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Il neonato e il nuovo mondo

sabato, 4 maggio 2013

Oggi sono in vena nostalgica, così ho ripescato un libro a me carissimo, che ho voglia di rileggere anche se non sono in attesa, e che si chiama “Venire al mondo e dare alla luce”, della bravissima ostetrica italiana Verena Schmid. Ecco un passo del terzo capitolo, ecco come si sente un bimbo che nasce, che esce dall’utero della propria madre per atterrare in questo nostro mondo… Non penso ci possano essere parole migliori per descrivere la magia di questo momento unico…

“Vengo investito da un uragano di sensazioni sconosciute. Le mie antenne sensoriali sono attive al massimo. La mia pelle è esposta all’aria senza la protezione del liquido amniotico: mi sento come scorticato. La temperatura è bassa; luci penetrano nei miei occhi; rumori e suoni acuti colpiscono le mie orecchie; la mia schiena si estende tutta; le membra sono pesanti nell’aria. per un momento ritorna la prima paura: sono caduto nel vuoto, sono perso. Poi la consapevolezza: ecco la vita; il percorso ricomincia.

Limitato in un piccolo corpo impotente, devo imparare tutto. Devo andare incontro al mio destino. In rapida sequenza rivedo le mie esperienze precedenti e vedo tutto quello che ho davanti. Poi, assorbito dalle nuove sensazioni, ancora comincio la mia ricerca della riva, del bosco che mi accoglie affinché possa vivere. Lentamente comincio a respirare e sento la mia voce per la prima volta. Sento che di nuovo sono in gioco la vita e la morte. Una nuova forza mi attraversa come una corrente elettrica.

Con determinazione cerco la voce, l’odore di mia madre; mi muovo verso di lei, in una direzione precisa… ed ecco i suoi occhi che incontrano i miei. La salvezza!

Lei è là, mi cerca, mi accoglie, mi tocca, mi prende in braccio, mi avvicina al seno, ancora una volta mi nutre. Ah…, che grande sollievo!

SONO! Sono nato! Posso vivere! La tensione cala, mi tranquillizzo e lentamente arriva la pace. Il mio corpo è di nuovo contenuto, ora, dalle braccia della mia mamma. Il calore conosciuto del suo corpo mi conforta. Ci guardiamo negli occhi e ci riconosciamo. Sì, sei quella che ho sentito da dentro! Sì sei il mio bambino che ho sentito dentro di me!

Onde d’amore si propagano dall’uno all’altra. Ne ho portato tanto di amore con me, tutto per lei e per il mio papà. Da dove vengo è tutto amore. …”

Il significato del pianto dei bambini

venerdì, 10 agosto 2012

I bambini nascono con un loro modo di comunicare, che per loro è vitale, e questo modo comprende il pianto. Quando i bambini piangono, ci stanno comunicando qualcosa. Questo è un dato di fatto, e le persone e la cultura che non vogliono comprenderlo, purtroppo, costituiscono la maggioranza. Quante volte si sente dire “Lascialo piangere che si fa i polmoni”, “Ora piangi ma quando sposi ridi”, e altre simpatiche frasi rivolte ai bambini e neonati che piangono? Si intima al genitore di non prenderlo subito in braccio, perché si deve abituare a consolarsi da solo, e se lo si prende subito su, userà sempre il pianto come “ricatto” per ottenere quello che vuole… giusto stamattina, sulla spiaggia, ho assistito a una scena che mi ha fatto provare rabbia e tristezza… Ad un ombrellone un po’ lontano dal nostro, due neo genitori con una neonata e i nonni. La bimba sdraiata sull’asciugamano a piangere disperata, per almeno 10 minuti, e gli adulti lì a guardarla senza muovere un dito… Non so quale fosse la motivazione per cui non rispondevano al suo pianto, ma di sicuro l’istinto che ho avuto io è stato quello di tirare su la bambina e consolarla. Dopo la madre l’ha allattata, ma dopo non più di un quarto d’ora, era di nuovo stesa sull’asciugamano a piangere :( E i nonni le facevano le foto…

Ma di chi stiamo parlando? Parliamo di un esserino di pochi mesi o addirittura giorni, che da solo non può fare nulla, non sa girarsi, grattarsi, togliersi dai suoi escrementi, mangiare, coprirsi se ha freddo o spogliarsi se ha caldo… e questo terribile tiranno cosa osa fare? Piangere?????

Eh sì signore e signori, il bambino usa il pianto per comunicare… disagio. Che sia freddo, caldo, fame, sete, sonno, fastidio, dolore, tristezza, si tratta sempre di disagio. E i bambini, dopo che forse hanno provato a comunicare in altro modo il loro malessere, quando non viene colto in tempo, arrivano al pianto. Il pianto è un segnale tardivo di fame, ad esempio. Prima il piccolo si gira di qua e di là alla ricerca del seno, poi porta le mani alla bocca, si mette a succhiare, ma se non sente ciò che cerca, arriva il pianto… e così per le altre fonti di stress. Se non cogliamo i primi segnali del suo disagio, arriverà il pianto, ma questo cesserà se entro poco tempo arriverà la consolazione o il rimedio al fastidio. Continuerà fino all’esasperazione se gli adulti intorno a lui non accoglieranno il suo richiamo, per qualsiasi ragione.

Come vi sentireste voi se vi trovaste nella condizione di non poter fare nulla, e aveste bisogno di tante cose? Come vi sentireste se gli adulti intorno a voi commentassero con “Piangi piangi che ti fai i polmoni!”? Io credo che non ci sia modo peggiore per avere a che fare con un piccolo… non si accolgono le sue esigenze, anzi si negano, e le si considerano dei “capricci”… cosa che non sono!

Quando i bambini crescono un po’, le cose non cambiano molto, solo che spesso va ancora peggio! Si considerano i bambini come piccoli tiranni, ancora più di prima, perché ora sono “grandi”! Ma il pianto rimane un mezzo di comunicazione per molto tempo, per anni, anche se il ricorso a questo mezzo diminuisce con l’andare del tempo. E sapete una cosa? I bambini piangono sempre meno, sia che il loro pianto venga accolto o no, ma per due motivi ben diversi. Nel caso di bambini che vengono lasciati piangere per diversi motivi, il pianto smette presto come mezzo di comunicazione, per un fenomeno che si chiama “estinzione”. Il bambino capisce che questo mezzo non funziona, gli adulti non rispondono al suo pianto, quindi si rassegna e smette di tentare di comunicare il disagio. In altri casi, con bambini particolarmente “forti” (passatemi il termine) che non accettano questa assenza di risposta, il pianto continua e non cala di intensità nel tempo… I bambini che piangono per qualsiasi cosa non vengono comunque ascoltati ma almeno si consolano sfogando i sentimenti negativi…

Nel caso di bambini il cui pianto viene considerato un importante modo di comunicare, questa modalità viene usata sempre meno, in casi disperati diciamo, perché i bambini, essendo capiti e sentendosi accolti, si sforzano molto di più di comunicare in altro modo il loro disagio. Passano presto ad altri modi di comunicare, o comunque riescono ad attendere sempre di più che il bisogno venga soddisfatto, quando viene comunicato inizialmente con altri segnali. È come se il bambino dicesse “Aspetto a piangere, perché so che la mia mamma è interessata a capire che cosa ho, quindi magari insisto con il ciucciarmi le manine per farle capire che ho fame… prima di passare alle lacrime”. Sia sul breve periodo che sul lungo, insomma, i bambini accolti e ascoltati piangono di meno.

I bambini sono molto sensibili e captano presto che tipo di persone hanno intorno, quindi riescono ad adattarsi all’ambiente circostante variando le modalità… Certo che questo è un discorso generale, poi ci sono così tante variabili che non si può considerarlo valido per tutti e per tutte le circostanze, ma per la maggioranza dei bambini funziona più o meno in questo modo. Insomma, cosa scegliete di fare? Volete comunicare al vostro bambino che i suoi bisogni sono importanti e degni di nota, o che dà solo fastidio? A voi la scelta…

La nascita di Vera

giovedì, 26 luglio 2012

Ricordo il mio parto come si ricorda un sogno, immerso in un’atmosfera magica e unica, difficile da descrivere e da raccontare. Adesso che la nostra piccola Vera è qui con noi, e che ha quasi due mesi, ripenso spesso a quella notte speciale, e ho quasi nostalgia di quei momenti! Nonostante la fatica, il dolore, lo sconforto di certi momenti, mi sembra che quelle poche ore siano state le più importanti di tutta la mia vita, e segnano indelebilmente l’inizio di una nuova parte della mia vita. È fondamentale, per me, pensare di avere trascorso quelle ore con la persona che amo e con altre tre persone speciali, che ci hanno aiutato a far venire al mondo la nostra bambina. Adesso so che ce l’avrei fatta anche da sola, perché so che tutto il lavoro è stato mio e della mia bambina, ma il loro sostegno e i loro consigli sono stati fondamentali per la mia tranquillità e per quella di Massimo, mio marito. Massimo ha faticato con me e mi ha sostenuto in un modo che sinceramente non speravo.

Quando ho sentito la prima contrazione, verso l’una di notte del 3 aprile, sono stata contenta, e ho provato una specie di eccitazione, presto non avrei più avuto la pancia ma la mia piccola tra le braccia. Sapevo che ci voleva tempo, ma ormai era iniziato il viaggio, e da lì non si tornava indietro!

Visto che sapevo che ci sarebbe voluto tempo, ho cercato di vivere quella giornata in modo normale. Ho cucinato, messo un po’ a posto, e nel pomeriggio è venuta a trovarmi una mia amica, anche lei in attesa, al 7° mese. Abbiamo anche fatto delle foto insieme, non eravamo ancora riuscite a fotografare insieme i nostri pancioni! Le contrazioni non si sono mai fermate, ma al contrario hanno accompagnato tutta la mia giornata. Erano all’inizio ogni quarto d’ora, poi ogni 10 minuti, poi ogni 5… ma non erano proprio regolari, e quando è arrivato a casa Massimo, mio marito, iniziavano a farsi sentire un po’ di più. Ero molto tranquilla, ma sentivo l’agitazione della mia amica prima, e di Massimo dopo, che comprendevo ma non riuscivo a provare!

Verso le 19 ho fatto una doccia, per provare se davvero faceva sentire un po’ meno il dolore delle contrazioni… Prima però ho chiamato Giovanna, una delle ostetriche, per iniziare ad avvertire che eravamo “in ballo”, e lei mi ha detto che sarebbero venute dopo un po’.

Ricordo di aver mangiato un panino, non avevo molta fame ma sapevo che avrei avuto bisogno di molta forza, quindi mi ero sforzata di mangiare un po’. Le contrazioni iniziavano a farsi sentire, ero entrata nel pieno della situazione e sapevo che la notte che stava arrivando sarebbe stata la più speciale della mia vita. Non avevo paura, ero completamente presa dal mio compito, ed ero tranquilla. Cercavo di gestire le “onde” come meglio potevo, contando sull’aiuto di mio marito. Dopo aver mangiato qualcosa ci eravamo sistemati in camera, su un materassino steso per terra accanto al letto, dalla parte di Massimo. Lo avevamo coperto con nylon e lenzuola, poi avevamo preso anche dei cuscini. Ricordo poco di quelle ore, so che Massimo era sempre con me e mi massaggiava la schiena ad ogni contrazione, che capiva che arrivava dal mio sguardo che cambiava. A volte sbadigliava, cosa che dentro di me mi faceva un po’ arrabbiare! Poi eravamo andati in bagno, e mi ero messa a cavalcioni del wc, cercando un po’ di sollievo in quella posizione, ma poi eravamo tornati in camera. Quando, alle 9, erano arrivate Lorella e Giovanna, ero in camera e stavo cercando di cavalcare le onde come meglio potevo… Ricordo le parole di Lorella, “Ci hai fatto una bella sorpresa, non ce l’aspettavamo adesso..”, io non ho risposto nulla ma ripensare a quelle parole mi fa uno strano effetto, è come se in quel momento avessi realizzato (anche se avevo già contrazioni da ore!) che c’eravamo veramente…

Le ostetriche sono state con noi circa un’ora, durante la quale mi hanno visitato una volta, dicendomi che stava andando tutto bene, ma che ci sarebbe voluto ancora un po’, le contrazioni sarebbero diventate ancora più intense… Quelle parole mi avevano preoccupato un po’, avevo pensato “Ma come, queste non sono buone contrazioni?”, però non ci avevo pensato più di tanto. Poi ci avevano lasciati di nuovo soli, allontanandosi per un po’, finché non le avessimo richiamate, perché pensavano che ci volesse ancora tanto.

Delle ore successive ricordo il continuo aumento dell’intensità delle contrazioni, 3 ore in cui non avevo il tempo di pensare ma in cui il mio corpo era totalmente preso dalla continua trasformazione… Ero immersa in ogni momento, in ogni respiro che facevo, e non avrei potuto sopportare l’idea di non essere a casa mia, nella mia camera, con la luce del mio abat-jour azzurro, nel silenzio della notte con solo la presenza del mio compagno con cui stavo dividendo questo momento così intimo. Durante la prima fase di transizione avevo vomitato, il mio corpo aveva deciso che non voleva riposare ma andare all’attacco!

Verso l’una di notte, esattamente dopo 24 ore dalla prima contrazione appena percettibile, avevo chiesto a Massimo di richiamare le ostetriche, non ce la facevo più, sapevo che il dolore non sarebbe cessato con la loro presenza, ma avevo bisogno di loro, dovevo sapere che erano lì con me, lì con noi tre. Quando le persone a cui dico che ho partorito in casa mi dicono “Che coraggio!”, mi rendo conto che durante tutto il travaglio non ho mai pensato, neanche una volta, che le cose potessero non andare bene, e l’ho pensato poche volte anche prima! Incoscienza? No, credo sia solo fiducia nelle proprie capacità, in quelle delle persone che ti assistono e nella creatura che porti in grembo da 9 mesi, e di cui ormai conosci tante cose, compresa la forza e la voglia di vivere…

Verso le due di notte erano arrivate Giovanna e Lorella, sapevo che erano arrivate, una di loro era entrata nella camera, sentivo la sua presenza ma non sapevo chi era… Poi Giovanna mi aveva visitato, aveva detto che tutto andava bene, e mi aveva lasciato di nuovo con Massimo. Avevo vomitato un’altra volta, dopodiché, dopo un tempo che non saprei quantificare, mi avevano chiesto se mi andava di provare a entrare nella doccia, avevo accettato e così Massimo era andato a preparare e a scaldare la stanza. Ricordo che Massimo andava e veniva, ma io non rimanevo mai sola, riconoscevo il tocco di Giovanna o Lorella sulla mia schiena che si alternava e sostituiva quello del mio compagno. Poi ero entrata nella doccia, allora lo sgabello che avevo comprato serviva a qualcosa! Mi ero seduta sotto il getto caldo della doccia, che Massimo teneva per me, e di quell’ora e mezza sotto la doccia ricordo che le contrazioni erano un po’ meno dolorose, anche se molto forti, e dopo ogni onda Lorella, che sedeva su una sedia di fronte a me con lo sguardo sereno, sentiva il cuore della bimba. Sapevo che quello strumento era utile per sapere se la piccola stava bene, ma devo dire che ne avrei fatto a meno, mi disturbava un po’ perché sentivo che interrompeva e spezzava qualcosa… Ad un certo punto il mio corpo era stato preso da un impulso irrefrenabile a spingere, e mi era sembrato che scoppiasse qualcosa! Mi ero un po’ spaventata, ma Lorella mi aveva detto che si erano rotte le acque, e che il liquido era chiaro, tutto ok. Ho pensato “Che forte, rompere le acque sotto l’acqua!”.

Era arrivata anche Patrizia, che sorpresa! Era un’altra ostetrica che avevo avuto modo di conoscere la settimana precedente, in occasione di una delle visite domiciliari delle ostetriche. Quando è entrata in bagno mi sembra di essere riuscita a farle un sorriso… Sentivo che erano tutti lì per me, era proprio come me l’ero immaginato, di notte e col silenzio… Solo io rompevo il silenzio, con il rumore del mio respiro e poi con le vocalizzazioni che cercavo di sostituirvi, con la guida di Giovanna e Lorella… non era facile, non mi riusciva molto all’inizio, ma poi sentivo che andava meglio, e forse cercare di controllare la voce mi aiutava a sentire un po’ meno il dolore. Poi Lorella mi aveva chiesto se volevo uscire dalla doccia, avevo accettato subito ed eravamo tornate in camera. Quando ero entrata in camera, ero rimasta colpita dall’atmosfera che c’era. Avevano sistemato tutto, messo lenzuola pulite e cuscini sopra il materasso, e mi ricordo di aver pensato “Guarda che bello, sono fantastiche!”. Mi sono rimessa in ginocchio, appoggiata al letto con le braccia, e ho cercato di affrontare al meglio anche quella che sapevo essere l’ultima parte del mio viaggio. Sentivo che ci eravamo quasi, ed era stato proprio il fatto di vedere tutta la stanza pronta, a farmelo capire! Sì, era tutto pronto per accogliere la nostra piccola Vera. Da quel momento ho dei ricordi un po’ più lucidi, so che Massimo era sempre accanto a me, mi massaggiava la schiena e mi incoraggiava a non abbattermi. Ogni tanto lo guardavo negli occhi, intensamente, senza riuscire a parlare, ma già solo quello mi dava la forza per andare avanti. In qualche momento, quando il dolore mi sembrava insopportabile, scuotevo la testa e lui capiva immediatamente cosa volevo dire, e mi incoraggiava dicendo “Ma sì, ma certo che ce la fai!”. Avevo proprio bisogno di sentire quelle parole…

Il mio corpo spingeva con tutte le sue forze, ora non sentivo più le contrazioni ma degli spasmi fortissimi e incontrollabili, che potevo solo assecondare. Mi sembrava di urlare di rabbia, tale era la forza che sentivo dentro. La mia bambina era decisa a nascere, e io cercavo con tutte le mie forze di aiutarla a venire fuori. Sentivo che mi stavo aprendo piano piano per farla passare…

Una delle cose che ho apprezzato di più del lavoro delle ostetriche è che non mi hanno mai detto “spingi” o “non spingere” quando mi veniva da fare il contrario, e credo che comunque non avrei potuto non assecondare il mio corpo.

Proprio quando eravamo alla fine, quando Massimo mi diceva con entusiasmo “Dai, si vede qualcosa, si vede la testa!”, ho pianto per il dolore e per la paura di non farcela. Il mio corpo si stava aprendo per fare passare la creatura che era nata e cresciuta dentro di me, e quello che stavo provando era incredibile, ma faceva anche paura! Ad un certo punto qualcuno mi ha detto di toccare con la mano, c’era la testa che stava per uscire, e io ho detto sorridendo, sorpresa “È morbida!”.

Finalmente era uscita la testa, qualcuno lo aveva detto, ormai eravamo tutti insieme da un po’, tutti nell’attesa di questo piccolo ma grande miracolo… Ho sentito una tregua, mi hanno detto di non spingere subito ma di aspettare un attimo, e con la spinta successiva è uscito tutto il corpo.

Sotto e dietro di me lavoravano per pulire e accogliere questa nuova vita, e io ho chiesto che ore erano. Erano le 6:08 del 4/4/2008… che bel giorno, che bell’ora per venire al mondo! Neanche il tempo di rendermi conto che era nata, che subito ho avuto la mia piccola in braccio, e come pesava! Aveva le mani grandi… Io ero nuda e lei era nuda, due corpi diversi ma una cosa sola, ancora col cordone che ci univa… Mi hanno aiutata a sdraiarmi sul letto, e mi hanno messo la piccola sul petto, poi ci hanno avvolte con coperte calde e asciugamani. Ci siamo guardate per la prima volta negli occhi, Massimo era accanto a noi, la nostra creatura era bellissima! Mi ricordo che per un po’ ho respirato affannosamente, un po’ per la fatica, un po’ per l’emozione indescrivibile… Poi abbiamo guardato se effettivamente era una femmina, non lo sapevamo ancora con certezza! Sì, era proprio la nostra piccola Vera!

Il dolore era scomparso, rimaneva solo la forza del miracolo appena avvenuto e tutta la gioia per essere riuscita a dare alla luce la mia bambina nell’intimità di casa nostra!

Siamo rimasti da soli noi tre per non so quanto, un tempo che non ricordo bene, e poi sono tornate le ostetriche per aiutarmi a partorire la placenta. Giovanna mi ha fatto vedere e sentire che il cordone non pulsava più, così lo hanno tagliato, dopodiché mi sono alzata dal letto, sempre tenendo in braccio la mia piccola, e ho dato qualche spinta per fare uscire la placenta. Pensavo che sarebbe stato più facile! Ma alla fine è uscita, era molto grande!

Giovanna mi ha aiutata a fare una doccia e poi mi ha dato qualche punto, mi ero lacerata un po’, mentre Lorella si è occupata di Vera con Massimo e Patrizia. Dopo la prima poppata della piccola, anche noi ci meritavamo la colazione… così Massimo è sceso in panetteria a prendere brioches per tutti, e abbiamo fatto colazione brindando con un bel bicchiere di vino dolce!

Questo è il racconto del mio parto, l’esperienza più importante della mia vita, di cui forse non ricordo tutti i particolari, ma di cui mi sono rimaste impresse certe frasi e certi momenti in modo indelebile. Concluderò con una di queste frasi, pronunciata da Giovanna verso le 7 di mattina quando, aprendo le persiane della camera dove era nata Vera, ha “urlato” sottovoce: “È nata una bambina! È nata una bambina!”.

 

Presto sarò mamma!

martedì, 19 giugno 2012

Che emozione, quando si scopre di aspettare un bambino… Che sia il primo o il quinto, che si scopra con il test di gravidanza o si senta con il cuore, che sia cercata o arrivata a sorpresa, quando arriva la consapevolezza di avere una vita dentro di noi, il turbinio di emozioni è enorme… Gioia perché custodire dentro di sé una nuova vita è sempre un miracolo, e noi donne abbiamo questo dono… Sorpresa perché alla fine non è sempre così facile riuscirci… Paura per tutte le incognite che si affacciano alla mente… Ce la faremo anche con questo piccolo essere in più? Ce la faremo economicamente, fisicamente, emotivamente, a gestire questo nuovo ingresso nella nostra famiglia? Come sarà questo bambino? Cosa ci porterà?

Ogni bambino che nasce, in qualsiasi famiglia e modo venga alla luce, porta sempre con sé la sua personale storia, i suoi doni per noi genitori e anche per i fratellini che già ci sono… e tutto ciò si va a incastrare in un modo nuovo e unico nel contesto in cui avviene la nascita… Il neonato porta con sé la saggezza di chi viene da un altro mondo, basta guardare nei suoi occhi e perdersi nell’infinito, nel passato e nel futuro, in ciò che siamo stati, che vorremmo essere e che non saremo mai… e questo può fare paura o meno, ma di sicuro ha un certo effetto su di noi… E prima, quando il bambino è ancora un minuscolo puntino dentro di noi, tutto ciò viene scatenato in piccolo… Non sono solo le emozioni positive che accompagnano la gravidanza, anche se tutto intorno a noi sembra impossibile poterlo ammettere, perché la donna gravida sembra non poter provare sentimenti negativi, soprattutto nei confronti del piccolo in arrivo. E’ bene dire, però, che questo può avvenire ed è perfettamente normale, anche nelle gravidanze cercate e desiderate tantissimo… perché siamo fatti così, e le novità portano con sé sempre un misto di emozioni contrastanti. La cosa migliore da fare, secondo me, è innanzitutto cercare di essere sincere con se stesse, ascoltare cosa dice il nostro cuore, poi la nostra mente, e prendere coscienza di tutte le emozioni che si scatenano in noi, sia all’inizio che col proseguire della gravidanza… e poi isolarsi dal mondo per un momento e comunicare col nostro piccolo nella pancia, confidandogli le nostre paure, raccontandogli le nostre gioie, e iniziando già a pensarlo come una persona che ci può ascoltare e capire… ed è davvero così! Lui sente ciò che proviamo, e capisce benissimo… Le nostre emozioni influenzano anche lui, ma se ne siamo consapevoli noi, potremo anche “spiegarle” a lui, e potrà “digerirle” meglio, proprio come saremo portati a fare quando sarà nato, fuori dalla nostra pancia… La sua mente già esiste, e noi possiamo entrare in contatto con lui tramite la nostra mente… iniziamo ad allenarci a farlo, così ci riusciremo meglio anche quando sarà nato!

Il parto in acqua

mercoledì, 1 febbraio 2012

La mia seconda bambina, sempre nata in casa come la prima, è nata in acqua. Sono entrata nella piscinetta dopo tutto il giorno che avevo prodromi, poi contrazioni più serie… Erano iniziate tranquillamente alle 8 di mattina, e sono entrata in acqua verso l’ora di cena, le 19.30, perché fino ad allora ero riuscita a gestire bene le onde camminando e ondeggiando il bacino… Neanche due ore dopo mia figlia era tra le mie braccia. Appena sono entrata in acqua ho sentito un grande sollievo, un grande rilassamento, e le contrazioni si sono fermate per qualche minuto. Poi sono ricominciate, belle potenti, ma riuscivo a gestirle molto meglio per via della rilassatezza dei muscoli di tutto il corpo, grazie anche alla leggerezza del mio corpo immerso, e forse anche perché in quel modo mi sentivo più in contatto con la mia bambina, immersa anche lei nell’acqua… Potevo cambiare posizione facilmente, non sentivo il peso del mio corpo, né del pancione, e infatti ad ogni contrazione mi mettevo carponi o facevo galleggiare il corpo andando quasi in superficie, poi ad ogni pausa tornavo a sedermi. L’acqua ha accelerato il travaglio che era in fase avanzata, infatti dopo poco non avevo praticamente più le pause tra le contrazioni, ma stavo benissimo in acqua… e dopo poco è nata mia figlia. Siamo rimaste in acqua per molto, non avevamo fretta, ogni tanto mi facevo togliere un po’ di acqua fredda e metterne di calda… così rimanevamo al calduccio. La mia bambina è rimasta in acqua, nel suo elemento, per ancora un’ora, ma era anche addosso a me… una specie di momento di transizione che penso le abbia donato maggiore tranquillità nel sentirsi accolta in questo nuovo mondo. Che strano, dopo ore passate in acqua, rialzarsi in piedi e sentire tutto il peso del tuo corpo… e anche quello della tua bambina fuori da te!

Benefici per la mamma. Insomma, i benefici per la mamma si possono riassumere così: aiuto nel rilassarsi e quindi nella gestione del dolore; velocizzazione del processo di dilatazione, se il travaglio è in stato avanzato; maggiore facilità nel movimento in travaglio, possibilità di cambiare posizione facilmente e velocemente;  distensione dei tessuti che hanno meno probabilità di lacerarsi in modo grave; compressione delle eventuali varici con riduzione di fastidi per chi ha questo problema. Inoltre, è importante ricordare che in ospedale il parto in acqua subisce meno interventi, e questo non è da sottovalutare!
Prima di questo mio secondo parto, avevo acquistato e letto il libro di  sul parto in acqua di Janet Balaskas e Yehudi Gordon. Per amore di completezza, vorrei aggiungere che in questo libro si dice che spesso, con bambini abbastanza grossi, è meglio uscire dall’acqua al momento dell’espulsione, per farsi aiutare dalla gravità.

Benefici per il bambino. Il feto vive nel ventre materno, immerso nel liquido amniotico. Uscendo dall’utero materno, la prima sensazione che prova è probabilmente il freddo, anche se la stanza è riscaldata, oltre al vuoto dato dalla mancanza di liquido. Nascendo in acqua, non prova né una né l’altra di queste sensazioni, e anzi si sente nuovamente accolto dal tepore di acque che lo avvolgono dolcemente, liberandolo dalla stretta del canale del parto… Non si sente cadere nel vuoto, o comunque meno di quanto accada normalmente, e rimane in un ambiente caldo almeno quanto il corpo da cui è uscito. Questa è la mia visione, la mia opinione, ma è quanto ho anche percepito con la mia esperienza. Lentamente affiora alla superficie, senza fretta, e può incontrare l’aria, senza che venga subito tagliato il cordone. Incontra l’abbraccio della sua mamma, che immediatamente riconosce, e l’acqua fa da tramite e rimane anche a fare da contorno a questo nuovo attesissimo incontro.

Aspetti pratici. Vediamo ora gli aspetti pratici. Piscinetta o vasca? C’è che si trova meglio con la piscina, chi si trova bene anche nella vasca normale… solo voi potete saperlo! Io stavo scomoda nella vasca anche solo a fare il bagno col pancione, mi sentivo quasi in trappola, non riuscivo proprio ad immaginare di muovermi agevolmente lì dentro in travaglio, quindi mi sono organizzata con una piscinetta gonfiabile, quelle dei bambini piccoli coi pesciolini! E mi sono trovata benissimo. Però una mia cara amica ha partorito due volte nella sua vasca da bagno, stretta e lunga, quindi si può sicuramente fare!
Quando vi immergete, dovreste essere coperte dall’acqua almeno fino a tutta la pancia, per poter galleggiare agevolmente. Dovreste poter stare nella piscina con le gambe stese, da sedute. La temperatura dell’acqua non dovrebbe essere troppo elevata, questo in teoria, poi in pratica io non so a quanti gradi fosse l’acqua della mia piscina, ma sicuramente lo era più del mio corpo, perché mi piaceva sentire l’acqua bella calda. Anche lì mi sono fatta seguire dall’istinto.
Sarà utile posizionare la piscina in un luogo intimo, possibilmente in una stanza che possa venire chiusa, per garantire intimità, e dove si possa avere buio anche se si è in pieno giorno. La piscina dovrà essere riempita e svuotata agevolmente, quindi serviranno tubo di gomma e attacco al rubinetto, per la lunghezza solo poi potete sapere quanto è necessario per arrivare al rubinetto più vicino! Noi l’avevamo messa in bagno, nel nostro grande bagno, dove stava di misura, ed è stato comodissimo sia riempirla che svuotarla!
Ah, un’ultima cosa: anche se da tutta la vita sognate il parto in acqua, non potrete essere sicure che partorirete in acqua per il semplice motivo che non saprete, finché non vivrete il momento, se davvero avrete voglia di starci! Spesso ci si fa un’idea prima, e al momento del travaglio o della nascita le cose cambiano… A volte va bene travagliare ma non partorire, a volte il contrario, a volte entrambe le cose e altre volte ancora, nessuna delle due, indipendentemente da ciò che si pensava in gravidanza! Bisogna essere pronte a tutto, cambiando eventualmente programma, rimanendo elastiche sui desideri e bisogni del momento!

Il confronto con il mondo esterno…

sabato, 14 gennaio 2012

Una delle cose a cui tante mamme non sono preparate, quando diventano mamme, è il confronto con il mondo esterno… Non si sa bene perché, ma quando nasce un bambino, tutte le persone che ti stanno intorno diventano all’improvviso esperte di puericultura, di allattamento, di pediatria, insomma di tutto ciò che riguarda TUO figlio. Eh sì, è così, e soprattutto non si risparmiano per niente, perché si sentono proprio in dovere di darti consigli e ammonizioni… Fa un po’ ridere, ma questo succede anche a persone che non hanno figli!
Sorvolando sull’assurdità di questa cosa, cerchiamo di capire come affrontare tutto ciò… Io credo che non si possa impedire agli altri di parlare, anche se a volte si avrebbe proprio voglia, perciò le strade sono essenzialmente due: lasciarli parlare e dire di sì, facendo poi come si vuole, oppure provare a controbattere laddove si abbia la speranza di riuscire a far capire le proprie posizioni. La cosa importante secondo me è che, in entrambi i casi, si riesca a prendere ciò che di buono viene detto (se qualcosa di buono c’è) e tralasciare il resto… e soprattutto che si continui a fare come meglio si crede, come meglio ci indica quella vocina dentro di noi che voglio chiamare istinto, o coscienza, o con qualsiasi altro nome che renda l’idea… l’idea che siete VOI le mamme, che quello è il VOSTRO piccolo, e che solo lasciando fuori tutte le altre voci, riuscirete a fare ciò che è meglio per voi due.
Per completezza, vi ricordo che per questioni riguardanti l’allattamento, è meglio chiedere alle consulenti LLL (e non al pediatra) o ad amiche con esperienza di allattamento, e per tutto il resto può essere utile anche ricorrere alla competenza delle ostetriche, le cui conoscenze non si fermano al parto ma riguardano anche tutto il primo periodo di vita del bambino. Per i pareri medici, potrete rivolgervi al pediatra. I pareri di amici e parenti possono essere utili a volte, ma sarebbe bene che fossero richiesti! Per tutto ciò che non è richiesto, cercate di essere impermeabili, e concentratevi solo su ciò che sentite voi e su ciò che vi comunica il vostro piccolo… ve la caverete benissimo!

Nascita: il diritto all’epidurale ovvero il diritto negato al piacere e al parto orgasmico

martedì, 3 gennaio 2012

Scritto da Carla Joly, ostetrica libera professionista

Epidurale o analgesia epidurale in travaglio di parto, consiste nell’inserzione di un cateterino flessibile nello spazio peridurale lombare, attraverso cui si somministra un anestetico che agisce sui nervi che trasmettono il dolore provocato dalle contrazioni uterine.

Recentemente se ne è di nuovo parlato, con un articolo sul giornale “Il fatto quotidiano”, affermando il diritto all’epidurale come modalità moderna e indolore di partorire versus una modalità primitiva ed arcaica di partorire tuttora esistente in Italia. Siamo considerati il paese più arretrato a livello europeo per l’alto tasso di cesarei che in alcune regioni è arrivato a sfiorare il 70% del totale dei parti a confronto del 15% massimo consigliato dall’OMS nei punti nascita specializzati in patologia, come indice di una buona pratica ospedaliera. Questa cifra spropositata di cesarei si tira dietro anche un elevatissimo indice di medicalizzazione e di episiotomie (il taglio della vagina e dei tessuti del pavimento pelvico – perineo -, non sostenuto da alcuna evidenza scientifica, da qualcuno viene paragonata a una mutilazione genitale femminile silente cui viene sottoposta più del 50% di primipare cioè delle donne che partoriscono la prima volta) Tra le cause o comunque correlata all’alto numero di cesarei vi è la pratica dell’analgesia peridurale.

Per quanto riguarda la sanità italiana si parla di aziende quindi di conseguenza si parla di profitto, i soldi vengono rimborsati dalle regioni alle aziende in base a quanti più interventi chirurgici vengono eseguiti (un parto spontaneo costa molto meno di un taglio cesareo). Esiste un grande business farmacologico e parafarmacologico (100.000 euro per un apparecchio per ecografie) in mano alle multinazionali del farmaco che commissionano la maggior parte degli studi e delle ricerche in circolazione.

Le cose sono molto semplici: il parto e la nascita non sono una malattia infatti solo una donna sana può rimanere incinta. Gli alti livelli di stress in gravidanza inducono un aumento del cortisolo che la placenta oltre una certa soglia non è più in grado di arginare, quindi da questo squilibrio nasce la patologia.

Con la continuità dell’assistenza di cui possono essere competenti un’ostetrica ed una doula specialiste in fisiologia si riduce notevolmente la medicalizzazione, cioè più ostetriche = meno medicalizzazione e parti cesarei, come confermato da studi e ricerche scientifiche non commissionate da alcuna casa farmaceutica, ma è d’altra parte una cosa ovvia che se l’ostetrica e la doula sono quelle figure atte ad accompagnare gravidanza e nascita, sono anche quelle che devono avere strumenti di prevenzione per il mantenimento della salute in gravidanza e non essere figure paramediche o piccoli medici. Questo fatto però comporta una politica sanitaria adeguata, nel senso che non si può tirare al risparmio su una figura come quella dell’ostetrica che deve essere in numero sufficiente ed in condizioni tali da poter svolgere il suo lavoro in tutta sicurezza.

Quando parlo di parto orgasmico con le donne a volte mi rispondono sconsolate: ”Tanto a me non mi tocca!”. Potrebbe anche non toccarti visto che questo è uno dei misteri della vita ed è un fenomeno completamente fuori controllo così come il parto fisiologico e non sono eventi programmabili né pilotabili con il nostro cervello razionale, ma visto che è possibile poiché il 14% delle donne non prova dolore durante il parto ed un 21% nei parti non disturbati prova un orgasmo durante la nascita, mettiamoci nelle condizioni migliori affinché questo sia possibile, cercando di non disturbare il parto. Disturbare il parto vuol dire causare una qualche patologia ed entrare nel tunnel senza fine della medicalizzazione. Il parto orgasmico può essere inquadrato nelle quattro fasi dell‘orgasmo, che sono anche le quattro fasi della nascita fisiologica e delle leggi della vita: eccitazione, espansione, contrazione e distensione. Inizialmente abbiamo l’eccitazione che si genera nell’incontro tra il maschile ed il femminile al momento del concepimento, l’espansione della gravidanza, le contrazioni uterine che permettono la nascita e il rilassamento profondo che è tipico del puerperio. Naturalmente il parto orgasmico è un evento che fa parte del proprio potenziale femminile nella sfera più intima (sessuale e spirituale) quindi necessita di un profondo rispetto e di privacy dal punto di vista personale, ma è importante parlarne dal punto di vista culturale per costruire una nuova cultura della nascita. Naturalmente non si parla in termini meccanicistici del raggiungimento dell’orgasmo ma della capacità di apertura e di provare amore nei confronti del partner, siamo nelle qualità del cuore e l’ormone connesso a tutto ciò è l’ossitocina.

Qual è l’ambiente migliore per la nascita, ce lo possono insegnare gli animali ed il loro istinto: la tana. Tutto va nel migliore dei modi quando gli animali si sentono al sicuro. Quando invece sono minacciati dai predatori, tutto il delicato meccanismo del travaglio e del parto si blocca finché non viene raggiunta di nuovo la sicurezza, le femmine normalmente si isolano ed i maschi difendono il territorio della nascita. Come mai allora la specie umana ha avuto bisogno di costruire degli ospedali per far partorire le donne, quando sarebbe così semplice deospedalizzare il parto per farlo tornare tra le mura domestiche dove il più delle volte viene concepito il bambino? Il rischio sta proprio nel disturbare il parto, quindi una donna sana e il suo bambino sono più al sicuro a casa loro, qualora il parto non venga disturbato, piuttosto che in ospedale. Quindi un primo fattore di analgesia è partorire in un posto sicuro, far si che non venga stimolata la corteccia cerebrale; piuttosto che un linguaggio razionale adopereremo altri strumenti quali il tatto, l’uso dell’acqua e del massaggio, la penombra, un ambiente caldo e intimo, la libertà di movimento per trovare spontaneamente le posizioni meno dolorose in quanto la percezione dolorosa cambia a seconda della posizione assunta: aumenta in posizione supina e diminuisce in posizioni verticali, carponi o accovacciate (che preservano anche la salute del bambino), la possibilità di rilassarsi profondamente durante le pause tra le contrazioni quando il corpo produce naturalmente endorfine (che inducono un profondo stato di trance) , sostegno e libera espressione del dolore soprattutto vocale che permette per stimolo riflesso l’apertura del canale pelvico del parto, un bacino e pavimento pelvico libero nei movimenti quindi una preparazione al parto adeguata, una respirazione libera e profonda soprattutto addominale che ha un grande effetto analgesico, un periodo espulsivo con spinte spontanee e non forzate, genitali integri senza episiotomia, poter tenere con se il bambino dopo la nascita ecc.

Quindi l’ospedale è l’ultima spiaggia per partorire, epidurale a tutte le donne che scelgono l’ospedale ? Quali sono i rischi? Risposta di un anestesista agli incontri di preparazione alla nascita : ”Da nulla alla morte!” Come riportato da Wagner, epidemiologo dell’OMS: la donna in ospedale entra in un ambiente che di per sé aumenta il dolore e viene sottoposta a pratiche che lo aumentano, si vede offrire l’epidurale per essere poi profondamente grata a quelle persone le hanno tolto il dolore, dolore che è stato principalmente causato da quelle persone. Con l’epidurale il rischio di morte è triplicato per la donna, con la possibilità di un danno neurologico anche permanente o una paralisi temporanea, c’è un maggior rischio di febbre e ritenzione urinaria, il 30-40% può andare incontro a dolori di schiena che nel 20% possono persistere anche dopo un anno, la lunghezza del parto aumenta in modo considerevole e induce una medicalizzazione come effetto secondario che vuol dire uso di ossitocina sintetica che si sostituisce alla produzione endogena (con ripercussioni neonatali e sulla lattazione), aumento di applicazioni di ventosa ostetrica e di tagli cesarei. L’ipotensione materna secondaria all’epidurale (che comporta una perfusione continua di liquidi per via endovenosa) può impedire l’assunzione di posizioni verticali più fisiologiche e riduce il flusso placentare con danno per il nascituro e possibilità di ipossia e conseguente danno cerebrale anche persistente dal punto di vista neurologico dopo la nascita. La donna nei casi più gravi può andare incontro a paralisi, ischemia cerebrale, arresto respiratorio, danno spinale, ematoma o ascesso peridurale. L’analgesia può sollevare dal dolore fisico ma non dalla componente psicologica ed emotiva e sulle paure. Il rischio di bloccare il travaglio è tanto maggiore quanto più viene fatta precocemente l’analgesia e la fase più dolorosa del travaglio è quella iniziale della dilatazione cervicale.

Tiziano Terzani affermava : “La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno. Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una importante funzione naturale quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e in certe situazioni il non avere dolore può essere ancora più penoso dell’averlo. Un orribile aspetto della lebbra è che distrugge i nervi capillari dell’ammalato e quello non sentendo più alcun dolore non si accorge quando le sue dita sbattono e si spezzano contro qualcosa o ancora peggio, come avveniva nei lebbrosari dei paesi più poveri quando le dita gli venivano mangiate dai topi, di notte mentre dormiva. E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e del suo straordinario contrario: il non dolore. In questa visione non c’è posto né per la morte né per il dolore”.

Una civiltà che nega il dolore è innanzitutto una civiltà che nega il suo opposto cioè il piacere, né tanto meno vuole riconoscere il diritto al piacere e alla felicità, una civiltà che ci appiattisce, ci omologa, ci vuole dei robot obbedienti, nega la sacralità del corpo e demonizza il piacere. La nostra capacità alla gioia, al piacere e alla felicità, vivendo in un mondo dualistico, viene anche dal successo con cui abbiamo affrontato il dolore, la morte e la trasformazione nella nostra vita.

Nel brainstorming che propongo nell’accompagnamento alla nascita propongo alcune semplici domande :

Come mi sento quando provo dolore? Come reagisco? Cosa mi aiuta a superarlo? Cosa mi suscita la biblica affermazione: “Tu partorirai con dolore!”? E l’affermazione che il 14% delle donne partorisce senza provare dolore ? E che il 21 % delle donne non disturbate prova un orgasmo durante la nascita? Cosa significa nella mia cultura il dolore del parto? Il sapere arcaico delle mie antenate sul parto ed il dolore cosa mi porta? Dove penso che sentirò dolore durante il parto? Cosa mi potrebbe aiutare? Durante il parto che piacere proverò? Il mio bambino come mi aiuterà? Come lo accoglierò? Il dolore è legato a? La polarità opposta del dolore è? E in questo momento come è la mia respirazione?

Il diritto all’analgesia epidurale in travaglio di parto è un falso diritto, in realtà è la negazione del diritto al piacere durante la nascita e al parto orgasmico.

Carla Joly, ostetrica libero professionista

carla.joly@alice.it

Resoconto del convegno sui danni da vaccino

mercoledì, 30 novembre 2011

Sabato 26 novembre, al Castello di San Giorgio (TO), ho potuto seguire un interessantissimo convegno organizzato dal CO.N.DA.V. (Coordinamento Nazionale Danneggiati da Vaccino), anche se purtroppo non ho potuto seguire anche il dibattito con cui si concludeva il convegno, perché le mie bimbe erano stanche… Quello che ho sentito, però, mi è sembrato così interessante che voglio rendere partecipi tutti quelli che vorranno leggere… Ci tengo intanto a ricordare i relatori che hanno parlato ieri, e di cui riassumerò come meglio riesco gli interventi: Nadia Gatti, presidente CONDAV, Dott. Aristotelis Ioannidis, Alberto Forbiti, Avv.Vanni Oddino, Dott. Dario Miedico, Dott. Eugenio Serravalle (www.eugenioserravalle.com).

Il convegno è stato aperto da Nadia Gatti, Presidente CONDAV, la quale ha presentato l’obiettivo del Coordinamento, e poi la realtà del momento in cui viviamo. I danni da vaccino esistono, e possono anche essere gravi, ma purtroppo non vengono quasi mai riconosciuti. Nel 90% dei casi non c’è riconoscimento del danno né cura, e anzi i genitori che rilevano un danno dopo il vaccino vengono considerati “esauriti” o comunque non creduti. Questa realtà è tristissima, e la Presidente si chiedeva se fosse peggiore il fatto che ci siano persone lese dai vaccini, o che NON ci sia assolutamente informazione su queste cose. Il circolo vizioso è evidente: senza informazioni in merito, i genitori vaccinano i loro figli, influenzati dalle campagne pubblicitarie a favore dei vaccini, per cui “se ami tuo figlio devi vaccinare”… Quindi gli eventuali danni che si manifestano vengono rilevati, ma non si coglie il nesso con la vaccinazione, perché il vaccino non può che fare bene, non esiste che possa provocare danni… (questo il pensiero di tutti, in primis la classe medica). Il fatto di non vedere il nesso fa sì che questi eventi avversi non vengano segnalati alle autorità, e ciò porta alla totale mancanza di dati sulle reazioni avverse. Dove si deve rompere questa catena? Questa catena si potrà rompere solo quando si inizierà a dare le corrette informazioni sulla pericolosità delle vaccinazioni, che sono farmaci a tutti gli effetti, e in quanto tali possono in molti casi provocare reazioni avverse. I pediatri per primi affermano che i vaccini non possono fare danno… ma allora perché nei bugiardini dei vaccini (che nessun medico vaccinatore rilascia ai genitori) ci sono invece elenchi di effetti collaterali che possono insorgere in seguito al vaccino? Tra cui, per esempio, encefaliti, malattie autoimmuni, dermatiti atopiche, diabete, danni neurologici, autismo… Quanti genitori, se debitamente informati su queste cose, deciderebbe di vaccinare? Forse non tutti quelli che lo fanno a tutt’oggi, visto che somministrare un vaccino sembra quasi un atto che si compie con nonchalance, perché tanto lo fanno tutti, e a nessuno succede nulla… Oltretutto, senza informazione, gli eventuali danni non vengono curati nel modo appropriato, e vengono quindi peggiorati, magari anche da successive somministrazioni del vaccino che ha causato i primi problemi… E’ importante sapere anche che si hanno 3 anni di tempo per denunciare il danno, 3 anni a partire dalla vaccinazione.

Ora non voglio affermare che nessuno dovrebbe vaccinare, perché anche se la penso così, non ho le competenze per dirlo… però non basta scrivere su un foglio che se il bambino ha la febbre è meglio rimandare la vaccinazione… Prima della vaccinazione, oltre alla febbre, dovrebbe essere motivo di non vaccinazione qualsiasi situazione di malessere del bambino, e anche la familiarità con alcune patologie, come l’epilessia. Ci dovrebbe essere un’accurata anamnesi e visita prima di effettuare il vaccino, mentre i medici vaccinatori non toccano i bambini che per iniettare il vaccino, rimandando al genitore la responsabilità di dire se “sta bene”… e oltretutto se ne lavano completamente le mani facendo firmare ai genitori un consenso informato… ma informato di che? Le informazioni che vengono date sono puro terrorismo su cosa potrebbe accadere se non si vaccina, non un numero, non uno studio su cui riflettere… Come fa un genitore a decidere in tutta serenità e consapevolezza?

Sembra che dopo le cardiopatie, i tumori e gli incidenti, le malattie iatrogene (cioè derivate da errori medici) stiano al quarto posto come motivi di mortalità della popolazione mondiale… Ma se si considerassero tutti i danni da vaccino che non vengono segnalati, le malattie iatrogene sarebbero ancora “solo” al 4° posto? O al primo o al secondo? Secondo me questi dati sono agghiaccianti… Una cosa poi fa molto riflettere… Solo la Francia e l’Italia hanno ancora i vaccini obbligatori (in Italia non in tutte le regioni)… però, e c’è un però… i vaccini obbligatori non sono gli stessi nelle due nazioni! Eppure siamo vicini, allora perché in Francia sono pericolose alcune malattie e in Italia altre? Questo fa capire come sia tutto legato alle politiche del paese…

Durante il convegno di ieri ho sentito due storie che mi hanno gelato il sangue, due storie di genitori con la vita distrutta, perché in seguito alla vaccinazione, i relativi figli sono rimasti danneggiati in modo estremamente grave. Ho pensato a come mi sentirei se fossi io in quella situazione, mi sono venute le lacrime agli occhi a pensare alla sofferenza di quelle famiglie… e oltre al danno, la beffa, perché come ha raccontato uno di questi genitori, le istituzioni non riconoscono il danno, cioè riconoscono il danno ma per farlo collegare al vaccino bisogna fare i salti mortali, perché nessuno, e ripeto nessuno, è disposto a vedere questa connessione. Oltretutto, se il danno è occorso in seguito ad un vaccino facoltativo (che nonostante ciò spesso è caldamente consigliato), nessun risarcimento è previsto…

Perché tutto ciò?

Secondo la legge italiana, il medico vaccinatore ha l’obbligo di informare sui benefici ed eventuali reazioni avverse dei vaccini (legge n. 210/92, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 6 marzo 1992, n. 55), ma ciò non avviene mai, di solito si “dimenticano” della parte delle reazioni avverse, e si mostrano anche molto reticenti a mostrare i bugiardini dove sono riportati tutti i possibili effetti collaterali… Perché?

Come avevo letto già nel libro di Roberto Gava (“Le vaccinazioni pediatriche”), si afferma spesso che le vaccinazioni abbiano eliminato le maggiori malattie endemiche, ed è merito loro se non ci sono più epidemie… Ma i dati mostrano chiaramente che le principali malattie non hanno subito un forte decremento al momento dell’introduzione dei vaccini, ma ben prima. Quando sono stati introdotte le vaccinazioni di massa, le malattie erano già diminuite drasticamente, e oltretutto dai grafici si evince che l’andamento non è stato modificato significativamente neanche dopo… Molte malattie (come il vaiolo, il morbillo, ecc…) sono state debellate dalle migliorate condizioni igieniche delle popolazioni, quando la gente ha iniziato a lavarsi di più (oggi ci si lava pure troppo!), e a fare più attenzione all’igiene… ecco che cosa ci ha aiutati a vincere queste malattie. Non i vaccini!!!

Purtroppo, al giorno d’oggi, si vaccina perché “lo fanno tutti”, non ci si pone domande più di tanto, e con il continuo tempestare i cittadini con campagne a favore dei vaccini, non c’è dubbio che quasi tutti decidano di effettuare questi vaccini… Prendiamo ad esempio il caso del vaccino contro il papilloma virus… In realtà, anche se le pubblicità parlano di “vaccino contro il tumore del collo dell’utero”, vengono date informazioni volutamente fuorvianti. Il vaccino in questione è relativo ad un solo ceppo di papilloma virus (ce ne sono diversi), e il tumore del collo dell’utero può verificarsi in numerosi altri casi… Quindi il vaccino è contro solo uno dei virus responsabili del tumore del collo dell’utero… e tutti gli altri virus? E tutte le altre possibili cause? Inoltre, è da sottolineare un aspetto molto importante… Queste campagne sono “sponsorizzate” dalle maggiori ditte farmaceutiche… ora è più chiaro perché viene consigliata la vaccinazione di massa, e spacciata spesso come unico modo per “non ammalarsi”, anche quando non è assolutamente così?

E’ stato molto interessante anche il caso del vaccino anti-influenzale… Gli studi hanno dimostrato che, su un gruppo di 100 persone vaccinate, soltanto una persona ha contratto l’influenza contro cui è stata vaccinata (anche qui, diversissimi virus che possono portare sindromi influenzali, e vaccino contro solo uno o due ceppi). Benissimo. Ma se si fa la stessa prova su 100 persone NON vaccinate, si vede che solo 2 persone si ammalano! Quindi una differenza di 1 persona su 100, tra due gruppi, quello di vaccinati e quello di non vaccinati!!! E nel caso dei bambini, invece, il risultato è esattamente lo stesso: uno a uno!

Per il morbillo, invece, mi ha colpito il fatto che le statistiche parlano chiaro: mentre un tempo (prima dell’avvento del vaccino) si ammalavano i bambini dall’anno di vita in poi (perché i bambini più piccoli potevano contare sulla copertura degli anticorpi materni, essendo le madri non vaccinate), da quando le mamme sono vaccinate, non riescono più a proteggere i loro piccoli così a lungo… non possono più contare sull’immunità data dalla malattia naturale.

Tanti dati che non ho sottomano ora, ma che mi hanno fatto riflettere molto sulla mancanza di informazioni, e ancor peggio sulle false informazioni che vengono date ai genitori … Voglio ringraziare i medici e gli altri relatori presenti al convegno, il CO.N.DA.V. e tutte le persone che sono intervenute, perché grazie a queste occasioni si inizia a parlare un po’ di più dei danni da vaccino, piano piano si scoprono le carte, e c’è speranza che prima o poi si arrivi a poter avere informazioni corrette, non solo per quelli che volontariamente vanno a cercarle (e che non sempre le trovano!), ma per tutti i genitori che devono decidere CONSAPEVOLMENTE cosa fare con i loro figli.

Grazie ancora al CO.N.DA.V. e a tutti coloro che lo compongono

 

“E se poi prende il vizio?” di Alessandra Bortolotti

venerdì, 4 novembre 2011

Ecco il sottotitolo, che riassume bene ciò che troverete dentro al libro: “Pregiudizi culturali e bisogni irrinunciabili dei nostri bambini”. Questo libro, ben scritto, scorrevole e semplice da comprendere per ogni mamma, è per me molto prezioso, e credo che sarà il regalo che farò ad ogni mamma che aspetta un bimbo, ad ogni amica che si appresta a diventare mamma… L’autrice, Alessandra Bortolotti (ed. Il Leone Verde), è una psicologa perinatale, ossia che si interessa a tutto il periodo che va dal concepimento del bambino (e anche prima) a tutta la prima infanzia, ma è soprattutto anche una mamma… Alessandra, con questo libro, è riuscita a mettere insieme tutto ciò che definisce la “genitorialità ad alto contatto”, tutto ciò che dovrebbe essere inscritto nell’istinto delle mamme… In poche parole partorire in un luogo in cui mi lascino fare ciò che sento, allattare al seno, portare addosso il mio cucciolo e seguire le sue inclinazioni durante la crescita… Non avere timore di dormire con lui, e soprattutto di viziarlo se soddisfo il suo grande bisogno di stare addosso alla mamma…

Un valore aggiunto, secondo me, è dato dalle parole delle mamme, dai loro pensieri, che si leggono all’inizio di ogni capitolo ma non solo… Le voci di mamme innamorate dei loro cuccioli, che si sentono tirare da loro nell’essere mamma fino in fondo, che devono “combattere” contro la società di oggi che ci chiederebbe di crescere bambini a basso contatto… e che ce la fanno! Non è sempre facile, ma neanche così impossibile… Bisogna creare il silenzio intorno a sé e al proprio bambino, mettersi in contatto col cuore e seguire ciò che il nostro bambino ci fa capire… naturalmente non è diventare schiavi del bambino, ma è crescere con lui, è diventare mamma e papà un passo alla volta, senza troppi schemi, senza l’influenza delle generazioni precedenti, è un lasciarsi guidare nella maternità e paternità dal bambino che abbiamo davanti e non dai nostri ideali o dai nostri pregiudizi… e posso dire con certezza che a volte sembra di sbagliare tutto, ma poi, con calma, i risultati si vedono!

Insomma, questo libro riassume tutte le spiegazioni scientifiche e non del perché è lecito desiderare un parto naturale senza intromissioni, allattare a lungo, portare il proprio bambino e educarlo con amore… naturalmente non è giusto per tutti, ma solo per coloro che vogliono crescere i propri figli con attaccamento, e per coloro che desidererebbero un mondo popolato da persone più sane e felici!

Vi racconto il nostro tandem!

sabato, 10 settembre 2011

Oggi ho pensato di rivolgere a me stessa le domande sull’allattamento in tandem che ho posto qualche mese fa a Mina… Adesso anche io sto vivendo questa esperienza, quindi ve la voglio raccontare!

1. Quanto hanno i tuoi piccoli? Vera ha 3 anni e 5 mesi, e Maia quasi 5 mesi

2. Prima di rimanere incinta, cosa ne pensavi dell’allattamento in tandem? Mi ha sempre affascinato, sempre da quando ne ho sentito parlare, e conoscendo la mia ciucciona, sapevo che avrei avuto grandi possibilità di avere questa esperienza! E la consideravo importante per noi, e anche per me, per capire come cambiano i rapporti…

3. Durante la tua seconda gravidanza hai mai pensato di interrompere l’allattamento di Vera? Come è andata la gravidanza? Parenti, medici e amici ti hanno fatto pressione perché tu smettessi di allattare? E tu come hai vissuto quel periodo? Allora, all’inizio della gravidanza ho auvto delle settimane difficili, con tanta nausea e vomito, meglio che nella prima ma insomma, diciamo che non ero molto in forma… Non c’è stato giorno che io non abbia allattato, perché Vera capiva che stavo male e nel suo piccolo cercava di aiutarmi, si preoccupava, ma aveva bisogno di me e di essere allattata… Appena sono rimasta incinta, ancora prima di saperlo, però, avevamo smesso le poppate notturne, forse il sesto senso, non so, ma sentivo che era il momento, quindi un problema in meno. Vera in gravidanza ciucciava più solo 2 o 3 volte di giorno, quando non ce la facevo (come per esempio la sera, quando andavo a dormire esausta e nauseabonda prima di lei!) lo capiva, però di mattina recuperavamo, ce la facevo quasi sempre ed ero felice di riuscirci. Quindi no, non ho mai pensato di interrompere, neanche quando ciucciando mi dava fastidio al seno. Cercavo di diminuire la durata della poppata, di chiedere la sua collaborazione, di attaccarsi meglio, ma non mi sembra di aver mai pensato di smettere. E i medici… chi li ha mai visti? Le uniche pressioni, se così si possono chiamare, le ho ricevute da mia mamma, semplicemente perché stavo male all’inizio, e lei era preoccupata per me, perché mangiavo poco e pensava che non ce l’avrei fatta anche ad allattare, poi si sa una bambina di 2 anni e mezzo è già “grande”, non è vitale l’allattamento, e per chi non vive la situazione direttamente sembra fanatismo…

4. Com’è andata quando è nata Maia? Quando è nata Maia, Vera ha vissuto da vicino il momento, compresa la prima poppata della piccola, e dal giorno seguente ha iniziato a chiedere di nuovo anche lei di ciucciare, spesso quando vedeva la sorellina attaccata… I primi giorni la accontentavo, la piccola dormiva molto e non mi pesava, però dopo pochi giorni le ho parlato e le ho spiegato che era meglio se tornavamo alle poppate che faceva prima, massimo 3 volte al giorno, perché se no la mamma non ce la faceva proprio, e da subito Vera è stata ai patti. Le ho anche spiegato che a volte avrebbe dovuto aspettare un po’ prima di ciucciare, perché se ho da fare con la piccola o non è tranquilla, prima bisogna riguadagnare la calma… Non sempre è stato facile farle capire che doveva aspettare un po’, ma ce la siamo cavata… e a volte ho anche allattato in contemporanea, ma non ho trovato una posizione così comoda, quindi ho cercato di limitare questa eventualità ai momenti di emergenza… Ho anche allattato Vera mentre Maia dormiva in fascia!

5. E ora che Maia ha 5 mesi, come procede? Ora va meglio, nel senso che Vera ha imparato davvero ad aspettare un po’, senza troppe scenate, tranne quando è molto stanca, e ultimamente mi chiede di ciucciare solo la mattina e la sera, e solo ogni tanto anche a metà giornata… Va meglio proprio in generale, sembra che la situazione si sia assestata, sembra che Vera abbia accettato di più la presenza della sorellina, con cui comunque è sempre stata affettuosa, e che tutti noi abbiamo ritrovato un nuovo equilibrio… tanto che mi fa strano ripensare a quando eravamo solo in 3! E un’altra cosa che sta cambiando, ora, è che spesso ora Vera si stacca da sola, anche dopo poco tempo, mentre prima non l’ha praticamente mai fatto, e non mollava la presa neanche quando dormiva!

6. Quali sono secondo te le maggiori difficoltà a cui potrebbe andare incontro una mamma che decide di allattare in tandem? Secondo me la maggiore difficoltà è costituita dall’ambiente esterno… nel senso che sembra quasi un peccato inconfessabile, una cosa da dover nascondere, specialmente se il bambino più grande ha più di 2 anni… sembra una follia, in un mondo dove se si allatta 3 mesi il primo figlio è già un gran record… quindi sembra un estremismo, invece che un rispondere alle esigenze del bambino più grande… Poi certo, ci sono le difficoltà oggettive e pratiche del dover allattare 2 bambini, che non è mai semplice, ma se si riesce a non avere entrambi i bimbi che ciucciano ad ogni ora e per durata indefinita, si può fare… Quello che ho appena detto accade coi gemelli, ma essendo entrambi piccoli è diverso, perché si sa che non può essere diverso, ma con un bimbo più grandicello credo sia difficile riuscire a non porre dei limiti… e una difficoltà è far accettare questi limiti al bambino!

7. Quali sono le motivazioni per cui secondo te è un’esperienza da vivere? Beh, l’unico motivo per cui è un’esperienza da vivere, secondo me, è quando si ha un bambino “grande” che ha ancora bisogno di questa coccola, di questo legame con la mamma. Non è un “vezzo”, un’esperienza da provare se non ce n’è bisogno, perché è comunque faticoso, è un impegno, ma può per esempio essere un buon modo per limitare la gelosia del bambino “grande”, perché condivide questa bellissima momento con il piccolo, e ci sono occasioni supplementari di coccole, mentre entrambi sono attaccati al seno della mamma a condividere il buon latte dolce…

8. Come pensi che andrà avanti il tuo allattamento doppio? Chi smetterà prima? ;-) Beh credo che se siamo sopravvissute fino ad ora, non potrà che andare in discesa… Spesso però penso che smetterà prima Maia di Vera! Il nostro allattamento doppio andrà avanti finché entrambe le mie bambine ne avranno bisogno, e a meno che non cambi qualcosa, o che io non mi esaurisca troppo (cosa che non dipenderebbe dal tandem, ma dalla stanchezza in generale)… e sono anche curiosissima di vedere come e quando si staccherà Vera!

9. Sei soddisfatta di come stanno andando le cose? Se tornassi indietro cambieresti qualcosa? Sono soddisfatta, anche se stanca, e credo di aver fatto tutto ciò che era in mio potere (e nelle mie forze) per entrambe, e soprattutto per Vera. Credo che non vorrei cambiare nulla, sono fiera di come stiamo andando avanti e credo che questo legame speciale che avranno le mie bambine sarà un bellissimo punto di unione anche in futuro, quando ricorderanno com’era buono il latte di mamma!