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La nanna nel mei tai…

lunedì, 19 dicembre 2011

Sono le 11 di sera, in casa c’è silenzio, solo il ticchettìo dell’orologio e il suono delle mie mani sulla tastiera del pc… Vera dorme nel lettone col papi, Maia dorme nel mei tai. Ogni tanto, come stasera, Maia decide che non ha voglia più di latte, non vuole stare nel letto, si agita e forse è anche disturbata da altro ma non so bene cosa, quindi provo ad alzarmi con lei e a cullarla, ma niente… Sembra assopirsi ma poi si scoccia dei cambi di posizione, dei miei muscoli che si stancano del suo peso, e quindi l’unica è la fascia, anzi il mei tai. Messa lì dentro, in pochi secondi si lascia andare, inizia la sua cantilena ripetitiva e ritmica, e presto chiude gli occhi e si rilassa, a contatto col corpo della sua mamma, stretta stretta, con l’orecchio sul mio cuore… Non so chi delle due abbia iniziato a cantare questa cantilena per addormentarsi… sono stata io o ho imparato da lei? Lo fa da quando era piccolissima, si ninna da sola e a volte lo faccio anche io per aiutarla a incontrare il sonno che non arriva… E anche per cercare di calmarla quando tutto il resto non serve… Anche Vera, quando Maia piange e non riusciamo subito a calmarla, parte con la cantilena! Insomma, è adottata da tutta la famiglia ormai, è una di quelle cose che può aiutare a risolvere le situazioni critiche… Ma a poco serve se non è abbinata al mei tai, o comunque alla fascia…

Dormire nel mei tai le piace molto, sia davanti che sulla schiena, e anche a me piace averla addosso che se la ronfa… Posso sentire il profumo della sua testolina, il suo respiro che cambia a seconda della fase del sonno in cui si trova, cullarla semplicemente col movimento del mio corpo, allattarla senza spostarla e senza farla scendere, e stare anche con la mia primogenita a giocare o a fare le bolle, quando siamo fuori… O se no cucinare, pulire o fare qualsiasi altra cosa che richieda il momento! Unico “neo”: non ci si riposa molto, specie quando il peso del cucciolo aumenta, ma i benefici superano alla grande questo piccolo inconveniente!

Buone nanne portate a tutti! ^_^

Auguri, mamme!!!

domenica, 8 maggio 2011

Care mamme, oggi è la nostra festa, quindi volevo augurare a voi tutte di passarla nel migliore dei modi… Ci sono tanti modi di essere mamma, ognuna ha il proprio, ma ciò che ci accomuna tutte è l’amore per i nostri cuccioli, la volontà di fare per loro il meglio che possiamo, e la speranza che in futuro possano essere felici, ottenere quella felicità che tutti sembrano rincorrere e nessuno raggiunge mai…

Io credo che i nostri bambini possano essere felici in futuro, se possono iniziare la loro vita, vivere i loro primi anni in un’atmosfera di amore incondizionato, di comprensione, se viene loro spiegato il perché dei divieti e degli obblighi, se si cerca di renderli partecipi della vita familiare, se non li escludiamo dalla nostra vita solo perché ritenuti troppo “piccoli”. Nessuno può contare su un futuro sempre felice e soddisfacente, ma la differenza la fa il modo in cui si affrontano le prove, le difficoltà, e anche i momenti di tristezza… Per questo credo che essere dei genitori con attaccamento, come li definisce Sears, possa essere la migliore garanzia per dare ai nostri bimbi la possibilità di affrontare a testa alta quei momenti difficili… Perché sono nati in un’atmosfera protetta, o almeno ci abbiamo provato, perché hanno potuto godere del latte della loro mamma, e di tutto il calore e l’intimità di un rapporto esclusivo con la mamma e con la consolazione del seno, perché sono stati portati tanto in fascia, vicino al cuore di mamma e papà, perché hanno vissuto da vicino la vita di tutta la famiglia, perché le loro esigenze sono state ascoltate e rispettate… Per tutti questi motivi, potranno essere più facilmente degli adulti felici.

E gli auguri vanno a voi, mamme, perché tutte queste cose non sono scontate, non sono facili, non sono sempre comode, e ci costano fatica, oltre a dover spesso andare contro tutti… Grazie per la vostra tenacia, per il vostro coraggio, per la fiducia nei vostri bambini, perché così facendo stiamo cercando di creare un mondo migliore, per tutti i nostri bambini!

Concorso “Portare i bambini… in inverno!”

martedì, 11 gennaio 2011

Cari amici,dopo il successo del concorso di questa estate, ecco una seconda edizione del concorso indetto dal blog EquAzioni: portare i bambini in inverno! Ecco il link: http://www.equazioni.org/index.php/2011/01/10/contest-portare-i-bambini-in-inverno/

Come quest’estate, il concorso si divide in due parti. Si possono inviare alcune foto di bambini portati in fascia (qualsiasi tipo di fascia!), ma rigorosamente “in inverno”, indicando il nome del genitore,  l’età del bambino e il luogo di vacanza, oppure inviare un racconto su cosa significa portare in inverno. E’ davvero scomodo o ci si scalda meglio, in due sotto il giaccone? Si può fare a meno di impacchettare i piccoli in carrozzine e passeggini, evitando di farli sembrare piccole mummie? ;-)

Diffondendo la pratica del portare anche in inverno, in qualsiasi luogo e situazione, si può aiutare qualche altro genitore a fare questa scelta o a capire che i problemi che ha incontrato possono essere risolvibili!

Per conoscere i premi e tutti i dettagli, correte sul blog EquAzioni e… scattate, scattate, scattate! Ah, sono valide anche foto degli anni scorsi! :-)

In bocca al lupo!

Concorso sul portare i bambini in vacanza!!!

martedì, 20 luglio 2010

Cari amici, vi voglio segnalare questo concorso organizzato dal blog EquAzioni: http://www.equazioni.org/index.php/2010/07/19/contest-portare-i-bambini-in-vacanza/

In sostanza, il concorso si divide in due parti. Si possono inviare alcune foto di bambini portati in fascia (qualsiasi tipo di fascia!), ma rigorosamente “in vacanza”, indicando il nome del genitore,  l’età del bambino e il luogo di vacanza, oppure inviare un diario di viaggio, cioè un racconto o un breve articolo su come avete passato le vacanze. Come ci si trova in vacanza senza il passeggino e solo con la fascia? E’ comodo o scomodo? Vi siete pentiti di essere partiti leggeri? Avete portato comunque il passeggino e ne avreste volentieri fatto a meno?

Diffondendo la pratica del portare anche in vacanza, in qualsiasi luogo e situazione, si può aiutare qualche altro genitore a fare questa scelta o a capire che i problemi che ha incontrato possono essere risolvibili!

Che dire, questa iniziativa mi sembra davvero molto carina e divertente, e oltre a rendere le fasce un po’ più diffuse, può aiutare davvero a trovare soluzioni originali per tutte le esigenze! Ah, quasi dimenticavo, ci sono anche dei premi in palio per i vincitori! In bocca al lupo e… diffondete!!!

Allattamento: il nostro difficile inizio

martedì, 16 marzo 2010

Vera era nata, in casa, come avevamo tanto sperato e desiderato… Era andato tutto bene, pesava 3,490 kg ed era lunga 53 cm. Dopo circa un’ora dalla nascita l’ostetrica mi aveva aiutata ad attaccarla al seno. Aveva visto che c’era già il colostro, la bimba sembrava attaccarsi bene, quindi era tutto a posto! Peccato che io, fin da subito, avevo subito provato dolore, troppo secondo me, ma loro dicevano che la posizione dell’attacco era corretta, che all’inizio faceva un po’ male e quindi cercavo di pensare positivo. Il parto era andato così bene, perché l’allattamento doveva andare male?

Vera era nata alle 6 di mattina di venerdì (4 aprile 2008), le ostetriche se ne erano andate verso le 9, e sarebbero tornate la mattina dopo. Quella stessa mattina era venuto a casa il pediatra (un neonatologo) a visitare la bambina, e anche a lui avevo chiesto se l’attacco andasse bene, perché continuavo ad avere molto dolore. Aveva detto che era perfetto (!!!), e che per 10 giorni circa avrei avuto un po’ di male mentre allattavo… Dieci giorni?! Mi sembrava un tempo eterno per poter resistere, io avevo davvero tanto male! E iniziavo anche ad essere scoraggiata, mi sembrava davvero difficile poter resistere a lungo. Ogni volta che Vera si attaccava, sentivo come se milioni di aghi mi si conficcassero nel seno, e questa sensazione non variava né diminuiva nel corso della poppata. Trattenevo il respiro, stringevo i denti, piangevo sottovoce, resistevo, mi pizzicavo altrove per non sentire male al seno, ma con il solo effetto di procurarmi altri dolori.  Avevo passato tutta la giornata di venerdì a letto, senza poter dormire, ad ammirare la mia piccola creatura e ad allattarla, in questo modo. A sera ero già distrutta, ricordo che avevo pianto perché non ce la facevo… Non ricordo assolutamente il dolore dei punti dati per la lacerazione che avevo avuto durante il parto, ma il dolore mentre allattavo era terribile!

Il giorno dopo, sabato, erano tornate le ostetriche. Avevano visto che non avevo ragadi, ma il seno mi faceva molto male, non potevano sfiorarlo che saltavo. Mi avevano consigliato di usare la lanolina e i paracapezzoli, così mio marito era andato a comprarli mentre loro erano ancora lì. Avevo provato ad allattare Vera con i paracapezzoli, lei si era attaccata, io avevo ancora male, ma forse era leggermente più sopportabile. Peccato che, una volta uscite di casa le ostetriche, Vera non ne avesse più voluto sapere dei paracapezzoli! Avevo pensato che non sarebbe cambiato molto, tanto il dolore c’era sempre…

Nel pomeriggio avevo telefonato alla mia consulente della Leche League, perché ero molto in difficoltà, e lei mi aveva detto che se avevo tanto male significava che la bambina non si attaccava bene, che potevo provare a farle aprire bene la bocca facendole fare l’esercizio della “camminata sulla lingua”, e che nel frattempo dovevo prendere un tiralatte per tirarmi il latte e darglielo in altro modo, magari con una siringa senza ago e facendole ciucciare il dito, perché se non si attaccava bene non avrebbe neanche preso il latte che le era necessario. Finalmente avevo avuto un riscontro che mi dava ragione, non ero io ad essere strana, ma c’era davvero qualcosa che non andava! Non ricordo più perché non avevamo preso subito il tiralatte, e non ricordo altro di quel sabato. Però ricordo bene la notte che avevamo trascorso, la notte tra sabato e domenica… Avevo pianto tutte le mie lacrime, ero stremata, il dolore era sempre più forte, e in piena notte io quasi deliravo per la stanchezza e la disperazione, chiedevo continuamente a mio marito di aiutarmi, gli dicevo piangendo che non sapevo come fare, non volevo dare il latte artificiale a Vera ma stavo impazzendo per il dolore e perché non capivo che cosa stava succedendo… Verso le 2 di notte mio marito era andato a cercare la farmacia di turno, per comprare un tiralatte e del latte artificiale. Era continuata la crisi, e verso le 6 di mattina ci eravamo tutti addormentati, stremati. Appena sveglia, ero tornata alla realtà che mi terrorizzava: non sapevo se era peggio dare a mia figlia il latte in polvere e desistere, oppure provare ancora ad attaccarla… Avevo provato a tirarmi il latte, ma ne veniva poco (mio marito tra l’altro ne aveva preso uno manuale), quindi con il minimo di lucidità che ci era rimasto avevamo deciso di darle un poco di latte artificiale facendoglielo ciucciare da una siringa senza ago, usando anche il nostro dito. Quando, quella mattina, erano tornate le ostetriche, mi avevano trovata in condizioni pessime, avevamo raccontato loro la nostra nottata e ricordo benissimo che avevo detto a Giovanna: “Non so perché ho così male, ma ti giuro che preferirei partorire di nuovo subito piuttosto che allattarla”. Guardando la sua faccia avevo capito che finalmente avevano compreso che non era uno scherzo, in fondo avevo partorito da sola, sapevo tollerare il dolore, non era normale che avessi così male! Quella domenica non la avevo più attaccata al seno, mi ero tirata il latte e glielo avevamo dato con la siringa, e qualche volta le avevamo dato quello artificiale.

Il giorno dopo erano tornate le ostetriche, il mio seno era gonfio di latte e quindi me lo avevano alleggerito spremendolo con le mani; all’inizio avevo sentito un dolore tremendo, piangevo mentre Giovanna me lo massaggiava e il latte sgorgava nel bicchiere… poi andava meglio, mi ero alleggerita e le ostetriche avevano dato il latte a Vera con il bicchierino. Avevo provato ad attaccare la bambina dopo aver messo una crema anestetica che mi avevano portato le ostetriche, lei aveva succhiato, io avevo resistito ma avevo ancora dolore, nonostante la crema. Era tornato anche il pediatra a visitare Vera, aveva perso solo 100 grammi dalla nascita, e continuava a stare bene. Sentivo che anche le ostetriche non sapevano che pesci pigliare, ma mi avevano consigliato di contattare una pediatra esperta di allattamento che lavora all’Asl di Moncalieri, per andare a farmi vedere da lei. Nel pomeriggio avevo telefonato e avevo preso appuntamento per giovedì, le cose stavano lentissimamente migliorando e ora ogni tanto riuscivo ad attaccare la bimba. In realtà non era cambiato molto, forse era semplicemente la speranza di riuscire a farcela. Martedì e mercoledì erano venute a trovarmi mia mamma e mia sorella, che ancora non avevano visto la bambina, ed ero anche riuscita a fare delle foto mentre allattavo! Avevo salutato le ostetriche martedì mattina, e le avrei poi chiamate per far loro sapere della visita dalla dott.ssa. Quei giorni erano stati comunque incredibilmente faticosi, spesso non ce la facevo a tirarmi il latte sufficiente a darlo a Vera le volte che non la attaccavo, quindi ricorrevamo al LA ma ogni volta io mi sentivo sconfitta.

Giovedì mattina ci eravamo recati da questa dottoressa, nelle cui mani avevo bisogno di affidarmi, e ricordo che durante il viaggio in auto (il primo con Vera, nel suo piccolo ovetto) ero molto preoccupata, avevo paura che anche lei non capisse cosa c’era che non andava, ma allo stesso tempo ero speranzosa. Quando era venuto il nostro turno, eravamo entrati, e subito la dott.ssa mi era parsa gentile e competente. Aveva visitato Vera, vedendo che stava bene, l’aveva pesata ed ero stata contenta di vedere che aveva già quasi raggiunto il peso della nascita, era 3,450 kg. Rassicurata sulla sua salute, eravamo poi passati a esaminare il nostro problema. Osservando una poppata, la dottoressa aveva visto che Vera non apriva correttamente la bocca, e che il mio capezzolo era uscito dalla sua bocca un po’ schiacciato, così mi aveva chiesto quanto dolore sentivo da 1 a 10, e io credo di aver risposto 8. Poi aveva tenuto indietro il mento della bimba mentre poppava, facendole aprire un po’ di più la bocca, e mi aveva chiesto se andava meglio, e quanto dolore sentissi in quel momento. Andava proprio meglio, eravamo passati a 5! Ero meravigliata, poi la dott.ssa mi aveva fatto vedere alcuni modi per far attaccare la bimba (essenzialmente offrire il seno facendo aprire bene la bocca alla bimba, e usando la posizione incrociata), accertandosi che avessi capito, e ci aveva detto che per un po’ di tempo avremmo dovute tirarle indietro il mento mentre mangiava, per farle capire che doveva aprire di più la bocca, ma che la situazione non era così grave, ce l’avremmo fatta in breve tempo anche se non poteva sapere quando. Mi aveva anche consigliato di applicare comunque la lanolina anche in assenza di lesioni visibili, e di prendere del paracetamolo per il dolore, ogni 6 ore, fin quando ne avessi avuto bisogno. Sarà stato superfluo forse, ma quell’attenzione anche al mio dolore mi ha fatto sentire bene, ho capito che finalmente qualcuno aveva accolto la mia richiesta di aiuto.

Una volta a casa, ero sollevata e pronta ad affrontare i successivi giorni, “allenando” la mia piccola a poppare bene, perché ce la potevamo fare! Non sono stati giorni facili, ma anche con il grande aiuto di mio marito ce l’abbiamo fatta, sentivo sempre meno dolore, Vera apriva sempre meglio la bocca e dopo pochi giorni avevamo abbandonato anche “l’allenamento”. Finalmente riuscivo ad allattare la mia piccola senza piangere!

Al controllo della settimana successiva (Vera aveva 12 giorni) pesava già 3,700 kg, aveva preso più di 2 etti! Ricordo che le poppate non erano ancora “indolori”, ma almeno riuscivo ad allattare senza troppi problemi, e lo facevo anche fuori casa.

Era iniziato un periodo più facile di quello appena trascorso, ma ancora c’erano delle difficoltà… Vera non voleva stare al buio, non riuscivo a dormire con lei nel lettone perché appena spegnevamo la luce si svegliava, e io non riuscivo a dormire così. Oltre a ciò, volevo che almeno mio marito riposasse un po’, e quindi avevamo iniziato a dormire un po’ io e un po’ lui, a turni. Chi stava sveglio rimaneva in salotto sul divano con la piccola, che spesso dormiva, ma tenevamo una lucina accesa… Ricordo i miei bruschi risvegli quando sentivo piangere la piccola, il cuore mi batteva fortissimo, allora mi alzavo e la allattavo, stavo un po’ io con lei, e a volte ci addormentavamo insieme, io seduta sul divano e lei sul mio petto… Io ero stanca e dovevo ancora abituarmi a non dormire tante ore di seguito, ora avendo un po’ più di esperienza so che agirei diversamente, ma allora con tutte le difficoltà che avevo avuto era l’unica cosa che ero riuscita a fare! Quando la piccola aveva circa 1 mese, avevo deciso di “buttarmi”, di riprovare a dormire nel letto, perché Vera adesso dormiva un po’ di più, e quindi una sera ho deciso di andare a dormire con lei, tutti nel lettone di famiglia… e insomma lei dorme ancora lì, con la sua mamma e il suo papà!

La piccola cresceva benissimo, e potete immaginare la mia soddisfazione quando al consultorio mi chiedevano sorpresi: “Ma non è possibile, solo con il suo latte?”, io rispondevo di sì e loro ancora più stupiti! Nel corso del secondo mese erano però sorti altri problemini. All’inizio avevo cercato di minimizzare e di far finta di nulla, ma grazie alla mia doula avevo deciso di guardare in faccia la realtà e di cercare di superare anche questo ostacolo. Avevo ancora, di nuovo, male al capezzolo, e io avevo il dubbio di avere la candida. La bambina inoltre faceva uno strano verso, uno schiocco, mentre poppava, e non riuscivo a capire bene di cosa si trattasse. Leggendo “Allattare un gesto d’amore” avevo capito che forse avevo un riflesso di eiezione troppo forte, e Vera cercava di tenerlo a bada stringendo la bocca. Avevo poi deciso di tornare dalla dott.ssa esperta di allattamento, che era stata così carina e preparata la prima volta, perché volevo fare chiarezza sulla situazione, e iniziare a godermi questo allattamento, volevo solo allattare in santa pace! La dott.ssa, che avevamo rivisto quando Vera aveva circa 2 mesi, ci aveva confermato quello che pensavo: il mio riflesso ossitocinico era molto abbondante, e la bambina stringeva la bocca per cercare di rallentare il flusso di latte. Il capezzolo almeno non usciva schiacciato, era già qualcosa! E secondo lei non avevo la candida, che bella notizia! Mi aveva allora consigliato di sostenermi il seno con la mano, comprimendolo un po’, dicendo che di solito si dice alle mamme di non farlo, proprio perché può rallentare il flusso del latte. Ma in questo caso era proprio quello che ci voleva! Nello stesso periodo, sempre per il problema del riflesso troppo forte, spesso allattavo nel letto, da sdraiata, cercando di contrastare un po’ la forza di gravità, ma questo non bastava alla mia piccola, che spesso (di solito alla poppata del tardo pomeriggio) piangeva all’inizio della poppata e si staccava continuamente. Allora io provavo a spremermi un po’ di latte in un bicchiere, poi la riattaccavo e così via, finché smetteva di piangere e riusciva a poppare bene. Spesso mi sdraiavo anche al contrario, per farle svuotare il quadrante superiore del seno, che diventava duro… Insomma, anche quel periodo non è stato affatto facile, ma ho tenuto duro e finalmente siamo riuscite a superare anche quell’ostacolo. Vera è cresciuta, era una bambina bellissima, uscivamo sempre, allattavo al parco, passeggiavamo, la bella stagione era finalmente arrivata e ora mi sembrava di poter davvero godere del periodo magico dell’allattamento. Ci mancavano solo… le coliche! Dalla terza settimana fino alla fine del terzo mese, quasi ogni giorno, verso sera, Vera era più nervosa e spesso piangeva, sapevo che quelle non erano coliche ma solo il fisiologico processo di crescita e sviluppo del suo sistema nervoso. Io le stavo vicino e la tenevo tanto nella fascia, sia in casa che fuori, per farle sentire che ero con lei. Però purtroppo Vera ha avuto anche qualche episodio di coliche, pochi ma abbastanza intensi… In quei minuti (anche se a noi sembravano ore), di solito meno di mezz’ora, piangeva in un modo straziante, acuto e inconsolabile. Avevamo provato di tutto: allattarla, metterla a pancia sotto sul nostro braccio, cullarla, scuoterla, metterla nella fascia, cantare… Alla fine, la cosa che ci sembrava più efficace era questa: correre per la casa con lei in braccio, in modo da scuoterla abbastanza, mentre cantavamo a voce alta una canzone inventata sul momento… sembravamo due pazzi! Per fortuna questi episodi sono stati pochi, ci faceva davvero soffrire vedere la piccola stare male mentre noi non potevamo fare nulla per farla stare meglio.

Ripensando a questo periodo, dopo quasi 2 anni, mi viene da dire… Mamma mia che fatica! Ricordo con tenerezza tutti questi momenti, specialmente i primi, perché le difficoltà che abbiamo avuto con l’allattamento sono andate a complicare le difficoltà che già normalmente si hanno con l’arrivo del primo bambino… ma so che sono stata molto più fortunata di altre mamme, perché ho ricevuto l’aiuto e il sostegno necessario per poter andare avanti nell’allattamento, cosa a cui tenevo tantissimo. Mi piacerebbe che tutte le mamme che hanno difficoltà ma che intendono allattare i loro bambini ricevessero il giusto supporto, perché allattare è un dono meraviglioso che ogni mamma (e ogni famiglia) regala ai suoi piccoli ma anche alla nostra società… peccato che tante persone non lo capiscano!

La nostra esperienza con le fasce…

lunedì, 1 febbraio 2010

In commercio esistono tanti e tanti tipi di fascia, che all’inizio, quando si decide di prenderne una, spesso non si sa dove girarsi… Io ne ho provate un po’, quindi mi piacerebbe provare a descrivervi come le ho usate, sperando di esservi utile… Allora… la prima fascia che ho comprato, mentre ero ancora in gravidanza, era una fascia lunga elastica di maglina… Insomma una di quelle per cui si fanno gli incroci e che spesso spaventano le mamme alle prime armi… sembra difficile usarla, ma io avevo fatto qualche prova col pancione e l’ausilio di un pupazzo, giusto per imparare gli incroci e le diverse posizioni, e non mi era sembrato così difficile. Prima che nascesse mia figlia, mi ero accontentata di provare e memorizzare le due posizioni che avrei potuto usare da subito, cioè mettendola a culla o nella posizione dritta, pancia contro pancia. Quano è nata mia figlia, ho provato prima (dopo qualche giorno) la posizione a culla, la bimba ci stava e io provavo la nuova sensazione di averla ancora addosso, ma fuori dalla pancia! Giravo per casa guardandomi negli specchi e facendomi delle foto… e iniziavo a prendere confidenza col nuovo mezzo… Poi abbiamo anche provato ad uscire, dopo un po’ di giorni, e naturalmente anche il papà la portava con piacere! La fascia lunga elastica era molto comoda, sia per me che per la bimba, eravamo strette l’una contro l’altra e spesso dormiva tutto il tempo. Poi dopo qualche settimana ha iniziato a non gradire più quella posizione, così abbiamo provato anche la posizione eretta, pancia contro pancia… Dopo un periodo di assestamento (in cui abbiamo provato anche il marsupio, in cui Vera stava ma che era scomodissimo per me!), la piccola ha apprezzato molto questa posizione, in cui rimaneva tutta rannicchiata contro il mio corpo, ma in posizione verticale. Quando è cresciuta un po’, siamo passate alla posizione successiva, cioè con le gambine che rimanevano fuori… Con la fascia lunga, se si addormentava, riuscivo anche a tenerle abbastanza su la testa, coprendola con uno dei lembi della fascia, e ci stava anche ore! Ogni tanto mi stupiva che si dimenticasse anche della poppata!

Poi è arrivata l’estate, è arrivata in ritardo ma poi si è fatta sentire! Così non me la sentivo più di usare quella fascia di maglina, perché ogni volta che la indossavo sia io che lei morivamo dal caldo… quindi ho comprato un po’ di stoffa (tipo jeans ma più leggera) e ho fatto una fascia che mi aveva anche consigliato una cara amica ostetrica: praticamente venivano due pezzi distinti, due anelli da incrociare sul petto (per intenderci, come due fasce di miss Italia messe incrociate), e la bimba veniva messa nell’incrocio. Con quella fascia abbiamo superato l’estate, ma se ritornassi indietro ne comprerei una lunga ma più leggera, non elastica. Infatti ho speso comunque un sacco di soldi tra stoffa e orli vari! Con la fascia fai-da-te potevamo mettere Vera sia fronte strada che fronte mamma, come nella fascia lunga, ma a 3 mesi spesso già preferiva guardare il mondo coi suoi grandi occhioni, e stare quindi fronte strada… tranne quando aveva sonno: in quelle occasioni si addormentava molto meglio se stava contro il mio petto. Ogni tanto la mettevamo anche sulla schiena, ma solo quando eravamo insieme io e il papà perché da sola non riuscivo. E lei gradiva molto!

In autunno (Vera aveva circa 5-6 mesi), sono ritornata ad usare la fascia lunga elastica, ma si poneva un altro problema. La bimba iniziava ad essere grandina, e non riuscivo più a fare tutte le cose che facevo prima con lei nella fascia davanti… così ho iniziato ad avere l’esigenza di portarla sulla schiena, potendola mettere anche quando ero da sola. Ho provato diverse volte con la fascia che avevo, ma essendo elastica non mi sentivo mai abbastanza sicura, mi sembrava che potesse cadere, e poi se tirava fuori le manine la sentivo proprio pericolante! Quindi mi sono decisa a fare un altro acquisto: ho preso un mei tai, un supporto che assomiglia di più ad un marsupio, e che potrebbe essere descritto come un quadrato di stoffa ai cui vertici sono attaccate delle strisce di stoffa, che si usano per fissare la posizione. Si può portare sia davanti che dietro, e si riesce abbastanza agevolmente a mettere il bambino dietro anche da sole. Avevo provato se poteva fare per me, facendo qualche tentativo col mei tai di un’amica, e mi ero trovata bene. Quindi avevamo affrontato tutto l’autunno e l’inverno col mei tai, usandolo sia davanti che dietro. Era anche comodo perché anche con la fascia elastica ormai non riuscivo più molto a portare Vera, che pesava troppo e la stoffa cedeva molto. Col mei tai mi sentivo molto sicura! Ricordo ancora la strana sensazione di portare la bimba sulla schiena… All’inizio lo avevo fatto solo in casa, poi quando mi ero sentita sicura eravamo uscite… ma la cosa più strana che ricordo erano gli sguardi straniti delle persone che incontravo! Ma anche a quello si fa l’abitudine ;-)

L’ultima “fase” che abbiamo passato è stata quella della fascia ad anelli, che si usa portando solo su una spalla. C’è chi la usa fin dall’inizio, come c’è chi usa dall’inizio solo la fascia lunga o solo il mei tai… ma io l’ho trovata utile soprattutto da quando Vera ha iniziato a camminare da sola, ad un anno… La mettevo ancora nel mei tai (come alcune volte anche adesso), ma era scomodo farla salire e scendere ogni volta che voleva… e finivo per tenerla in braccio… Allora mi sono procurata una fascia ad anelli, che trovo molto pratica per il sali-scendi, e ora è la “nostra” fascia, quella che deve essere pronta ogni volta che usciamo! Adesso Vera cammina molto da sola, le piace molto, ma a volte è stanca o per comodità mia preferisco tenerla su, quindi uso la fascia e non mi stanco le braccia. Unico neo: portando per molto tempo di seguito con la fascia ad anelli si rischia di stancarsi parecchio! E bisognerebbe alternare le spalle, per non incorrere in mal di schiena… Nonostante ciò, adesso non potrei farne a meno.

Ah, dimenticavo: quando usavo la prima fascia non conoscevo nessuno che potesse mostrarmi come allattare nella fascia, quindi per allattare facevo sempre uscire Vera e se mai la rimettevo dentro… solo dopo ho saputo che era possibile e molto comodo! Ho allattato quindi solo nel mei tai e con la fascia ad anelli, ma voglio dirvi che con tutte le fasce è possibile allattare, e anche con qualche marsupio!

Questa è la mia esperienza con le fasce, ma come dicevo prima c’è che si trova benissimo con lo stesso supporto per tutte le fasi di crescita del bambino… Anche se ognuna dovrà trovare la sua fascia preferita, spero di avervi dato qualche spunto per capirne qualcosa di più!

Ultimissima osservazione: troverete sempre qualcuno che vi dirà che se il bambino sta troppo in braccio o nella fascia poi non camminerà mai… e anche dopo rimarrà pigro… Beh non è assolutamente vero! I bambini “portati” si sviluppano fisicamente prima degli altri, a livello motorio, per via delle sollecitazioni che ricevono quando vengono portati, e spesso stanno seduti e camminano prima degli altri, perché i loro muscoli sono già forti… niente a paragone dei bambini che stanno sempre immobili nei passeggini! Certo ogni bambino è a sé, ma sappiate che queste sono solo dicerie della gente che segue il pensiero della massa… Vera stava seduta da sola a 5 mesi e mezzo, ha camminato con la manine a 9 mesi, e da sola a 12 e mezzo… e ora si fa grandi passeggiate a passo spedito, e quando è stanca c’è sempre la fascia ad accoglierla nel calore dell’abbraccio della sua mamma!

Le “famose” colichette…

giovedì, 17 dicembre 2009

Ma in cosa consistono queste coliche di cui tutti parlano? Quello che ho capito io, nella mia esperienza, è che vengono chiamate “coliche” tutte quelle manifestazioni di pianto del neonato di cui non si capisce l’origine.. Anzi, spesso si dice proprio: “Saranno le coliche!”.

È normale che un neonato abbia male al pancino ogni tanto, infatti il suo intestino deve imparare a lavorare correttamente, ma credo che ascoltando attentamente il proprio piccolo si possa capire quando veramente si tratta di questo problema, e quando invece è tutt’altro. In caso di vere coliche, si può fare qualcosa per aiutare il bambino, come massaggiarlo in senso orario, o “scuoterlo” leggermente e ritmicamente tenendolo in braccio, oppure mettendolo nella fascia e uscendo, o ancora massaggiandolo mentre lo si tiene a pancia sotto sul proprio avambraccio… Mia figlia ha avuto pochi episodi di coliche vere e proprie, che capivamo essere coliche dal modo in cui si comportava: piangeva in modo acutissimo, urlando, singhiozzando e facendo un tipico verso (tipo un motorino che si avvia) quando si calmava per qualche istante, poi ricominciava come prima. Il corpo rimaneva rigido ma non lo muoveva, non scalciava come invece fanno alcuni bambini… Il modo che avevamo trovato per farla calmare, piano piano, consisteva nel correre per casa con lei in braccio, cantando in modo ritmico e a voce abbastanza alta, come per distrarla un po’… Per fortuna questi episodi sono stati molto pochi, naturalmente nelle ore serali quando eravamo già provati dalla giornata… Le sue urla erano davvero strazianti, sfinivano sia lei che noi, e anche quando finalmente si addormentava continuava a singhiozzare nel sonno… Ci sono bambini che non hanno mai problemi del genere, e spero che vostro figlio sarà uno di questi, ma il consiglio che mi sento di darvi è questo: cercate il vostro modo, il modo che aiuta vostro figlio a stare meglio, perché non ci sono rimedi validi per tutti… provate un po’ di tutto e alla fine, se non riuscite a trovare nulla di efficace, cercate di non allarmarvi comunque e di tenere il vostro bimbo stretto a voi per fargli sentire che, anche se non trovate la maniera per farlo stare meglio, voi siete lì con lui e non lo lasciate solo. I bambini capiscono queste cose e, anche se non possono dimostrarvelo subito, ve ne saranno grati.

Più spesso, quando si sente parlare di coliche, si tratta in realtà di tutt’altro. All’inizio della vita, i neonati devono assimilare così tanti stimoli nuovi che possono esserne sopraffatti. Ogni neonato ha un punto oltre il quale non può più accumulare stimoli, come un vaso già pieno in cui si versa ancora acqua: esce di fuori! Beh, i modi che il bambino ha di dimostrare che è “pieno” sono diversi: può inarcare il corpo, distogliere lo sguardo, impallidire in volto, tenere gli occhi semichiusi, farsi venire il singhiozzo, rimettere un po’ di latte o iniziare a piangere. Ognuno di questi segnali può voler dire che il bambino è stanco di interagire o delle cose che sta vedendo o sentendo. Alcuni bambini, per recuperare le forze, si addormentano, come per esempio quando si entra in un luogo rumoroso e affollato (es. supermercato); altri bambini piangono perché non riescono a ritrovare il loro equilibrio: in queste situazioni bisogna aiutare il piccolo, prendendo sul serio le sue reazioni e proteggendolo dai troppi stimoli.

Fra le 3 e le 12 settimane di vita, quasi tutti i bimbi hanno un momento della giornata in cui sono agitati a piangono più facilmente, di solito verso sera. Spesso il bambino rimette un po’ di latte e si agita come se avesse male alla pancia, quindi i genitori pensano che soffra di reflusso gastro-esofageo o di coliche e i pediatri prescrivono medicine. In realtà, spesso le crisi continuano perché non si tratta di reflusso o coliche, ma di una normale fase di sviluppo del sistema nervoso del bambino: attraverso il pianto, il piccolo scarica la tensione e alleggerisce il proprio sistema nervoso, ancora immaturo e sovraccarico alla fine della giornata. Dopo lo “sfogo”, il sistema nervoso del bambino è nuovamente pronto a disporsi a ricevere stimoli per le successive 24 ore. Dopo la crisi di pianto, il bambino di solito dorme più facilmente, mangia con più regolarità (mentre prima della crisi le poppate e i periodi si avvicinano sempre di più), ha maggiori periodi di veglia in cui interagisce e gioca, e si predispone ad apprendere cose nuove. Insomma, questo periodo può essere molto duro per i genitori, ma può essere di aiuto pensare che è una fase importante per lo sviluppo del vostro piccolo, quindi… armatevi di tanta pazienza e comprensione!

Tutto questo è valido se, naturalmente, sono soddisfatti i bisogni primari del bambino: non pensiate che il piccolo è alle prese con lo sfogo dei troppi stimoli accumulati se piange tanto ma… non mangia da 3 ore! O sta nella culla da solo, si sveglia e non vede nessuno! In questi casi è quasi certo che abbia fame, o che abbia bisogno di essere preso in braccio… quindi prima di pensare a qualsiasi altra cosa accertatevi che sia sazio di cibo e contatto… in ogni caso lo stare in braccio o il poppare (anche se è già sazio di latte come “cibo”) possono sempre aiutare, e anche se a volte non lo dico io considero queste esigenze le più basilari per un neonato (e anche per un bimbo un po’ più grande), forse anche di più dell’esigenza di essere pulito!


“Bambini radiosi: cosa si può fare per non intaccare la gioia di vivere dei nostri figli”

sabato, 12 dicembre 2009

Vi riporto un articolo di Clara Scropetta, collaboratrice di Michel Odent, perché riassume un po’ tutto ciò in cui credo, e non ha bisogno di commenti (miei, i vostri sono sempre ben accetti!).

Il bambino non è poi così diverso dall’adulto e fin da prima di nascere è una persona completa a tutti gli effetti, anche se si affida all’adulto per essere accudito finchè non può farlo da solo. Entusiasmo, creatività, spontaneità, voglia di vivere, curiosità, energia vitale…sono qualità diffuse nei bambini che dovrebbero essere abbondanti anche nell’adulto. Quelle che consideriamo invece proprie dell’età adulta (responsabilità, serietà, competenza, impegno…) sono presenti in tutti i bambini. Istintivamente sappiamo cosa ci serve, come procurarcelo e lo facciamo con piacere, non controvoglia.

Il primo passo verso un bambino radioso è riconoscere che sia come noi adulti, competente e allo stesso tempo gioioso.

Il malessere di noi adulti

E se noi adulti non siamo gioiosi? Soltanto recuperando la gioia siamo in grado di avere un comportamento maturo.

Come mai questa gioia si è persa? Cosa si nasconde dietro la nonna contraria all’allattamento al seno del nipote o al bravo primario che interviene su ogni partoriente?

Sofferenza. Da generazioni non siamo concepiti come dev’essere, nostra madre incinta è stata male o ha fatto sacrifici, fin dal principio non siamo accolti fino in fondo. Alla nascita abbiamo sofferto e fatto soffrire nostra madre – volevamo nascere ma qualcosa lo impediva e infine, invece di ritrovarci nelle sue braccia, eravamo in mani estranee. Abbiamo sofferto così tanto che ci sembra di non ricordare. Ci aspettavamo di ricevere il latte materno ma ci è stata data al suo posto una bibita strana in un contenitore artificiale oppure ne abbiamo ricevuto solo un po’ – quando avevamo fame, dovevamo aspettare e imparare a nutrirci ad orario, poi sul più bello è arrivato il momento dello svezzamento. Ci è stato impedito di fare o toccare quello che ci interessava e siamo stati dirottati su altre attività, reputate pedagogicamente rilevanti. Siamo stati aiutati a fare quello che avremmo tanto voluto imparare a fare da soli, gradatamente, assaporando ogni passo. Siamo stati infilati in box “per la nostra sicurezza” e magari anche messi a dormire in un’altra stanza. Piangevamo, ma ci hanno lasciato fare così ci siamo abituati alla solitudine, alla mancanza, all’inadeguatezza. Ci hanno messo pressione per imparare a camminare e parlare prima possibile, senza rispetto per le tappe di crescita e siamo stati separati dall’ambiente familiare molto precocemente. Le nostre richieste sono state ignorate e ridicolizzate.

Questo grande dolore se resta a livello inconscio spesso ci induce ad agire in modo che gli altri soffrano almeno altrettanto. È il caso del medico chirurgo e della nonna, che non hanno la forza per dire “basta” e rompere la catena di sofferenza. Lo stesso meccanismo ci fa andare a lavorare invece di restare a casa con nostro figlio come reputeremmo giusto. Ci porta a restare in situazioni che ci fanno star male, perchè “funziona così per tutti” ed è vero che la maggior parte di noi vive sacrificandosi. Manca la pulsione positiva ad essere pienamente se stessi e il coraggio di prendere decisioni valutando le reali priorità personali.

I bisogni fondamentali dell’essere umano

Per rompere questo meccanismo dobbiamo prendere coscienza delle nostre esigenze fondamentali quali esseri umani. Esse sono indispensabili per uno sviluppo pieno del nostro potenziale e per uno stato di salute che si esprime sotto forma di bellezza, armonia e integrità. Lungi dall’essere un lusso o un capriccio, sono una concreta necessità biologica per crescere bene, sani e belli.

Per essere radiosi ci vogliono un padre e una madre che si incontrino e si uniscano sessualmente nel piacere più profondo e ci concepiscano consapevolmente seguendo la voce interiore che sia giunto il momento. Nulla di materiale serve a un figlio ma molto di spirituale.

Fin dal primo istante siamo bene accetti, dai genitori e da chi li circonda (futuri nonni, famiglia, amici). Tutti accolgono il nostro arrivo con gioia senza preoccuparsi o dire che non sia il momento opportuno.

La nostra mamma sta bene ed è serena per tutti questi nove mesi e dopo.

Possiamo nascere quando è il nostro momento senza essere monitorati, accelerati, rallentati, tirati fuori. La comunicazione fluida e empatica con la madre viene lasciata intatta. Non è sufficiente nascere vivi senza malformazioni: perché accontentarci di questo? La vita ci offre molto di più! Nutriti dalla gioia nasciamo belli, forti, sani, felici…radiosi.

Non veniamo separati o allontanati da nostra madre, che ci accoglie come prevede la natura. Niente confusione, agitazione, attività o fretta. C’è silenzio e pace. Nel tepore del corpo materno c’è tempo per cominciare a respirare, ad annusare, ad orientarsi e a dirigersi verso il seno.

Questo trattamento umano imprescidibile ora lo riceviamo negli ospedali “amici dei bambini” o grazie alla presenza di un medico speciale. Naturalmente un pochino interferiscono, per via dei protocolli e di una presunta sicurezza.

È un bisogno fondamentale essere assieme alla madre. Poter assaporarne fin dal primo momento l’odore, il sapore, la pelle e lo sguardo e continuare a farlo per mesi, vicini alle poche cose essenziali: latte, calore e amore. Non ci serve l’arsenale di ciucci, biberon, carrozzine e tutta la valanga di oggetti “indispensabili per il neonato” quanto piuttosto il contatto fisico, la voce e il movimento sul corpo di un adulto. Immobili nel passeggino, con il ciuccio in bocca, non è detto che non ci manchi nulla solo perchè non piangiamo. Il contatto continuo, pelle contro pelle, nutre e scalda sia il bambino che la madre: una sinfonia di odori e sapori, un cullarsi al ritmo del cuore e del passo, un danzare i cambi di posizione e ammirare il viso della mamma da vicino. Apprendiamo guardando quello che fa dalla sua prospettiva. Portare i bambini è necessario quanto allattarli – farne a meno compromette l’abilità psico-motoria e l’apertura verso il mondo. Diventiamo meno radiosi. Portare integralmente (“indossare” il bambino), non solo quando il passeggino è scomodo o a discrezione dell’adulto, è uno stile di vita che motiva, permette di comprendersi mutualmente e sincronizzarsi sullo stesso ritmo.

Dormiamo assieme ai nostri genitori e siamo allattati finchè ne abbiamo desiderio. Si parla di mesi di allattamento ma il bambino chiede anni e così favorisce la distanza tra un parto e l’altro e la salute della sua mamma. Quando si riceve per almeno tre anni tutto ciò che ci serve non c’è motivo di essere “gelosi” di un nuovo fratellino.

Un semplice pezzo di stoffa?

Il nostro alleato più prezioso diventa un banale pezzo di stoffa che usiamo per portare il bambino più agevolmente. Tenendo sempre il bambino lì dentro fin dalle prime settimane di vita, ci rieduchiamo a fare le nostre cose con lui e scopriamo di essere liberi assieme. Quando il bambino esprime il desiderio di scendere per cominciare a gattonare, noi restiamo immersi nelle nostre attività e lo riprendiamo in braccio non appena torna da noi, che sia per poppare, per dormire o “semplicemente” per starci in braccio. Occupandoci nelle nostre faccende restando ricettivi alle richieste del bambino stiamo facendo ciò che è previsto e infatti ci sentiamo gratificati. Si instaura una relazione fantastica con il bambino e ci accorgiamo di come lui sappia gestire le sue attività, sia in grado di destreggiarsi nell’ambiente, sappia ciò che può o non può fare, non corra in continuazione rischi e pericoli. Le tipiche crisi, le scene, i “capricci”, le “fasi” dei bambini scompaiono per far capolino quando non stiamo bene, quando proiettiamo sul bambino nervosismi e ansie. Delle volte siamo stanchi, abbiamo fatto baruffa o ci sembra che stia sempre alla tetta. A queste sollecitazioni stressanti il bambino reagisce: che cosa ci vuole dire? Di fermarci e rimediare, ritrovando l’atteggiamento giusto. Il bambino reclama un adulto che lo accoglie quando ne ha bisogno, calmo e tranquillo, fermo ma non arrabbiato, senza prendersela con lui.

Non dando corda al comportamento improprio del bambino, il “capriccio” si risolve rapidamente – ciò non vuol dire reprimere la propria rabbia o trascurare il bambino bensì prendere sul serio invece della sua provocazione la richiesta implicita e urgente di essere accolto e apprezzato incondizionatamente. Respirando creiamo tutto lo spazio possibile per questo bambino affinché possa venire da noi, senza lasciarci innervosire da quello che sta facendo, senza giudicarlo o sentirsi in colpa. Senza pensare è idiota, è terribile, è una peste, tutte fandonie che osiamo anche dire. Allora si tranquilizzerà e verrà da noi – è infatti quello che reclama con tutte le sue forze. Lo stesso discorso vale in caso di pianto disperato e inconsolabile.

Non solo i genitori

Tutti noi abbiamo la possibilità di dare un piccolo contributo affinchè i bambini di oggi siano il più possibile in contatto con la loro energia vitale e risplendano della loro luce interiore. Possiamo sostenere i genitori nel loro compito appoggiandoli nelle scelte “anticonformiste” sulla cura dei figli. Possiamo rivolgerci a tutti i bambini con amore e rispetto, dicendo loro la verità, essendo sinceri e coerenti, trasmettendo loro i valori che riteniamo importanti. Possiamo fare molto meravigliandoci di fronte alla loro competenza e divertirci lasciandoli osservare e poi imitare, ricordandoci che ogni volta che facciamo per un bambino quello che può fare lui da solo andiamo a minare la sua capacità e la sua autostima. In particolare di fronte al pianto, al comportamento non adeguato, all’incidente empatia, solidarietà, sostegno e fermezza nel porre limiti diventano importanti. L’adulto si guadagna il ruolo di guida affidabile e il bambino impara le regole sociali senza disimparare ad esprimere le emozioni. Restiamo tutti radiosi.

www.progettovita.info/articoli/bambiniradiosi.rtf

Mamme canguro con pelliccia

venerdì, 6 novembre 2009

Visto che ultimamente le temperature sono scese un po’, ho pensato di dedicare questo post al portare nella stagione invernale… La fascia si usa tutto l’anno, naturalmente, ma in inverno c’è qualche complicazione in più. D’estate è più facile, perché la fascia si mette sopra una maglietta e non ci sono problemi, il bambino al massimo suda un po’ (e anche la mamma) ma non succede nulla di grave. Se si ha troppo caldo con la fascia lunga elastica (a me è successo così), consiglio di dotarsi di una fascia corta, di cotone leggero, o di due fasce da mettere incrociate, e da usare come si userebbe l’incrocio fatto con la fascia lunga. Se si ha un mei tai, il problema non si pone perché la stoffa addosso al portatore non è molta. Inoltre, d’estate non è un problema nemmeno allattare avendo addosso la fascia, basta mettersi una maglietta con lo scollo abbastanza morbido e un reggiseno morbido, tipo brassière, da poter tirare giù la stoffa fin sotto il seno, e il gioco è fatto.

Ma torniamo all’inverno… Devo mettere la fascia sotto la giacca o sopra? Come vesto il bambino? E quando entro in un negozio come faccio? Queste sono alcune delle domande che ci si può fare… e io cercherò di rispondere prendendo spunto dalla mia esperienza e da quella di altre mamme canguro che conosco!

Vediamo un po’… Se il bambino sta davanti, ed è ancora abbastanza piccolo, secondo me la cosa migliore è metterlo nella fascia come sta vestito in casa, e coprirlo con la giacca che ci mettiamo noi, magari quella che usavamo col pancione, o la giacca del nostro compagno se è un po’ più larga. Così, se entriamo in un negozio non dobbiamo fare altro che sbottonare la giacca e il bambino non avrà caldo. Se è più grande e non sta più nella giacca, ma sta sempre davanti, io consiglierei di metterci noi una giacca che lasceremo aperta sul davanti (noi non avremo freddo se ci copriamo con una sciarpa calda, perché abbiamo il bambino che ci copre davanti), e il bambino può essere coperto con una specie di poncho di pile o che sia comunque caldo, magari con un cappuccio, un laccetto per legarlo sotto il mento e poi che possa coprirgli anche i piedini che spuntano dalla fascia. Così, se entrate in un luogo in cui fa caldo, potete semplicemente togliergli il poncho e non avrà caldo. Questo si può far cucire su misura (o adattare una semplice copertina di pile) o trovare già fatto: guardate qui: http://mamdesign.net/carrying/clothes/mamcover.html

Se no si può provare a fare una specie di mantella per mamma e bebè con un grande quadrato di pile, facendo due buchi per la testa della mamma e del piccolo… se si sa cucire o se si ha qualche amica che lo può fare per noi, non dovrebbe essere troppo difficile. Però credo che quando fa molto freddo non sia sufficiente… al massimo può andare bene quando le temperature non scendono troppo.

Se il bambino sta sulla schiena, o se sa camminare e quindi sale e scende, o se pensate di fare una lunga passeggiata senza entrare in luoghi troppo caldi, potete semplicemente mettere la giacca al bambino, mettervi anche voi la giacca, e metterlo sulla schiena così vestiti. Così se vuole scendere è vestito abbastanza, e non rischia di prendere freddo. Io l’anno scorso ho iniziato ad usare il mei tai in inverno e ho sempre vestito me e la bimba separatamente, perché non conoscevo molte alternative e non potevo permettermi una giacca per portare. Quando entravo in un negozio con la bimba sulla schiena, semplicemente cercavo di non starci molto, e lei mi aiutava in questo perché se stavo ferma e non camminavo non aveva molta pazienza! Se invece voi potete spendere un po’ e volete essere comode, potete sempre prendere una giacca fatta apposta per chi usa la fascia: si possono usare per portare sia davanti che dietro. Date un’occhiata qui:

http://mamdesign.net/carrying/clothes/twoway.html

http://mamdesign.net/carrying/clothes/mamponcho.html

http://www.jacquelinejimmink.com/bambigioi/italiaans/html/portareinverno.html

http://www.babycanguro.com/tutine_in_pile_per_bambini.html

http://www.babycanguro.com/mamabutterfly_pile.html

Usando una giacca per portare, che sono molto comode da infilare e sfilare, non ci sono molte difficoltà, anche se credo che quando il bambino è grande e vuole salire e scendere non sia più molto utile, anzi forse può diventare un impiccio, perché per farlo scendere dobbiamo spogliarci anche noi!

Questi sono solo degli spunti che mi sono venuti in mente, poi ogni esperienza è a sé, quindi se avete altre idee o suggerimenti non esitate a raccontarceli, è sempre utile imparare qualche altro modo di portare in mezzo a giacche e giacconi!

La fascia è meglio del marsupio!

giovedì, 8 ottobre 2009

Non se ne vedono ancora molte in giro, purtroppo, ma spero davvero che nei prossimi anni ci sia il boom… Adesso le fasce si iniziano a vedere anche nei negozi che trattano articoli per neonati, quelli delle grandi catene intendo dire, e anche se la scelta è spesso molto limitata, diciamo che può essere un inizio… Io possiedo tre tipi diversi di fasce, e ho provato anche ad usare un marsupio quando mia figlia era piccola, e posso assicurarvi che il marsupio non può assolutamente reggere il confronto con qualsiasi fascia.

In questo primo articolo della categoria “Portare” voglio fare una specie di riassunto, che poi proverò a sviluppare meglio nei prossimi post… e la sintesi più stretta può essere questa: la fascia (che sia ad anelli, fascia lunga, mei tai e chi più ne ha più ne metta…) è molto più comoda del marsupio, sia per il bambino che per chi lo porta!

Per il bambino, c’è il vantaggio di essere veramente a contatto con la mamma o col papà, è come essere una cosa sola, ancora un po’ come se fosse nella pancia… e quindi si sente protetto e al sicuro, immerso nell’odore familiare del corpo del proprio genitore… mentre nel marsupio si trova “appeso” al corpo di chi lo porta, sensazione davvero diversa secondo me. Inoltre, il peso del bambino viene distribuito sulla fascia in modo da evitare che ci sia lo scaricamento del peso sulle parti intime del bambino, cosa molto pericolosa soprattutto per i maschietti. Infatti la fascia sostiene tutto il bambino, anche le braccia, le gambe, ogni sua parte viene “massaggiata” e sostenuta dalla fascia che è legata stretta intorno al corpo della mamma; al contrario nel marsupio la parte del bambino su cui appoggia tutto il corpo è la parte genitale, con tutti gli svantaggi immaginabili.

Per chi porta, voglio sottolineare l’aspetto forse apparentemente meno importante: il marsupio è proprio scomodo! Io l’ho provato quando mia figlia era piccola, di circa 1-2 mesi, quindi non arrivava a 6 chili… ma riuscivo a portarla veramente per poco tempo prima di sentire le spalle indolenzite, irrigidite e doloranti… per fortuna che il marsupio che avevo comprato (e che avevo pagato molto caro!) era il modello più nuovo, comodo e funzionale! Questo aspetto mi sembra fondamentale, perché se una mamma è particolarmente volenterosa di portare il proprio figlio a contatto nonostante la fatica, quando non ce la farà più, nessuno potrà biasimarla! Se conosce solo il marsupio, la sua esperienza di “portatrice” finirà nel giro di pochi mesi, mentre è importante dire che i bambini possono (e lo gradiscono molto!) essere portati anche fino ai 3 anni. Per come sono progettati, i marsupi possono sopportare (questo è il verbo giusto per i marsupi!) un certo peso dei bambini, ma secondo me tutti i genitori si stancano prima, e infatti è molto raro vedere un bambino di 6-7 mesi ancora nel marsupio… quando sarebbe ancora all’inizio della sua esperienza se i suoi genitori possedessero una fascia! È anche per questo che i marsupi non prevedono di poter portare i bimbi sulla schiena, o su un lato, ma al massimo davanti fronte strada. La massima versatilità delle fasce la dice lunga, e a seconda dello stadio di sviluppo e dell’età del bambino, ci sono più posizioni possibili e facilmente applicabili. La cosa che può spaventare è che sembra difficile usare una fascia, proprio per il motivo che si deve partire da zero, non è molto “strutturata”… ma anche questo è un vantaggio a mio parere! Il genitore deve mettersi in gioco, credere di potercela fare, e dopo che si prova per qualche volta si impara subito a legarla bene, senza più bisogno delle istruzioni e riuscendo anche a fare delle acrobazie che prima sarebbero sembrate solo numeri da circo! Credo che ci guadagni ogni genitore, sentendosi adeguato a rispondere ai bisogni del proprio piccolo, anche se all’inizio non sembrava così scontato!

Il marsupio si usa principalmente per uscire, proprio perché è così scomodo credo… ma la fascia si può usare anche in casa, per fare 1000 cose, come le pulizie, stirare, lavare i piatti, mangiare, lavorare al pc, e per qualsiasi altra cosa!

Ultimo lato positivo: per la mamma è davvero come avere ancora il piccolo nella pancia, e secondo me questo può guarire molte ferite, dovute alla sensazione di inadeguatezza che ogni mamma può provare all’inizio, o in caso di tristezza nel dopo parto… sentire il corpicino di tuo figlio che solo al contatto col tuo si calma, o si addormenta, e sapere che tu sei libera di fare ciò che vuoi con lui addosso, credo che sia un’ottima medicina per qualsiasi mamma!