperio riguarda le prime sei settimane di vita del bambino, insomma i famosi primi 40 giorni.

Dal punto di vista ormonale, possiamo dire che con l’eliminazione della placenta, e quindi nel giro di 24 ore dal parto, gli estrogeni e il progesterone, prodotti in grande quantità durante le ultime settimane di gravidanza, calano drasticamente. Questo porta spesso alla sensazione di tristezza e di “stranezza” che si prova nei primi giorni, anche se non ci sono motivi evidenti che possano portare a ciò: il parto è andato bene, l’allattamento non presenta particolari problemi, il bambino e la mamma stanno bene. E’ interessante notare come l’arrivo del latte, intorno al terzo giorno (prima il seno produce il preziosissimo colostro), sia collegato alla sensazione di tristezza (baby blues); esiste infatti anche il detto che “dare libero sfogo alle lacrime favorisca l’afflusso del latte”. Spesso, con l’arrivo della montata lattea, la mamma sente arrivare una grande potenza, una forza che la fa sentire in grado di prendersi cura di sé e del nuovo bambino, oltre che dell’intera famiglia. E’ importante, però, sapere che se in questo periodo non si rispetta il bisogno del corpo di un grande riposo, possono insorgere dei problemi come ingorghi mammari, prolassi uterini, infezioni, … Nella nostra società, alcune settimane dopo il parto le mamme si sentono “in difetto” se non sono ancora tornate come prima, se ancora non ce la fanno a mandare avanti la casa da sole, se sono “ancora” stanche. Non dimentichiamoci che in molte altre società, per le prime 6 settimane dopo il parto, le madri possono solo occuparsi delle cure del bambino e del suo nutrimento, mentre altre persone pensano a tutto il resto. Fisicamente, è proprio questo l’intervallo di tempo che impiega l’utero a tornare alla forma, la misura e la posizione  di prima della gravidanza.

Emotivamente, le prime settimane di vita del vostro bambino sono così ricche e variegate che è difficile riuscire a descriverle. Ci saranno momenti di intensa tristezza e di stanchezza, altri in cui la gioia di avere vicino il vostro bambino sarà tanta che vi sembrerà di non poter desiderare altro dalla vita. L’elemento comune sarà il provare emozioni molto forti, quasi esagerati a volte, ma voi saprete che questo momento nella vita di una donna è davvero speciale, e potrete provare tenerezza nei vostri confronti… Insomma, diventare mamma non è una cosa da niente, ci stanno anche sentimenti molto forti e a volte un po’ pazzerelli! Probabilmente avrete voglia di ripensare al parto, a tutto ciò che è accaduto, al vostro ingresso nel mondo delle madri, e vi farà bene parlarne con la vostra ostetrica o con qualche amica che sappia ascoltare.

Da quando abbracciate per la prima volta il vostro bambino, se darete ascolto alla parte più spontanea di voi, potrete contare sulla saggezza a cui le mamme si affidano da sempre, il vostro istinto. Esso vi guiderà in ogni momento, sarà presente in ogni vostra cellula, e saprà aiutarvi nei momenti di difficoltà, così come nella vita di tutti i giorni con il vostro piccolo. Così come il vostro corpo sa partorire, il vostro istinto sa occuparsi perfettamente della vostra creatura, fidatevi più di lui che delle voci di nonne, zie e pediatri!

Più che mai, in questo primo periodo avete bisogno di calma e tranquillità, e di trascorrere del tempo con il vostro bambino. Spesso si usa andare a trovare la neo-mamma portando omaggi al nuovo nato, ma se potete cercate di limitare le visite in quantità e durata, posticipandole alle settimane successive. Se date ascolto al vostro corpo, vi renderete conto che queste visite vi stancano molto, vi prendono energie che dovreste rivolgere solo alla cura del vostro bambino, e vi distraggono da lui. Dopo essere stati uniti per 9 mesi, lui ha ancora bisogno della vostra completa attenzione, delle vostre braccia e del vostro pensiero, in modo totale, e anche voi ne avete necessità. Piuttosto che ricevere visite, potete rimanere nella vostra stanza a riposare, mentre gli ospiti con cui siete più in confidenza vi possono onorare portando dei doni speciali: pulire il bagno, cucinare qualcosa, stirare o fare qualche lavatrice. Questi sì che sono regali magnifici per una neo-mamma! Se potete, chiedete a qualcuno di “filtrare” le visite, limitandole a quelle che veramente vi fanno piacere e che non vi stancano, ma rimandate le altre. Vedrete che gli ospiti capiranno! Le neo-mamme, come le donne in gravidanza, sono sempre scusate. E anche se non fosse, non è un vostro problema!

Se non avete parenti disponibili, fatevi aiutare da amiche che possano rendersi veramente utili, o se non potete contare nemmeno su di loro, affidatevi ad una doula: le doule sono delle donne che si occupano delle madri e delle loro famiglie, nel periodo tra la gravidanza e il puerperio. Anche in Italia sono sorte delle scuole che preparano le donne a questa bellissima professione, cercando bene forse ne troverete qualcuna nella vostra zona. (http://www.mondo-doula.it/)

Insomma, questo importante primo periodo di conoscenza col bambino può essere vissuto nel modo migliore possibile, se riuscirete a delegare agli altri quasi tutto ciò che esula dalla cura del bambino, e se riuscirete a dedicarvi totalmente a lui, tranne quando avete bisogno di dedicarvi a voi stesse e al vostro corpo. Fate le cose con calma, chiedete aiuto, pensate che questo periodo è fondamentale per conoscere il bambino che avete avuto dentro per 9 mesi, per avviare bene l’allattamento, per riprendervi perfettamente dalle fatiche della gravidanza e del parto. Se nelle prime settimane riuscirete a riposarvi abbastanza, potrete affrontare con maggiore energia la vita dei mesi successivi con i vostri piccoli, che diventeranno sempre più impegnativi!

Il parto in casa raccontato dal papà

martedì, 16 febbraio 2010

Ricordo che, i primi giorni dopo la nascita di nostra figlia, non facevo altro che raccontare, ai parenti e agli amici che ci facevano visita, tutti i particolari di quella notte straordinaria che si concluse con il parto. In realtà, non avvenne tutto in una notte. Il mattino precedente mia moglie mi disse che da diverse ore aveva delle contrazioni che si presentavano ciclicamente. Le contrazioni erano lievi e gli intervalli fra l’una e l’altra più lunghi di dieci minuti. Andai al lavoro piuttosto sereno, ma avevo la netta sensazione che fosse iniziato un processo irreversibile, che si sarebbe trasformato nel travaglio vero e proprio. Tanto ne ero convinto che avvisai i miei colleghi e il mio datore di lavoro che il giorno dopo, probabilmente, avrei avuto altro da fare…

La giornata trascorse piuttosto tranquilla, sentii spesso mia moglie al telefono. Era serena, ma le contrazioni si intensificavano gradualmente. Quando, nel tardo pomeriggio, tornai dal lavoro, trovai mia moglie in compagnia di un’amica, anche lei incinta. In quel momento, cominciai a rendermi conto che mi attendeva qualcosa di straordinario e di misterioso, qualcosa a cui non ero razionalmente preparato e non potevo esserlo, non avendo mai assistito ad un travaglio o ad una nascita. E’ vero che i nove mesi di gravidanza furono, anche per me, un percorso di avvicinamento mentale e pratico al momento del parto. Gli incontri con le ostetriche del parto a domicilio, il corso pre-parto, i libri letti, le lunghe chiacchierate con mia moglie, la relazione con questa piccola creatura che era vivacissima già nel pancione, mi avevano gradualmente coinvolto in questo fantastico processo naturale. Rimaneva però il fatto che adesso questo processo si avvicinava al culmine con tutta la potenza della sua natura. Per un attimo ebbi paura. Ce l’avremmo fatta? E se il travaglio si fosse interrotto? Sarei stato in grado di assistere e aiutare la mia compagna? E se fossimo dovuti andare in ospedale?

Trovai ogni risposta nello sguardo sereno di mia moglie, che forse aveva notato un po’ di nervosismo nel mio atteggiamento. Vedendola così tranquilla ben presto mi rasserenai anch’io. Nel frattempo la nostra amica se n’era andata. Feci una rapida ricognizione mentale delle cose che le ostetriche ci avevano consigliato di tenere a portata di mano. Avevamo tutto il necessario, quindi ci concentrammo su ciò che stava accadendo. Le contrazioni erano aumentate di intensità e ritmo. Era aumentato anche il dolore, così verso le 19.30 mia moglie chiamò le ostetriche del parto a domicilio perché venissero a valutare la situazione. Arrivarono verso le 21, sembrarono sorprese, pensavano che la nostra piccola ci avrebbe messo ancora un po’ di giorni prima di decidersi a nascere. Ma si trattava proprio della fase iniziale del travaglio. Rimasero con noi per circa un’ora, visitando mia moglie, verificando che avessimo tutto l’occorrente, dandoci qualche consiglio. Mia moglie aveva deciso di spostarsi nella nostra camera da letto, un ambiente protetto, con luci molto basse, il pavimento in legno. Piazzai un telo sul materassino che era sul pavimento affinché mia moglie si sentisse libera di muoversi dove volesse. Alzai il riscaldamento e tenni a portata di mano una stufetta, nel caso servisse aumentare rapidamente la temperatura dell’ambiente. Con l’accompagnamento di una musica rilassante iniziai a massaggiare energicamente la schiena della mia compagna. Constatando il crescendo delle contrazioni, pensai che il travaglio fosse entrato nel vivo (o nella fase attiva, come si suol dire). Non era così. Le ostetriche mi dissero che eravamo solo all’inizio e che di lì a poco se ne sarebbero andate, perché in quella fase non potevano esserci di aiuto. Prima di andarsene, dissero a mia moglie che la aspettavano contrazioni nettamente più intense e più dolorose di quelle che stava provando, ma che il suo corpo aveva tutte le risorse necessarie per sopportare e superare il dolore e la fatica. Infine, ci dissero di chiamarle quando avremmo sentito di non farcela più da soli.

L’idea di rimanere solo con mia moglie, in una situazione, per me, del tutto nuova e non del tutto prevedibile, mi mise un po’ di timore. Nel medesimo tempo, però, sentivo dentro di me che stavo per vivere con la mia compagna un momento di tale intensità emotiva ed affettiva a cui, per nulla al mondo, volevo sottrarmi. Nessun altro evento della nostra relazione poteva reggere il confronto con questo momento. Si trattava di stare vicino a mia moglie mentre esprimeva al massimo grado il suo essere donna nella sua bellezza e nel suo dolore e, contemporaneamente, vedere e accogliere subito anche fra le mie braccia la nostra bambina.

Eravamo soli. Il tempo passava scandito dalle contrazioni, dalla musica e dai miei energici massaggi, che sembravano sempre meno efficaci nell’alleviare il dolore. Volevo che mia moglie mangiasse qualcosa, sapevo che aveva cenato con un panino e mi sembrava impossibile che potesse affrontare una tale fatica con un insignificante panino nello stomaco. Non volle mangiare nulla e intanto il sonno stava per avere il sopravvento su di me, non su di lei, per fortuna! Anzi, seccata e stupita dai miei segni di stanchezza, trovò anche la forza per sgridarmi! Intanto le contrazioni aumentavano e con esse il dolore. La nostra piccola si muoveva energicamente nella pancia, che assumeva forme strane. Non riuscivo a comprendere come si potesse sopportare un tale dolore e non volevo credere che quel dolore sarebbe aumentato di contrazione in contrazione. All’una del mattino decidemmo di chiamare le ostetriche. Chiamai io e non la mia compagna, un chiaro segno che il travaglio si era fatto veramente intenso.

Le ostetriche arrivarono verso le 2. Visitarono mia moglie. Tutto procedeva bene, ma quanto sarebbe durato ancora il travaglio? Non posi la domanda alle ostetriche e continuai i massaggi. Né mia moglie, né io ci preoccupammo mai della cosiddetta dilatazione, né le ostetriche ne fecero cenno. Meglio così; mettersi a fare ragionamenti e calcoli sulla dilatazione in quel momento ci avrebbe solo disturbati e, alla peggio, avrebbe potuto insinuare delle inutili preoccupazioni. Durante le 2 ore successive, le ostetriche visitarono saltuariamente mia moglie, ma rimasero per lo più in disparte. Una di loro andò a riposarsi in una stanza, mentre l’altra cominciò a leggere un nostro libro sul parto in casa! Questa situazione mi rassicurò: significava che ce la stavamo cavando bene. Io desideravo solo stare accanto a mia moglie e cercare di alleviarle il dolore. Verso le 4, accompagnammo mia moglie a fare una lunghissima doccia calda, che accelerò il travaglio. Nel frattempo si era unita a noi una terza ostetrica.

Dopo la doccia, tornammo nella nostra camera. Ormai le contrazioni erano decisamente forti, ma mia moglie aveva cambiato espressione: alle smorfie di dolore si accompagnava una specie di sorriso, un sorriso che mai prima d’ora le avevo visto sul volto. Collegai subito quell’espressione con il tipo di sorriso che avevo avuto modo di vedere sui volti di alcune fotografie e video di donne fotografate e riprese durante il travaglio. In quel momento ebbi l’impressione che lei si trovasse in un’altra dimensione, benché sapesse che io ero lì con lei. Soltanto qualche volta, fra una contrazione e l’altra, sembrava “tornare tra noi” e mi guardava per qualche istante con un’espressione che comunicava, nel medesimo tempo, amore, bisogno d’aiuto, gratitudine, dolore, forza, stanchezza e mistero. Un attimo dopo era nuovamente in balia delle forze che percorrevano il suo corpo. Mentre mi chiedevo dove trovasse l’energia per sopportare questo sconvolgimento, avvenne il miracolo: prima la testa, poi, dopo una breve pausa, arrivò la spinta decisiva che diede alla luce la nostra bambina. Stavo vivendo con la mia compagna il momento più importante della nostra relazione e della nostra vita, nel luogo più intimo, la nostra casa, e con persone competenti e discrete. In un attimo, Vera era fra le braccia della sua mamma e tutte e due fra le mie braccia.

Allattamento al seno: come funziona?

mercoledì, 27 gennaio 2010

Quante volte mi capita di sentirmi chiedere “Ma hai ancora latte?” (dopo, di solito, segue la famosa frase “Che fortuna, signora!”). So che molte persone ancora non sanno come funziona la lattazione, quindi voglio cercare di fare la mia parte, diffondendo (nel mio piccolo) le conoscenze che si hanno al giorno d’oggi sull’allattamento al seno.

Il meccanismo dell’allattamento è in parte ancora un mistero, e forse è per questo che lo circondano così tante dicerie e false credenze… può sembrare quasi una magia! Ma non è una magia, è semplicemente un meccanismo assolutamente perfetto e efficientissimo che la Natura ha messo a nostra disposizione da milioni di anni, e che funziona divinamente quando lo si lascia funzionare.

Fin dalla gravidanza, il nostro corpo si prepara ad allattare… Alcuni ormoni (prodotti dalla placenta e dall’ipofisi) inducono lo sviluppo del seno: la donna avverte un aumento di volume dei seni, l’areola si fa più scura e ampia e il capezzolo si ingrossa.
Dopo il parto, con l’espulsione della placenta, si abbassano i livelli di estrogeni e progesterone (ormoni placentari), e la prolattina può iniziare a svolgere la sua funzione. Il “processo di allattamento” ha inizio quando il bambino succhia al seno per la prima volta, stimolando le ghiandole del seno che sono collegate all’iposifi e all’ipotalamo. La prima cosa che mi viene da dire a questo proposito è che la quantità del latte non dipende dalla grandezza del seno, perché le ghiandole sono sempre più o meno delle stessa misura in tutte le donne, mentre quello che cambia è la quantità di grasso: quindi si può allattare benissimo sia con un seno piccolo che con un seno enorme, non c’entra niente la misura!

I due ormoni dell’allattamento sono la prolattina (che fa sì che venga prodotto il latte) e l’ossitocina (che permette la fuoriuscita del latte). La prolattina inizia dunque a fare la sua funzione con l’espulsione della placenta, e il suo livello rimane alto per mesi, ma si moltiplica ogni volta che il bambino poppa: quindi, se il bambino poppa tanto, si produrrà molta prolattina e molto latte, se il bambino poppa poco si avrà poco latte. E’ per questo che non ha senso lasciar passare delle ore tra una poppata e l’altra, in modo che “si riformi il latte”, perché il latte si forma quando il bambino succhia al seno! Quando il piccolo avrà bisogno di più latte (per i famosi scatti di crescita, per esempio) non farà altro che succhiare più spesso, magari ogni ora invece che ogni due. Non gli servirà a molto fare una poppata più lunga, mentre invece aumentare la frequenza gli porterà più latte. Cercare di far diminuire le poppate, in sostanza, è il miglior modo di ostacolare l’allattamento.

L’ossitocina agisce quando, allattando il bambino, sentiamo una sorta di formicolio al seno, e compare qualche goccia (possiamo vederlo se il bambino si stacca) o anche un piccolo spruzzo; alcune donne non sentono nulla ma il latte esce ugualmente! Questa sensazione può scomparire dopo qualche mese, è normale, e il latte c’è ancora!

L’ossitocina viene inibita dall’azione dell’adrenalina (l’ormone che entra in circolo quando proviamo paura), e da ciò si deduce che la madre dovrebbe stare tranquilla e non sentirsi dire, per esempio, che il suo latte non è abbastanza, perché proprio questo potrebbe veramente diminuire il latte. Se anche si verifica un evento traumatico o un grande spavento per cui la produzione di latte diminuisce, tutto ciò è assolutamente temporaneo, e reversibile. Il modo migliore per far tornare tutto come prima è cercare di rilassarsi e allattare spesso il bambino. Quando invece, pensando che il latte stia diminuendo, si inizia a dare il biberon, beh allora il latte diminuisce veramente.

Questi due ormoni, insomma, bastano a spiegare quasi del tutto il meccanismo dell’allattamento, ma solo quasi… C’è un altro ormone che agisce localmente sulla secrezione del latte, e si chiama FIL (Feedback Inhibitor of Lactation, inibitore retroattivo dell’allattamento). Questo ormone è contenuto nel latte: se il bambino succhia molto, questo ormone viene rimosso e si produce più latte; se il bambino succhia poco, l’inibitore rimane all’interno del latte e quindi ne viene prodotta una minore quantità. Questo spiega perché, se un bambino per qualche tempo prende il latte solo da un seno, l’altro seno non ci scoppia, ma basta alleggerire la tensione svuotandolo solo un po’: nel latte rimane l’inibitore del latte (che agisce su ciascun seno indipendentemente, a differenza della prolattina e dell’ossitocina), e quindi non ne viene prodotto di nuovo.

Ogni donna può produrre latte per due, tre o anche quattro bambini, e quindi anche avendo dei gemelli è possibile allattare tutti i bambini senza necessità di aggiunte!

Poi mi sembra importante ricordare che il bambino ha essenzialmente tre modi per interagire col seno e fargli produrre la giusta quantità di cui necessita: la frequenza delle poppate, la durata della poppata e la scelta se prendere un seno solo o entrambi ad ogni poppata. Questi tre modi servono al bambino anche per controllare la composizione del latte: infatti, il latte che esce nei primi minuti da quando il bambino inizia a ciucciare è più acquoso, e si modifica nel corso della poppata diventando più grasso. Quindi, un bambino che si attacca per pochi minuti troverà il latte meno grasso, che gli serve probabilmente per dissetarsi, se invece starà attaccato più tempo arriverà a prendere il latte più grasso, quello più “nutriente”. Se popperà di nuovo da quel seno dopo pochi minuti, uscirà ancora il “secondo latte”, se invece si attaccherà all’altro seno troverà il latte più “acquoso”, il “primo latte”. Ecco perché non si può limitare la poppata del bambino a 10 minuti (per di più ogni 3 o 4 ore), perché se il piccolo succhia lentamente non arriverà mai a prendere il secondo latte, e non crescerà abbastanza. E poi la madre inizierà a sentirsi dire che il suo latte non è abbastanza o che non è nutriente… passerà al latte artificiale e sarà l’inizio della fine… Basta lasciare il bambino libero di regolarsi sulla frequenza e la durata delle poppate, e non ci saranno problemi!

Insomma, l’allattamento è un meccanismo in parte ancora misterioso, e sicuramente molto affascinante; può essere molto facile allattare ma più spesso è difficile, perché le interferenze dall’esterno sono purtroppo ancora molte. Non so perché tante persone si impegnino così tanto a contrastare l’allattamento, ma penso che fornendo le giuste informazioni alla maggior parte delle mamme interessate si possa arrivare ad un giorno in cui allattare sarà di nuovo facile e molto diffuso!

Il dolore del travaglio

lunedì, 16 novembre 2009

Molte donne, quando pensano al parto, temono il dolore delle contrazioni, specialmente se sentono dire (come a volte succede) che è simile a quello di una colica renale… Secondo me la paura può già essere attutita dal sentir dire (cosa che nessuno dice mai, però) che il corpo della donna è ben attrezzato contro il dolore delle doglie, perché viene mandata in circolo un’elevata concentrazione di ormoni che attenua la percezione del dolore… ed è per questo che ad un certo punto le donne che stanno partorendo non sono più “sulla terra”, ma perdono un po’ coscienza della realtà. Tutto ciò naturalmente è temporaneo e legato solo al processo del parto, ma è di importanza vitale. All’inizio il dolore è gestibile, dura pochi istanti, e le pause tra una contrazione e l’altra sono lunghe… in quei momenti scompare tutto il dolore. Poi, man mano che il travaglio avanza, le contrazioni durano sempre più a lungo e le pause sempre meno… Anche se il dolore continua ad aumentare con il procedere del travaglio, la donna non lo sente sempre più forte, ma ad un certo punto perde il contatto con il mondo che la circonda: ecco perché non si può paragonare un parto ad una colica renale: in questo secondo caso, infatti, non c’è nessun processo di analgesia naturale che viene messo in atto dal corpo umano. Il travaglio indotto con la somministrazione di ossitocina sintetica, invece, oltre a non attivare gli ormoni che proteggono dal dolore, inizia subito con contrazioni molto forti, che la mamma spesso non riesce a gestire, a differenza di quelle “naturali”.

Inoltre, una madre in travaglio sa che quella prova che sta cercando di superare ha un significato importantissimo, sa che tutto quello che accade ha un senso ben preciso, perché presto avrà tra le braccia il proprio cucciolo e non sentirà più alcun dolore, ma solo una grande gioia. Sapendo poi (anche questo non lo dice mai nessuno, chissà perché!) che il dolore sentito dalla mamma protegge anche il piccolo (perché la presenza degli ormoni aiuta anche il piccolo nel suo duro compito di discesa nel canale), beh si resiste ancora un po’ di più! Inoltre, spesso il dolore costringe la mamma a cambiare posizione, e a volte questo è proprio ciò che aiuta la discesa del bambino, anche quando esso sia posizionato in modo non ottimale.

In ospedale spesso si fa ricorso all’anestesia epidurale, ma ci sono molti effetti collaterali che spesso non vengono messi in chiaro e quindi la donna spesso si trova a dover prendere una decisione senza possedere le giuste informazioni. Per esempio, con l’anestesia epidurale ci può essere un improvviso calo di pressione sia della mamma che del bambino, e questo quindi comporta che venga fatta anche una flebo per aumentare il livello dei liquidi ed evitare cali di pressione (ciò limita la possibilità di movimento); nel 20% delle donne causa febbre che può portare problemi anche al bambino; l’epidurale non sempre funziona, o a volte le donne non ne apprezzano gli effetti; se viene somministrata troppo presto, può rallentare la dilatazione e la discesa del bambino nel canale del parto; i travagli con epidurale hanno statisticamente più probabilità di finire in parto cesareo o parto operativo (parto con forcipe o ventosa); i neonati che nascono hanno talvolta difficoltà respiratorie e a succhiare dal seno; spesso, sia perché la madre non sente bene le spinte, sia per la posizione obbligata sul lettino, la fase espulsiva dura di più. Questi sono solo alcuni degli effetti collaterali, ma secondo me il più importante è che, venendo a mancare gli ormoni naturali che aiuterebbero mamma e bambino a superare le difficoltà del parto tramite la loro comunicazione profonda, è come se il bambino ad un certo punto perdesse il contatto emotivo con la madre, che non sente più dolore, che non soffre con lui, che non lo aiuta ad uscire inondandolo con i suoi ormoni protettivi. Michel Odent, nel suo libro “La scientificazione dell’amore”, cita uno studio in cui alcune pecore erano state sottoposte ad anestesia epidurale durante il parto. Queste pecore, una volta nati i cuccioli, non li avevano riconosciuti e non li avevano accuditi. E se succedesse qualcosa di simile anche alle mamme umane? E se l’epidurale diminuisse il rilascio degli ormoni del parto (endorfine, ossitocina naturale, ecc.) che favoriscono anche l’innamoramento del primo incontro? In fondo siamo sempre mammiferi! Se fosse così, mamma e bambino verrebbero in contatto per la prima volta (vedi ) senza la carica ormonale necessaria per vivere al meglio il periodo critico. Lascio cadere qui il discorso e il dubbio…

Ci sono però anche diversi modi “naturali” per cercare di destreggiarsi nelle onde… e sicuramente, se vi affiderete ad un’ostetrica, lei potrà consigliarvi i metodi migliori per voi. Un modo per sentire un po’ meno dolore è quello di muoversi, di cercare le posizioni che nel vostro caso possano alleviare un po’ la stretta delle contrazioni… (ecco perché stare sul lettino d’ospedale, ferme e magari col monitoraggio attaccato, non aiuta affatto e anzi amplifica le sensazioni dolorose delle contrazioni). Spesso si consiglia di muoversi, di camminare, di ondeggiare il bacino… ma io credo che ascoltando il proprio corpo non si debba imparare nessuna particolare strategia… assecondate il vostro corpo, provate tutto ciò che vi viene in mente, perché non tutti siamo uguali e ciò che può dare sollievo a noi può essere terribilmente fastidioso per un’altra persona, e viceversa. Possono essere utili dei massaggi sulla schiena, se avete dolore nella zona lombare, effettuati in modo energico, e applicazioni di asciugamani caldi (le mie ostetriche li scaldavano nel forno). Il getto caldo della doccia sulla pancia o sulla schiena possono rilassare notevolmente il corpo e far sentire meno il dolore, anche se l’intensità delle contrazioni non diminuisce, ma anzi si rafforza. Entrare in una vasca con acqua calda può sortire lo stesso effetto, ma attenzione che l’immersione (a differenza della doccia) può bloccare un travaglio nelle sue fasi iniziali. Non per tanto, certo! Se volete vedere se potete riposarvi un po’, provate ad entrare in acqua, se non è ancora il momento giusto le contrazioni si fermeranno, altrimenti aumenteranno di intensità e il travaglio andrà avanti velocemente.

Un altro modo per calmare il dolore può essere quello di ascoltare una musica familiare, rilassante, che faciliti la concentrazione su ciò che sta accadendo dentro il vostro corpo, che vi aiuti a entrare in contatto col bambino che sta nascendo: durante le fasi iniziali del mio travaglio ho ascoltato tante e tante volte di seguito lo stesso cd che mi aiutava a “perdermi dentro di me”, e ancora adesso mi vengono i brividi se mi capita di riascoltarlo… Potete anche immaginare, visualizzare il percorso del bambino dentro di voi, il vostro corpo che si apre, un fiore che sboccia… tutto questo aiuta davvero la dilatazione, anche se può sembrare strano. Anche il fatto di avere accanto una persona cara, il proprio compagno, un’amica intima, una persona di cui ci si fida ciecamente e che possa fare da tramite con il mondo esterno, può farvi sentire più tranquille e quindi più rilassate, condizione che rende le contrazioni meno dolorose.

Anche se non a tutte viene di farlo, potete provare con le vocalizzazioni. Io avevo provato ad “allenarmi” anche in gravidanza, producendo delle AAA di varie intensità e toni, mentre ero rilassata e appoggiata al corpo di mio marito… beh, lui era molto più bravo di me! Non la sentivo una cosa mia, non faceva per me, ma quando, verso la fine del travaglio (solo verso la fine, purtroppo!) ho iniziato a sostituire il mio respiro affannato con delle AAA aperte per affrontare ogni contrazione, sentivo che erano più gestibili… era come un modo per controllare il dolore, non ne ero sopraffatta (non respiravo più come quando si fanno le scale di corsa, per intenderci) ma le “urlavo”, era come se dentro di me le stessi gestendo, comandando. Alla fine, nella fase espulsiva, non dovevo pensare a nulla, una voce quasi primordiale usciva dal mio corpo (per la gioia dei vicini ;-) )!

Insomma il travaglio, anche se doloroso, ha uno scopo ben preciso, e cioè quello di trasformarvi in madri, quando finalmente conoscerete il vostro bambino. Diventare madre è un’esperienza magica, incredibile, e sapere di poter diminuire il dolore con dei modi che non disturbino né noi né il nostro bambino penso sia molto importante. Ogni mamma troverà il suo modo per arrivare alla meta, e quando avrete il vostro cucciolo tra le braccia vi dimenticherete di tutto il dolore provato!

L’inizio del legame madre bambino

lunedì, 2 novembre 2009

Quando nasce un bambino, nasce anche una madre, e soprattutto nasce una nuova relazione d’amore, che era iniziata 9 mesi prima, e che si era alimentata durante tutta la gravidanza. Il feto e la madre danzano all’unisono per mesi, respirano insieme, mangiano insieme, dormono insieme, vivono le stesse sensazioni… Alla nascita, il cordone che li unisce è la prova che per mesi sono stati una cosa sola, ma anche quando essi vengono separati fisicamente, la loro unità continua ad esistere. Non c’è più il grembo materno, ma ci sono le braccia e il seno della mamma, il suo abbraccio, la sua voce, il suo odore familiare. Il bambino sa che è lì con la sua mamma, con il suo mondo intero. Appena nato, quando se la sente di aprire gli occhi e guardare colei che ha davanti, la conosce per la prima volta, ma già la riconosce. Madre e figlio si guardano, si annusano, si toccano, si sentono… È come se si conoscessero da sempre, ma si devono studiare… Tutte le fantasie della mamma scompaiono, lì davanti c’è il bambino reale, è proprio suo figlio, e non poteva essere diverso!

Le prime due ore dopo il parto sono di importanza fondamentale per la formazione del legame tra la mamma e il suo piccolo, perché è proprio in quel periodo che avvengono importanti cambiamenti fisici, emotivi e psicologici. Il bambino inizia ad adattarsi alla nuova vita, a nutrirsi al seno e a garantirsi così la sopravvivenza; la mamma riconosce il suo bambino, lo attacca al seno per sentirlo ancora unito a sé, per nutrirlo e per iniziare ad amarlo in modo totale.

Dietro a tutto ciò, ci sono alcuni importantissimi ormoni. L’ossitocina, al suo picco più alto mezz’ora dopo la nascita (se la madre viene lasciata tranquilla e in contatto pelle a pelle con il bambino) predispone all’allattamento, aumenta la temperatura corporea per tenere caldo il piccolo, e favorisce l’innamoramento tra i due. Inoltre, favorisce il distacco della placenta e riduce le perdite di sangue. L’adrenalina fa sì che l’immagine del bambino sia stampata per sempre nella mente della madre e favorisce l’imprinting; nel bambino succede la stessa cosa: in lui rimangono impressi in modo indelebile tutti gli stimoli che riceve in questo periodo critico. Le endorfine aumentano la sensazione di benessere, favoriscono il legame, e fanno sì che la madre ricordi con piacere l’esperienza del parto. La prolattina agisce sulla produzione del latte e sul comportamento di accudimento, stimolando l’istinto di protezione.

Con queste premesse, viene da chiedersi perché spesso questo periodo unico e irripetibile nella vita di ogni individuo venga sistematicamente disturbato, con molte ragioni mediche e non. Anche solo fare il bagnetto al neonato, in questi primi momenti, oltre a non essere necessario (si potrebbero aspettare ore o anche giorni!), è pericoloso perché espone il bambino a rischio di infezioni. Il bambino nasce sterile, ed è auspicabile che venga in contatto prima di tutto con i batteri della madre, per cui possiede gli anticorpi. La colonizzazione batterica (con i batteri della mamma!) è importante per la prevenzione delle infezioni intestinali, urinarie, della cute e delle mucose.

Insomma, le primissime ore successive al parto sono il periodo più sensibile per lo stabilirsi di un rapporto intimo e profondo, in cui la madre e il bambino si sintonizzano in un dialogo che inizia dal contatto corporeo e si sviluppa in un linguaggio unico e specifico.

Ogni madre, se il bambino è sano, ha diritto a tenerlo con sé, per tutto il tempo che servirà, per essere soddisfatti entrambi. Non c’è nessuna legge che indichi la necessità di una visita pediatrica precoce, e ai regolamenti interni degli ospedali si può scegliere di non aderire. Questo periodo così importante e così breve nella vita di tuo figlio e nella tua non tornerà mai, non permettere che vi venga tolto!