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Il parto in acqua

mercoledì, 1 febbraio 2012

La mia seconda bambina, sempre nata in casa come la prima, è nata in acqua. Sono entrata nella piscinetta dopo tutto il giorno che avevo prodromi, poi contrazioni più serie… Erano iniziate tranquillamente alle 8 di mattina, e sono entrata in acqua verso l’ora di cena, le 19.30, perché fino ad allora ero riuscita a gestire bene le onde camminando e ondeggiando il bacino… Neanche due ore dopo mia figlia era tra le mie braccia. Appena sono entrata in acqua ho sentito un grande sollievo, un grande rilassamento, e le contrazioni si sono fermate per qualche minuto. Poi sono ricominciate, belle potenti, ma riuscivo a gestirle molto meglio per via della rilassatezza dei muscoli di tutto il corpo, grazie anche alla leggerezza del mio corpo immerso, e forse anche perché in quel modo mi sentivo più in contatto con la mia bambina, immersa anche lei nell’acqua… Potevo cambiare posizione facilmente, non sentivo il peso del mio corpo, né del pancione, e infatti ad ogni contrazione mi mettevo carponi o facevo galleggiare il corpo andando quasi in superficie, poi ad ogni pausa tornavo a sedermi. L’acqua ha accelerato il travaglio che era in fase avanzata, infatti dopo poco non avevo praticamente più le pause tra le contrazioni, ma stavo benissimo in acqua… e dopo poco è nata mia figlia. Siamo rimaste in acqua per molto, non avevamo fretta, ogni tanto mi facevo togliere un po’ di acqua fredda e metterne di calda… così rimanevamo al calduccio. La mia bambina è rimasta in acqua, nel suo elemento, per ancora un’ora, ma era anche addosso a me… una specie di momento di transizione che penso le abbia donato maggiore tranquillità nel sentirsi accolta in questo nuovo mondo. Che strano, dopo ore passate in acqua, rialzarsi in piedi e sentire tutto il peso del tuo corpo… e anche quello della tua bambina fuori da te!

Benefici per la mamma. Insomma, i benefici per la mamma si possono riassumere così: aiuto nel rilassarsi e quindi nella gestione del dolore; velocizzazione del processo di dilatazione, se il travaglio è in stato avanzato; maggiore facilità nel movimento in travaglio, possibilità di cambiare posizione facilmente e velocemente;  distensione dei tessuti che hanno meno probabilità di lacerarsi in modo grave; compressione delle eventuali varici con riduzione di fastidi per chi ha questo problema. Inoltre, è importante ricordare che in ospedale il parto in acqua subisce meno interventi, e questo non è da sottovalutare!
Prima di questo mio secondo parto, avevo acquistato e letto il libro di  sul parto in acqua di Janet Balaskas e Yehudi Gordon. Per amore di completezza, vorrei aggiungere che in questo libro si dice che spesso, con bambini abbastanza grossi, è meglio uscire dall’acqua al momento dell’espulsione, per farsi aiutare dalla gravità.

Benefici per il bambino. Il feto vive nel ventre materno, immerso nel liquido amniotico. Uscendo dall’utero materno, la prima sensazione che prova è probabilmente il freddo, anche se la stanza è riscaldata, oltre al vuoto dato dalla mancanza di liquido. Nascendo in acqua, non prova né una né l’altra di queste sensazioni, e anzi si sente nuovamente accolto dal tepore di acque che lo avvolgono dolcemente, liberandolo dalla stretta del canale del parto… Non si sente cadere nel vuoto, o comunque meno di quanto accada normalmente, e rimane in un ambiente caldo almeno quanto il corpo da cui è uscito. Questa è la mia visione, la mia opinione, ma è quanto ho anche percepito con la mia esperienza. Lentamente affiora alla superficie, senza fretta, e può incontrare l’aria, senza che venga subito tagliato il cordone. Incontra l’abbraccio della sua mamma, che immediatamente riconosce, e l’acqua fa da tramite e rimane anche a fare da contorno a questo nuovo attesissimo incontro.

Aspetti pratici. Vediamo ora gli aspetti pratici. Piscinetta o vasca? C’è che si trova meglio con la piscina, chi si trova bene anche nella vasca normale… solo voi potete saperlo! Io stavo scomoda nella vasca anche solo a fare il bagno col pancione, mi sentivo quasi in trappola, non riuscivo proprio ad immaginare di muovermi agevolmente lì dentro in travaglio, quindi mi sono organizzata con una piscinetta gonfiabile, quelle dei bambini piccoli coi pesciolini! E mi sono trovata benissimo. Però una mia cara amica ha partorito due volte nella sua vasca da bagno, stretta e lunga, quindi si può sicuramente fare!
Quando vi immergete, dovreste essere coperte dall’acqua almeno fino a tutta la pancia, per poter galleggiare agevolmente. Dovreste poter stare nella piscina con le gambe stese, da sedute. La temperatura dell’acqua non dovrebbe essere troppo elevata, questo in teoria, poi in pratica io non so a quanti gradi fosse l’acqua della mia piscina, ma sicuramente lo era più del mio corpo, perché mi piaceva sentire l’acqua bella calda. Anche lì mi sono fatta seguire dall’istinto.
Sarà utile posizionare la piscina in un luogo intimo, possibilmente in una stanza che possa venire chiusa, per garantire intimità, e dove si possa avere buio anche se si è in pieno giorno. La piscina dovrà essere riempita e svuotata agevolmente, quindi serviranno tubo di gomma e attacco al rubinetto, per la lunghezza solo poi potete sapere quanto è necessario per arrivare al rubinetto più vicino! Noi l’avevamo messa in bagno, nel nostro grande bagno, dove stava di misura, ed è stato comodissimo sia riempirla che svuotarla!
Ah, un’ultima cosa: anche se da tutta la vita sognate il parto in acqua, non potrete essere sicure che partorirete in acqua per il semplice motivo che non saprete, finché non vivrete il momento, se davvero avrete voglia di starci! Spesso ci si fa un’idea prima, e al momento del travaglio o della nascita le cose cambiano… A volte va bene travagliare ma non partorire, a volte il contrario, a volte entrambe le cose e altre volte ancora, nessuna delle due, indipendentemente da ciò che si pensava in gravidanza! Bisogna essere pronte a tutto, cambiando eventualmente programma, rimanendo elastiche sui desideri e bisogni del momento!

Nascita: il diritto all’epidurale ovvero il diritto negato al piacere e al parto orgasmico

martedì, 3 gennaio 2012

Scritto da Carla Joly, ostetrica libera professionista

Epidurale o analgesia epidurale in travaglio di parto, consiste nell’inserzione di un cateterino flessibile nello spazio peridurale lombare, attraverso cui si somministra un anestetico che agisce sui nervi che trasmettono il dolore provocato dalle contrazioni uterine.

Recentemente se ne è di nuovo parlato, con un articolo sul giornale “Il fatto quotidiano”, affermando il diritto all’epidurale come modalità moderna e indolore di partorire versus una modalità primitiva ed arcaica di partorire tuttora esistente in Italia. Siamo considerati il paese più arretrato a livello europeo per l’alto tasso di cesarei che in alcune regioni è arrivato a sfiorare il 70% del totale dei parti a confronto del 15% massimo consigliato dall’OMS nei punti nascita specializzati in patologia, come indice di una buona pratica ospedaliera. Questa cifra spropositata di cesarei si tira dietro anche un elevatissimo indice di medicalizzazione e di episiotomie (il taglio della vagina e dei tessuti del pavimento pelvico – perineo -, non sostenuto da alcuna evidenza scientifica, da qualcuno viene paragonata a una mutilazione genitale femminile silente cui viene sottoposta più del 50% di primipare cioè delle donne che partoriscono la prima volta) Tra le cause o comunque correlata all’alto numero di cesarei vi è la pratica dell’analgesia peridurale.

Per quanto riguarda la sanità italiana si parla di aziende quindi di conseguenza si parla di profitto, i soldi vengono rimborsati dalle regioni alle aziende in base a quanti più interventi chirurgici vengono eseguiti (un parto spontaneo costa molto meno di un taglio cesareo). Esiste un grande business farmacologico e parafarmacologico (100.000 euro per un apparecchio per ecografie) in mano alle multinazionali del farmaco che commissionano la maggior parte degli studi e delle ricerche in circolazione.

Le cose sono molto semplici: il parto e la nascita non sono una malattia infatti solo una donna sana può rimanere incinta. Gli alti livelli di stress in gravidanza inducono un aumento del cortisolo che la placenta oltre una certa soglia non è più in grado di arginare, quindi da questo squilibrio nasce la patologia.

Con la continuità dell’assistenza di cui possono essere competenti un’ostetrica ed una doula specialiste in fisiologia si riduce notevolmente la medicalizzazione, cioè più ostetriche = meno medicalizzazione e parti cesarei, come confermato da studi e ricerche scientifiche non commissionate da alcuna casa farmaceutica, ma è d’altra parte una cosa ovvia che se l’ostetrica e la doula sono quelle figure atte ad accompagnare gravidanza e nascita, sono anche quelle che devono avere strumenti di prevenzione per il mantenimento della salute in gravidanza e non essere figure paramediche o piccoli medici. Questo fatto però comporta una politica sanitaria adeguata, nel senso che non si può tirare al risparmio su una figura come quella dell’ostetrica che deve essere in numero sufficiente ed in condizioni tali da poter svolgere il suo lavoro in tutta sicurezza.

Quando parlo di parto orgasmico con le donne a volte mi rispondono sconsolate: ”Tanto a me non mi tocca!”. Potrebbe anche non toccarti visto che questo è uno dei misteri della vita ed è un fenomeno completamente fuori controllo così come il parto fisiologico e non sono eventi programmabili né pilotabili con il nostro cervello razionale, ma visto che è possibile poiché il 14% delle donne non prova dolore durante il parto ed un 21% nei parti non disturbati prova un orgasmo durante la nascita, mettiamoci nelle condizioni migliori affinché questo sia possibile, cercando di non disturbare il parto. Disturbare il parto vuol dire causare una qualche patologia ed entrare nel tunnel senza fine della medicalizzazione. Il parto orgasmico può essere inquadrato nelle quattro fasi dell‘orgasmo, che sono anche le quattro fasi della nascita fisiologica e delle leggi della vita: eccitazione, espansione, contrazione e distensione. Inizialmente abbiamo l’eccitazione che si genera nell’incontro tra il maschile ed il femminile al momento del concepimento, l’espansione della gravidanza, le contrazioni uterine che permettono la nascita e il rilassamento profondo che è tipico del puerperio. Naturalmente il parto orgasmico è un evento che fa parte del proprio potenziale femminile nella sfera più intima (sessuale e spirituale) quindi necessita di un profondo rispetto e di privacy dal punto di vista personale, ma è importante parlarne dal punto di vista culturale per costruire una nuova cultura della nascita. Naturalmente non si parla in termini meccanicistici del raggiungimento dell’orgasmo ma della capacità di apertura e di provare amore nei confronti del partner, siamo nelle qualità del cuore e l’ormone connesso a tutto ciò è l’ossitocina.

Qual è l’ambiente migliore per la nascita, ce lo possono insegnare gli animali ed il loro istinto: la tana. Tutto va nel migliore dei modi quando gli animali si sentono al sicuro. Quando invece sono minacciati dai predatori, tutto il delicato meccanismo del travaglio e del parto si blocca finché non viene raggiunta di nuovo la sicurezza, le femmine normalmente si isolano ed i maschi difendono il territorio della nascita. Come mai allora la specie umana ha avuto bisogno di costruire degli ospedali per far partorire le donne, quando sarebbe così semplice deospedalizzare il parto per farlo tornare tra le mura domestiche dove il più delle volte viene concepito il bambino? Il rischio sta proprio nel disturbare il parto, quindi una donna sana e il suo bambino sono più al sicuro a casa loro, qualora il parto non venga disturbato, piuttosto che in ospedale. Quindi un primo fattore di analgesia è partorire in un posto sicuro, far si che non venga stimolata la corteccia cerebrale; piuttosto che un linguaggio razionale adopereremo altri strumenti quali il tatto, l’uso dell’acqua e del massaggio, la penombra, un ambiente caldo e intimo, la libertà di movimento per trovare spontaneamente le posizioni meno dolorose in quanto la percezione dolorosa cambia a seconda della posizione assunta: aumenta in posizione supina e diminuisce in posizioni verticali, carponi o accovacciate (che preservano anche la salute del bambino), la possibilità di rilassarsi profondamente durante le pause tra le contrazioni quando il corpo produce naturalmente endorfine (che inducono un profondo stato di trance) , sostegno e libera espressione del dolore soprattutto vocale che permette per stimolo riflesso l’apertura del canale pelvico del parto, un bacino e pavimento pelvico libero nei movimenti quindi una preparazione al parto adeguata, una respirazione libera e profonda soprattutto addominale che ha un grande effetto analgesico, un periodo espulsivo con spinte spontanee e non forzate, genitali integri senza episiotomia, poter tenere con se il bambino dopo la nascita ecc.

Quindi l’ospedale è l’ultima spiaggia per partorire, epidurale a tutte le donne che scelgono l’ospedale ? Quali sono i rischi? Risposta di un anestesista agli incontri di preparazione alla nascita : ”Da nulla alla morte!” Come riportato da Wagner, epidemiologo dell’OMS: la donna in ospedale entra in un ambiente che di per sé aumenta il dolore e viene sottoposta a pratiche che lo aumentano, si vede offrire l’epidurale per essere poi profondamente grata a quelle persone le hanno tolto il dolore, dolore che è stato principalmente causato da quelle persone. Con l’epidurale il rischio di morte è triplicato per la donna, con la possibilità di un danno neurologico anche permanente o una paralisi temporanea, c’è un maggior rischio di febbre e ritenzione urinaria, il 30-40% può andare incontro a dolori di schiena che nel 20% possono persistere anche dopo un anno, la lunghezza del parto aumenta in modo considerevole e induce una medicalizzazione come effetto secondario che vuol dire uso di ossitocina sintetica che si sostituisce alla produzione endogena (con ripercussioni neonatali e sulla lattazione), aumento di applicazioni di ventosa ostetrica e di tagli cesarei. L’ipotensione materna secondaria all’epidurale (che comporta una perfusione continua di liquidi per via endovenosa) può impedire l’assunzione di posizioni verticali più fisiologiche e riduce il flusso placentare con danno per il nascituro e possibilità di ipossia e conseguente danno cerebrale anche persistente dal punto di vista neurologico dopo la nascita. La donna nei casi più gravi può andare incontro a paralisi, ischemia cerebrale, arresto respiratorio, danno spinale, ematoma o ascesso peridurale. L’analgesia può sollevare dal dolore fisico ma non dalla componente psicologica ed emotiva e sulle paure. Il rischio di bloccare il travaglio è tanto maggiore quanto più viene fatta precocemente l’analgesia e la fase più dolorosa del travaglio è quella iniziale della dilatazione cervicale.

Tiziano Terzani affermava : “La sconfitta del dolore è considerata una delle grandi vittorie dell’uomo moderno. Eppure anche questa vittoria non è necessariamente tutta positiva. Innanzitutto il dolore ha una importante funzione naturale quella di allarme. Il dolore segnala che qualcosa non va e in certe situazioni il non avere dolore può essere ancora più penoso dell’averlo. Un orribile aspetto della lebbra è che distrugge i nervi capillari dell’ammalato e quello non sentendo più alcun dolore non si accorge quando le sue dita sbattono e si spezzano contro qualcosa o ancora peggio, come avveniva nei lebbrosari dei paesi più poveri quando le dita gli venivano mangiate dai topi, di notte mentre dormiva. E poi: eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e del suo straordinario contrario: il non dolore. In questa visione non c’è posto né per la morte né per il dolore”.

Una civiltà che nega il dolore è innanzitutto una civiltà che nega il suo opposto cioè il piacere, né tanto meno vuole riconoscere il diritto al piacere e alla felicità, una civiltà che ci appiattisce, ci omologa, ci vuole dei robot obbedienti, nega la sacralità del corpo e demonizza il piacere. La nostra capacità alla gioia, al piacere e alla felicità, vivendo in un mondo dualistico, viene anche dal successo con cui abbiamo affrontato il dolore, la morte e la trasformazione nella nostra vita.

Nel brainstorming che propongo nell’accompagnamento alla nascita propongo alcune semplici domande :

Come mi sento quando provo dolore? Come reagisco? Cosa mi aiuta a superarlo? Cosa mi suscita la biblica affermazione: “Tu partorirai con dolore!”? E l’affermazione che il 14% delle donne partorisce senza provare dolore ? E che il 21 % delle donne non disturbate prova un orgasmo durante la nascita? Cosa significa nella mia cultura il dolore del parto? Il sapere arcaico delle mie antenate sul parto ed il dolore cosa mi porta? Dove penso che sentirò dolore durante il parto? Cosa mi potrebbe aiutare? Durante il parto che piacere proverò? Il mio bambino come mi aiuterà? Come lo accoglierò? Il dolore è legato a? La polarità opposta del dolore è? E in questo momento come è la mia respirazione?

Il diritto all’analgesia epidurale in travaglio di parto è un falso diritto, in realtà è la negazione del diritto al piacere durante la nascita e al parto orgasmico.

Carla Joly, ostetrica libero professionista

carla.joly@alice.it

I vostri desideri per il parto

giovedì, 29 dicembre 2011

Quando aspettavo la mia seconda piccola, ho seguito il corso pre-parto con le ostetriche del S.Anna di Torino, le ostetriche che mi avevano seguito per la nascita della mia primogenita… E questo spazio mi è davvero servito, per diversi motivi… Verso la fine del corso, una delle ostetriche ci ha consigliato una cosa, in vista del parto, e cioè quella di scrivere una sorta di nostro piano del parto, solo per noi… Mettere nero su bianco i nostri desideri per il parto che si avvicina, in modo da visualizzare e immaginare nei dettagli la nascita del nostro bambino…

Io ero in un periodo di grossi cambiamenti… Nuova casa, nuovo paese, nuovo bambino in arrivo… e la stanchezza era tanta, così come il tempo per pensare alla nuova vita dentro di me, così una sera ho preso il quaderno su cui scrivevo ogni tanto al mio piccolo in pancia, e ho steso il mio personale piano del parto, anche per avvicinarmi all’idea concreta della nascita che si avvicinava:

Per il mio parto vorrei:

- partorire di notte, travagliare di notte

- avere un parto veloce

- essere nella casa nuova

- travagliare ed eventualmente partorire in acqua

- riuscire a vocalizzare per accompagnare la mia “tempesta”

- sentirmi tranquilla e in contatto col mio bambino

- sentirmi forte

- non lacerarmi

- toccare la testa del mio bambino quando è fuori

- chiamarlo e aspettarlo

- prendere da sola il mio bambino

- attaccarlo io al seno o aspettare che ci arrivi lui da solo

- guardare e scoprire se è maschio o femmina

- perdermi nei suoi occhi e innamorarmi di lui

- unirmi in un unico abbraccio con Massimo e Vera

Beh, posso dire che a parte un paio di cose non fondamentali (ho travagliato di giorno e Maia è nata di sera, e mi sono lacerata appena appena) tutto ciò che avevo scritto e desiderato si è avverato… Sarà un caso? Io non credo, sono convinta che sia stato anche merito del consiglio di scrivere e focalizzare bene i desideri per il parto… E credo che se ci sarà una prossima volta, lo rifarò!

Le spinte del periodo espulsivo

mercoledì, 28 settembre 2011

Un breve post in risposta ad una domanda fattami da una lettrice… Come commento mi sembrava troppo lungo!
La fase espulsiva… Non so quanto meglio potrò descriverla rispetto a quanto ho scritto nel racconto della nascita di Maia, non è facile, ma ci provo… Allora, lo sforzo fisico è davvero grande, ma è diverso da altri sforzi fisici, semplicemente perché, mentre spostare un mobile richiede concentrazione e volontà di tenere su il mobile, cioè il cervello comanda il braccio e gli dice forza resisti, alza, abbassa, tieni duro… e cose così, nella fase espulsiva, se nessuno ti comanda cosa fare (cosa auspicabile), il corpo fa da solo, e semplicemente non si può evitare di fare ciò che vuole… Le spinte sono un movimento e uno sforzo di tutto il corpo, che si può solo assecondare (o contrastare certo, ma non è consigliabile)… Se lo assecondi, tutto il tuo corpo è concentrato nello sforzo, ed è molto più semplice. Non sei tu che spingi, che ti sforzi (come vedi nei film, e come in tanti ospedali ti chiedono di fare, magari quando lo dicono loro…),  ma il tuo corpo viene scosso tutto da queste spinte che arrivano dall’interno, e che a tante mamme non fanno assolutamente male, come è stato per me. So che non è un bel paragone, ma è un po’ come quando vai di corpo e senti gli spasmi, non sei tu che spingi ma il tuo intestino… Si prova una grandissima sensazione di potenza, al massimo il dolore che si sente può essere di tensione oppure quando sta per spuntare la testa, lì si sente bruciare, ma non è il dolore delle spinte… Non ricordo più se l’ho scritto nel racconto, ma io non ho provato dolore, cioè un po’ sì, ma rispetto al primo parto è stato diversissimo… Le contrazioni facevano male, io le avevo di schiena ed erano abbastanza dolorose, ma la cosa che faceva più male (cosa che ho capito a posteriori, dopo questo secondo parto) era la paura. Anche se ho partorito a casa, comunque la prima volta non sai a cosa vai incontro, non sai come sarà, non sai quanto durerà, non sai se ce la farai… e quindi la paura ti fa sentire più dolore perché ti impedisce di rilassarti e di andare incontro all’esperienza che stai vivendo. Alla luce della mia prima esperienza, comunque molto positiva, sono arrivata a questo secondo parto molto più preparata “emotivamente” e molto più tranquilla, e anche se le contrazioni facevano un po’ male (ma le ricordo molto meno dolorose del primo parto), l’atteggiamento mentale era tutto diverso, ero davvero tranquillissima, mi sentivo drogata di ormoni forse! E quindi, non avendo assolutamente paura, mi sono lasciata molto più andare e questo ha aiutato, di sicuro. I ruggiti che mi uscivano erano proprio per la potenza che si sprigionava dal mio corpo, era l’aiuto della voce all’impegno enorme che metteva il mio corpo nella nascita della mia bambina… assolutamente non per il dolore!

E poi, alla fine, dopo lo sforzo e la fatica, ecco che sguscia fuori il tuo miracolo, il tuo piccolo, la creatura che hai custodito dentro di te per 9 mesi… ti dimentichi di tutto e ti innamori perdutamente di lui, e lì sì che sei totalmente drogata di ormoni!

Mamme care, vi ritrovate nelle mie parole?

Allattamento al seno: iniziare bene

venerdì, 1 ottobre 2010

Tante volte si sente dire che allattare è un gesto naturale, che verrà da sé… o che, altrimenti, è una questione di fortuna e non si può sapere in anticipo se ci sarà il latte, se sarà “buono”, se basterà al piccolo… Ma qual’è la verità? Secondo me, la verità è che allattare dovrebbe essere un gesto naturale e familiare per tutte le donne che stanno per diventare mamme… ma a differenza di qualche generazione fa, quando tutte le donne erano abituate a vedere altre mamme (le proprie, o le sorelle, le zie…) che allattavano, adesso spesso accade che si diventi mamma senza avere la più pallida idea di cosa significhi allattare, senza aver mai visto un neonato, e senza esempi “viventi” che possano dare una mano… Tante di noi non sono state allattate, e quindi neanche l’esperienza personale può venirci in aiuto…

Insomma, quali sono le piccole regole da sapere quando si sta per partorire e si desidera tanto allattare il proprio cucciolo? Le cose da sapere non sono molte, ma alcune sono fondamentali… Vediamone alcune:

L’attacco. Se è possibile, quello che vi consiglio è di attaccare il bimbo appena nato, se ve lo consentono e se voi riuscite (anche dopo un cesareo potete allattare subito, se chiedete aiuto). Se potete, lasciate al bambino il suo tempo, senza forzarlo, e senza affrettare la cosa. Fatelo attaccare da solo, visto che i neonati sono assolutamente competenti per farlo, e non hanno bisogno di qualcuno che gli metta la tetta in bocca, anche con modi poco garbati, come a volte accade. Alcuni bambini si attaccano subito voracemente, alcuni altri hanno bisogno di più tempo, per annusare la loro mamma, leccarla, e magari non ciucciano subito perché hanno ancora del muco in bocca o nel naso che devono ancora espellere… Teneteli a contatto col vostro corpo, e non tarderanno la prima poppata…  Mettete il bambino pancia contro pancia, con la testa in linea col corpo, avvicinate lui al seno e non viceversa, in modo da stare comode, e fategli aprire bene la bocca, in modo che abbia in bocca buona parte dell’areola, non solo il capezzolo, che altrimenti verrà masticato e farà molto male. Se sentite dolore non fate finta di niente, forse l’attacco non è corretto, chiedete aiuto ad una consulente LLL se il personale dell’ospedale non vi sembra disponibile o preparato, purtroppo non sempre gli operatori sono esperti… I primi giorni potete avvertire un po’ di fastidio all’inizio della poppata, ma se il bambino è attaccato bene questo fastidio dovrebbe scomparire entro pochi minuti. Potete allattare in molte posizioni diverse, ma all’inizio (e anche dopo!) è molto comodo allattare da sdraiate… così si può anche dormicchiare… Una cosa importante: non aspettate che il piccolo pianga per attaccarlo, se state attente vedrete che il piccolo manda altri segnali prima di arrivare al pianto, perché questo è solo un segnale tardivo di fame: si volta da una parte e dall’altra quando lo prendete in braccio, porta le manine alla bocca, schiocca con la lingua, inizia ad agitarsi… Evitate ciucci e biberon, per evitare confusione, almeno il primo mese di vita… Come fate a sapere quando la poppata è finita? Naturalmente il bambino quando è sazio si stacca. Se però dovete staccarlo voi per qualsiasi motivo, ricordatevi di farlo dopo aver inserito un dito nell’angolo della bocca, per rompere il “sottovuoto” che si crea quando il piccolo ciuccia, se no vedrete le stelle!

L’allattamento a richiesta. Lasciate poppare il bambino per tutto il tempo che vuole, senza limiti di tempo, senza guardare l’orologio: allattare a richiesta significa proprio questo, anche se alcuni vi diranno che i neonati devono poppare ogni 3 ore, per 10 minuti a seno, e di notte devono avere una pausa più lunga… I bambini che si accontentano di questo ritmo forse esistono, ma state certe che sono una rarità! Più spesso, i neonati vogliono ciucciare molto più spesso, e a volte stanno attaccati quasi un’ora… per poi riattaccarsi dopo mezz’ora… Questo non significa che non avete latte, ma solo che il vostro piccolo ha questo ritmo di allattamento, almeno in quel momento. I ritmi cambiano spesso, non sarà sempre così! Man mano che i piccoli crescono, diventano più esperti, quindi diminuisce il tempo della poppata, e si allunga la pausa tra una e l’altra. Se il piccolo si addormenta al seno troppo presto (dopo pochi minuti) provate a svegliarlo toccandolo dolcemente, o massaggiando il seno in giù… gli arriverà un po’ di latte direttamente in bocca, e si sveglierà continuando a ciucciare… Se vi sembra troppo sonnolento, svegliatelo almeno ogni 3 ore almeno per allattarlo, anche se lui non lo richiede… Se rigurgita del latte, sappiate che è normale, se non sembra essere disturbato non vi preoccupate… Mia figlia ha rigurgitato fino a 6 mesi circa, poi ha smesso da sola… Se invece sembra soffrire, rivolgetevi ad un bravo pediatra, forse soffre di reflusso. Alcune mamme allattano con un solo seno per poppata, altre all’interno della stessa poppata offrono i due seni, e entrambe le modalità vanno bene, vedete voi come regolarvi. Se allattate da entrambi i seni, alla poppata successiva iniziate col seno che la volta prima avete dato per secondo. Quante volte dovete allattare nelle 24 ore? Sarà il vostro bambino a dirvelo, comunque tenete conto che la maggior parte dei bambini ciuccia 10-12 volte nell’arco delle 24 ore; la frequenza può variare, magari farà 2 poppate quasi attaccate e poi farà una pausa più lunga, oppure popperà sempre ogni 2 ore, di giorno e di notte…

La crescita. Oltre al controllo settimanale del peso (di più non ha senso, soprattutto la doppia pesata che in alcuni ospedali fanno ancora fare), controllate che il bambino bagni 6-8 pannolini di stoffa al giorno (o 4-5 di quelli usa e getta), e faccia 3-4 pupù, perché ciò indica che è adeguatamente nutrito. Nel primo trimestre di vita, dopo le prime due o tre settimane, è accettabile un aumento di peso di circa mezzo chilo al mese, o di 120-200 gr alla settimana. Se vi sembra che il vostro bambino non prenda abbastanza latte, prima di ricorrere al pediatra (che spesso riterrà che il vostro latte non sia abbastanza, o abbastanza buono, e di conseguenza interverrà proponendo il latte artificiale), sentite una consulente LLL, che forse potrà aiutarvi ad individuare il problema.

Ecco le informazioni che mi sembrano più importanti quando si desidera iniziare l’allattamento nel migliore dei modi… In ogni caso sappiate che le prime settimane non saranno rose e fiori, accudire il vostro bambino sarà duro e molto stancante, anche se sarete perse nei loro occhietti e innamorate pazze di ogni loro pieghetta… ma presto prenderete il ritmo giusto e allora potrete godere maggiormente della gioia dell’essere mamme e delle gioie dell’allattamento!

Le ragadi al seno

lunedì, 28 giugno 2010

Allattare è un gesto naturale, un gesto che hanno fatto le mamme di tutto il mondo e di tutte le epoche, e che per fortuna stanno riscoprendo anche tante mamme di oggi, nonostante noi tutti siamo cresciuti con il latte artificiale… Allattare è un gesto naturale, sì, ma ciò non significa che sia sempre facile. Per tanti motivi diversi, l’inizio dell’allattamento può essere più o meno difficoltoso. Ci sono mamme che attaccano al seno il bambino e da subito questo poppa nel modo giusto, mentre la maggior parte delle volte ci saranno delle difficoltà, ma che sono praticamente sempre risolvibili. In alcuni casi, fin dai primi giorni, anzi dalle prime poppate, si possono formare delle ragadi sul seno.

Le ragadi sono delle ferite che si creano sul seno, per la precisione sul capezzolo, e il motivo è quasi sempre la scorretta posizione di attacco del bambino. Altre volte, può anche essere che il frenulo della lingua sia un po’ corto, ma non così corto da essere subito evidente… in questo caso è facile che il bambino non riesca a prendere bene il seno e a mantenere la presa. Si può provare anche dolore senza vedere ragadi (come era accaduto a me), ma se vi diranno che è normale e che fa parte del gioco, credeteci solo se questo dolore diminuisce e scompare dopo i primi minuti di poppata, e se andando avanti quindi non avete problemi. Se invece il dolore persiste per tutto il tempo della poppata, a volte anche aumentando, credete al vostro corpo, che vi sta dicendo che qualcosa non va. Il dolore è proprio il modo che il nostro corpo ha per farci capire che qualcosa non sta andando nel verso giusto. Perché il bambino ciuccia in modo scorretto? Beh, può essere per diversi motivi: forse ha avuto esperienza di ciucci o tettarelle; forse non ha potuto beneficiare dell’importantissimo periodo dell’imprinting nelle prime ore di vita, nelle braccia della sua mamma, e quindi è un po’ confuso e disorientato; forse è nato con taglio cesareo o con induzione e non era ancora del tutto pronto alla vita fuori dalla pancia della mamma; forse è stato forzato ad attaccarsi al seno quando non era ancora pronto; o forse, semplicemente, ha imparato a ciucciare il suo dito, nella pancia della mamma, nel modo sbagliato.

Vediamo ora come rimediare, iniziando dalla posizione più adeguata per ciucciare. La posizione corretta dell’attacco al seno fa sì che il capezzolo finisca nel palato molle del bambino, giù verso la gola per intendersi, quindi ciucciando non lo comprimerà, mentre se si attacca male il capezzolo viene “masticato” dal palato duro, e lì si vedono le stelle! Il dolore che provavo io assomigliava molto a questo: migliaia di spilli che ti vengono conficcati nel seno… non molto piacevole, vi assicuro! La posizione corretta di attacco al seno ve la può mostrare una consulente LLL, un’amica che ha esperienza di allattamento, e proverò anche io a descriverla, anche se non è facile (ed è sempre meglio vedere un esempio dal vivo). Per un attacco ottimale, prima di tutto, mettetevi comode con la schiena ben appoggiata, in modo da non dovervi sporgere sul bambino ma neanche da obbligarlo ad “appendersi” per ciucciare. Tenete il bambino pancia contro pancia, la testa deve essere in linea col corpo (orecchio, spalla e anca in asse), e dovete avvicinare lui al seno, non il contrario. Potete provare ad attaccare il bambino mettendo il capezzolo all’altezza del suo naso. Lui spalancherà la bocca (naturalmente se in quel momento ha voglia di ciucciare!), e voi potete fargli prendere il seno in modo corretto. Il capezzolo, infatti, si deve trovare nella parte superiore della bocca del bambino, così che ci sia posto per mettere la linguetta tra il capezzolo e il labbro inferiore; si dovrebbe vedere una parte maggiore di areola superiore e quasi niente di quella inferiore, sempre in proporzione alla sua dimensione e a quella della bocca del bambino, e il mento dovrebbe poggiare sul seno, mentre il naso non è necessario che lo faccia. La lingua del bambino, infatti, serve a “mungere” il seno, a spremerlo, premendo con la lingua i dotti galattofori in cui si accumula il latte. La lingua non si muove veramente, ma un’onda di pressione la percorre, e quindi la fa muovere verso l’alto e poi indietro, per spremere il latte e farlo accumulare nella gola, dopodiché il bambino inghiotte (dopo uno o vari movimenti della lingua). Mentre poppa, il bambino ha le labbra girate all’esterno, e la bocca spalancata. Insomma, ciucciare assomiglia più a masticare che a succhiare da una cannuccia, si possono vedere le mandibole che lavorano ritmicamente e si dovrebbe veder muovere anche l’orecchio mentre il bambino deglutisce. Se l’attacco è corretto, inoltre, non si dovrebbero sentire “schiocchi”, che stanno a indicare che il bambino non fa il “sottovuoto”, quindi perde la presa sul seno.

Rimedi per far guarire le ragadi. Naturalmente la prima cosa, e la più essenziale, è modificare l’attacco, se no le ragadi non miglioreranno mai. Oltre a questo, se la situazione è grave, si può lasciare il seno all’aria il più possibile, per far cicatrizzare le ferite. Sembra che siano molto efficaci le coppette di argento, e si può usare la lanolina tra una poppata e l’altra (non è da lavare via prima di far ciucciare il bambino). Evitate i paracapezzoli, perché di solito non aiutano davvero a risolvere i problemi per cui vengono consigliati, e in più si aggiungono altri problemi… Il bambino non succhia bene e cresce poco, si rifiuta di poppare senza, e a volte il dolore non diminuisce nemmeno… Insomma, il bambino dovrebbe imparare a succhiare nel modo giusto dal seno nudo, quindi i paracapezzoli possono essere utili in pochi casi, e per poco tempo, ma appena la situazione migliora dovreste cercare di farne a meno…

Un’ultima cosa… sappiate che le mamme che hanno qualche difficoltà all’inizio dell’allattamento, se resistono e tengono a nutrire il proprio piccolo, saranno tra le mamme che allattano più a lungo e con più soddisfazione… Insistete, ne vale la pena! E non esitate a chiedere aiuto, perché sentire dolore non deve essere la norma, allattare è un piacere!

Le fasi del parto

giovedì, 15 aprile 2010

Il parto è solo una fase del diventare mamma, una fase fondamentale, attraverso cui si viene “iniziate” a questo nuovo ruolo. In alcune società tradizionali, gli uomini devono superare delle prove di forza e di coraggio per poter essere considerati adulti, mentre le donne non ne hanno bisogno, perché la Natura ha già provveduto a fornirci il modo per assumere uno status superiore: noi creiamo la vita e diventiamo mamme!

Per tutto il travaglio e il parto, ci sarà un ritmo che ti accompagnerà: contrazione-pausa, che corrisponde alla dualità dolore-benessere. Ci saranno anche altri ritmi: attenzione-abbandono, movimento e rallentamenti, silenzio e vocalizzazioni, sensazione di non farcela ed espressione di massima forza: è proprio questa la forza dinamica del travaglio e di tutto il processo della nascita.

Ecco in breve i tempi del travaglio e del parto:

  • Fase latente: le contrazioni sono brevi e irregolari, durano meno di un minuto e servono ad appianare e a far scomparire il collo dell’utero. Questa fase può durare da 2-3 ore a qualche giorno, fino a quando non ci si adatta al travaglio. Ci può essere ambivalenza rispetto al partorire o al non partorire. Il bambino inizia ad adattarsi e a produrre i suoi ormoni difensivi per la nascita. In questo periodo puoi prendere confidenza col dolore, ascoltarti, riposare, mangiare, rilassarti, fare l’amore col tuo compagno.
  • Prima fase del periodo dilatante: le contrazioni sono ritmiche, durano più di un minuto, sono vicine, intense, la dilatazione è da 2 a 5-6 cm. Mentre c’è la contrazione sei concentrata e assorbita, quando passa sei ancora vigile. Puoi cercare posizioni e mezzi che ti facciano sentire meglio, adattandoti al dolore in modo attivo. In questa fase (la cui durata è molto variabile) il travaglio si potrebbe fermare se intervengono distrazioni, persone non adeguate, cambiamento di ambiente.
  • Prima fase di transizione: si ha tra i 5 e i 7 cm di dilatazione. Si tratta dell’adattamento istintivo al progredire del travaglio, che può essere “attacco” (ti apri velocemente in modo violento con vomito, crisi di pianto o rabbia o altro) o “fuga” (il travaglio rallenta, prendi tempo per accumulare energia, mangiare, dormire). Nella fase di “attacco” è importante l’intimità, la protezione, l’incoraggiamento, nella fase di “fuga” ci si può fermare anche per diverse ore, e il travaglio riprenderà quando sarai pronta.
  • Seconda fase del periodo dilatante: dai 6-7 cm ai 10. Ormai sei concentrata e assorbita sia durante la contrazione che nella pausa, attraversi una profonda esperienza che ti trasformerà in madre. Sei in una specie di trance prodotta dai tuoi ormoni, c’è apertura totale, resa, passività. Puoi usare il movimento, la voce, e hai bisogno di un ambiente intimo e non disturbato. Questa fase è breve, e ormai il travaglio non può più essere interrotto.
  • Seconda fase di transizione: tra la dilatazione completa e il periodo espulsivo. Anche in questo caso si può reagire con “attacco” o con “fuga”: nella prima modalità le spinte iniziano improvvise e forti, puoi provare paura e disorientamento. Nella seconda modalità il travaglio rallenta, le spinte non arrivano, hai bisogno di aspettare un po’ e quando sarai pronta inizieranno le spinte.
  • Periodo espulsivo: inizia con le spinte spontanee, non con la dilatazione completa. La spinta è in sintonia con l’utero, mentre espiri, e permette la graduale distensione della muscolatura del pavimento pelvico. Sei di nuovo vigile, presente, possono riemergere conflitti tra il trattenere e il rilasciare. Il tempo è variabile ma può durare anche qualche ora. Il premito spontaneo dura 4-6 secondi e all’inizio lo senti solo all’apice della contrazione, poi quando il bambino scende lo senti durante tutta la contrazione, che ora inizia con la spinta e non col dolore. Infine la spinta è irresistibile, il bambino affiora, lo puoi vedere e toccare con la mano, e viene spinto fuori. Spesso esce la testa e, dopo una pausa, anche il reso del corpo, altre volte esce tutto fuori subito sgusciando come un pesciolino!
  • Accoglimento del bambino: finalmente è nato! In questo periodo (due ore circa) è importante che il bambino stia vicino a te, in un ambiente intimo e protetto, così lo puoi accogliere nelle tue braccia e nella tua mente, favorendo il processo di imprinting. Vi conoscete per la prima volta ma senti che vi conoscete da sempre!
  • Secondamento: è la nascita della placenta, che avviene quando si completa il processo di accoglimento e l’accettazione del bambino entro le due ore dal parto. Ricominciano le contrazioni, senti un senso di peso all’ano, puoi assecondare la sensazione di spinta e aiutare la placenta a nascere.

Questa è la descrizione “tecnica” di ciò che succede al nostro corpo quando nasce il nostro bambino, cioè quando tutto viene lasciato fare alla Natura… Anche in questo caso, però, ci sono esperienze diversissime per le mamme: parti lunghi e faticosi, parti veloci, blocchi nel travaglio, sensazioni di qualsiasi genere che rendono ogni parto un’esperienza unica e irripetibile. E’ proprio questo il bello del parto indisturbato! ;-)