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Il parto in casa raccontato dal papà

martedì, 16 febbraio 2010

Ricordo che, i primi giorni dopo la nascita di nostra figlia, non facevo altro che raccontare, ai parenti e agli amici che ci facevano visita, tutti i particolari di quella notte straordinaria che si concluse con il parto. In realtà, non avvenne tutto in una notte. Il mattino precedente mia moglie mi disse che da diverse ore aveva delle contrazioni che si presentavano ciclicamente. Le contrazioni erano lievi e gli intervalli fra l’una e l’altra più lunghi di dieci minuti. Andai al lavoro piuttosto sereno, ma avevo la netta sensazione che fosse iniziato un processo irreversibile, che si sarebbe trasformato nel travaglio vero e proprio. Tanto ne ero convinto che avvisai i miei colleghi e il mio datore di lavoro che il giorno dopo, probabilmente, avrei avuto altro da fare…

La giornata trascorse piuttosto tranquilla, sentii spesso mia moglie al telefono. Era serena, ma le contrazioni si intensificavano gradualmente. Quando, nel tardo pomeriggio, tornai dal lavoro, trovai mia moglie in compagnia di un’amica, anche lei incinta. In quel momento, cominciai a rendermi conto che mi attendeva qualcosa di straordinario e di misterioso, qualcosa a cui non ero razionalmente preparato e non potevo esserlo, non avendo mai assistito ad un travaglio o ad una nascita. E’ vero che i nove mesi di gravidanza furono, anche per me, un percorso di avvicinamento mentale e pratico al momento del parto. Gli incontri con le ostetriche del parto a domicilio, il corso pre-parto, i libri letti, le lunghe chiacchierate con mia moglie, la relazione con questa piccola creatura che era vivacissima già nel pancione, mi avevano gradualmente coinvolto in questo fantastico processo naturale. Rimaneva però il fatto che adesso questo processo si avvicinava al culmine con tutta la potenza della sua natura. Per un attimo ebbi paura. Ce l’avremmo fatta? E se il travaglio si fosse interrotto? Sarei stato in grado di assistere e aiutare la mia compagna? E se fossimo dovuti andare in ospedale?

Trovai ogni risposta nello sguardo sereno di mia moglie, che forse aveva notato un po’ di nervosismo nel mio atteggiamento. Vedendola così tranquilla ben presto mi rasserenai anch’io. Nel frattempo la nostra amica se n’era andata. Feci una rapida ricognizione mentale delle cose che le ostetriche ci avevano consigliato di tenere a portata di mano. Avevamo tutto il necessario, quindi ci concentrammo su ciò che stava accadendo. Le contrazioni erano aumentate di intensità e ritmo. Era aumentato anche il dolore, così verso le 19.30 mia moglie chiamò le ostetriche del parto a domicilio perché venissero a valutare la situazione. Arrivarono verso le 21, sembrarono sorprese, pensavano che la nostra piccola ci avrebbe messo ancora un po’ di giorni prima di decidersi a nascere. Ma si trattava proprio della fase iniziale del travaglio. Rimasero con noi per circa un’ora, visitando mia moglie, verificando che avessimo tutto l’occorrente, dandoci qualche consiglio. Mia moglie aveva deciso di spostarsi nella nostra camera da letto, un ambiente protetto, con luci molto basse, il pavimento in legno. Piazzai un telo sul materassino che era sul pavimento affinché mia moglie si sentisse libera di muoversi dove volesse. Alzai il riscaldamento e tenni a portata di mano una stufetta, nel caso servisse aumentare rapidamente la temperatura dell’ambiente. Con l’accompagnamento di una musica rilassante iniziai a massaggiare energicamente la schiena della mia compagna. Constatando il crescendo delle contrazioni, pensai che il travaglio fosse entrato nel vivo (o nella fase attiva, come si suol dire). Non era così. Le ostetriche mi dissero che eravamo solo all’inizio e che di lì a poco se ne sarebbero andate, perché in quella fase non potevano esserci di aiuto. Prima di andarsene, dissero a mia moglie che la aspettavano contrazioni nettamente più intense e più dolorose di quelle che stava provando, ma che il suo corpo aveva tutte le risorse necessarie per sopportare e superare il dolore e la fatica. Infine, ci dissero di chiamarle quando avremmo sentito di non farcela più da soli.

L’idea di rimanere solo con mia moglie, in una situazione, per me, del tutto nuova e non del tutto prevedibile, mi mise un po’ di timore. Nel medesimo tempo, però, sentivo dentro di me che stavo per vivere con la mia compagna un momento di tale intensità emotiva ed affettiva a cui, per nulla al mondo, volevo sottrarmi. Nessun altro evento della nostra relazione poteva reggere il confronto con questo momento. Si trattava di stare vicino a mia moglie mentre esprimeva al massimo grado il suo essere donna nella sua bellezza e nel suo dolore e, contemporaneamente, vedere e accogliere subito anche fra le mie braccia la nostra bambina.

Eravamo soli. Il tempo passava scandito dalle contrazioni, dalla musica e dai miei energici massaggi, che sembravano sempre meno efficaci nell’alleviare il dolore. Volevo che mia moglie mangiasse qualcosa, sapevo che aveva cenato con un panino e mi sembrava impossibile che potesse affrontare una tale fatica con un insignificante panino nello stomaco. Non volle mangiare nulla e intanto il sonno stava per avere il sopravvento su di me, non su di lei, per fortuna! Anzi, seccata e stupita dai miei segni di stanchezza, trovò anche la forza per sgridarmi! Intanto le contrazioni aumentavano e con esse il dolore. La nostra piccola si muoveva energicamente nella pancia, che assumeva forme strane. Non riuscivo a comprendere come si potesse sopportare un tale dolore e non volevo credere che quel dolore sarebbe aumentato di contrazione in contrazione. All’una del mattino decidemmo di chiamare le ostetriche. Chiamai io e non la mia compagna, un chiaro segno che il travaglio si era fatto veramente intenso.

Le ostetriche arrivarono verso le 2. Visitarono mia moglie. Tutto procedeva bene, ma quanto sarebbe durato ancora il travaglio? Non posi la domanda alle ostetriche e continuai i massaggi. Né mia moglie, né io ci preoccupammo mai della cosiddetta dilatazione, né le ostetriche ne fecero cenno. Meglio così; mettersi a fare ragionamenti e calcoli sulla dilatazione in quel momento ci avrebbe solo disturbati e, alla peggio, avrebbe potuto insinuare delle inutili preoccupazioni. Durante le 2 ore successive, le ostetriche visitarono saltuariamente mia moglie, ma rimasero per lo più in disparte. Una di loro andò a riposarsi in una stanza, mentre l’altra cominciò a leggere un nostro libro sul parto in casa! Questa situazione mi rassicurò: significava che ce la stavamo cavando bene. Io desideravo solo stare accanto a mia moglie e cercare di alleviarle il dolore. Verso le 4, accompagnammo mia moglie a fare una lunghissima doccia calda, che accelerò il travaglio. Nel frattempo si era unita a noi una terza ostetrica.

Dopo la doccia, tornammo nella nostra camera. Ormai le contrazioni erano decisamente forti, ma mia moglie aveva cambiato espressione: alle smorfie di dolore si accompagnava una specie di sorriso, un sorriso che mai prima d’ora le avevo visto sul volto. Collegai subito quell’espressione con il tipo di sorriso che avevo avuto modo di vedere sui volti di alcune fotografie e video di donne fotografate e riprese durante il travaglio. In quel momento ebbi l’impressione che lei si trovasse in un’altra dimensione, benché sapesse che io ero lì con lei. Soltanto qualche volta, fra una contrazione e l’altra, sembrava “tornare tra noi” e mi guardava per qualche istante con un’espressione che comunicava, nel medesimo tempo, amore, bisogno d’aiuto, gratitudine, dolore, forza, stanchezza e mistero. Un attimo dopo era nuovamente in balia delle forze che percorrevano il suo corpo. Mentre mi chiedevo dove trovasse l’energia per sopportare questo sconvolgimento, avvenne il miracolo: prima la testa, poi, dopo una breve pausa, arrivò la spinta decisiva che diede alla luce la nostra bambina. Stavo vivendo con la mia compagna il momento più importante della nostra relazione e della nostra vita, nel luogo più intimo, la nostra casa, e con persone competenti e discrete. In un attimo, Vera era fra le braccia della sua mamma e tutte e due fra le mie braccia.

Partorire in ospedale – seconda parte

martedì, 12 gennaio 2010

Torniamo a parlare del parto in ospedale. Quelle che seguono sono le cose che possono fare la differenza, se trovate e scegliete un ospedale che le rispetta… Potrete avere un vero parto “naturale” anche se in ospedale! Se per qualsiasi motivo vi trovate a partorire in un ospedale diverso da quello che avevate scelto, o che comunque è molto diverso dalle vostre aspettative e non è molto pro-naturale, ricordatevi che potete fare le vostre richieste tramite la stesura del piano del parto. Ecco le procedure da auspicare:

- Libertà di movimento in travaglio. Dovete semplicemente seguire cosa vi fa fare il vostro corpo, sia ballare, che camminare, che cantare, che stare ferma, ondeggiare il bacino, stare a cavalcioni di qualcosa, ecc… Vale sempre la stessa regola: essere in contatto con se stesse e non con le persone fuori che vi dicono cosa dovete fare o come dovete mettervi…

- Libertà di scegliere la posizione nel periodo espulsivo. Scegliere la posizione per far nascere il vostro bambino vi può salvare da lacerazioni e vi può aiutare ad avere un parto più veloce. Alcune donne si mettono carponi, altre si siedono sulle gambe aperte del compagno (o sullo sgabello olandese), se no potete anche stare in piedi e aggrapparvi a qualcosa o qualcuno, sdraiate su un fianco con una gamba alzata… qualsiasi posizione va bene, al limite anche quella litotomica (sdraiata a pancia in su), ma solo se siete voi a trovarla la più comoda, e non se ve la impongono. Stando sul lettino, sappiate che siete più soggette a interventi come l’episiotomia, la manovra di Kristeller, e il bambino può rallentare la discesa, perché non è aiutato dalla forza di gravità. Inoltre, alcune posizioni (come quella carponi) possono aiutare a far ruotare il bambino che non sia messo nella giusta posizione con la testa. Una brava ostetrica saprà consigliarvi bene! Ricordate che per far valere i propri diritti non c’è bisogno di urlare e arrabbiarsi, ma bisogna mostrarsi determinati e tranquilli, facendo capire che si sa benissimo che cosa si desidera e il perché della propria scelta. Certo questa fermezza non si può pretendere in travaglio, ma potete pensare ad “informare” il vostro compagno delle vostre richieste prima del parto, chiedendogli di farsi avanti al posto vostro, nei momenti decisivi, oppure se avete un’ostetrica che vi segue anche in ospedale si farà lei portavoce dei vostri desideri.

- Taglio ritardato del cordone. Ormai è appurato che il taglio ritardato del cordone può essere molto utile al bambino, che può usufruire di tutto il sangue che gli viene “pompato” dal cordone fino alla fine, fino a quando quest’ultimo non smette di pulsare. Tagliarlo prima significa privare il bambino di questa preziosa quantità di sangue che lo proteggerà nel tempo dal rischio di anemia, e che lo preparerà per il suo primo respiro indipendente, senza che debba soffrire. Spesso si ha fretta di concludere il parto, specialmente in ospedale, ma si può pretendere (se il bambino sta bene e non ha bisogno di essere allontanato da voi per cure particolari) che venga rispettato questo vostro desiderio. Sempre che non optiate per un Lotus birth!

- Inizio precoce dell’allattamento. Appena nasce il bambino, dovrebbe essere posto sul vostro addome, sul vostro petto, e lasciato lì quanto desiderate voi e lui. Anche due ore. In questo tempo, appena dopo il parto, il bambino è particolarmente sveglio e attivo, e se lasciato fare è anche in grado di strisciare fino al vostro seno, in circa 40 minuti dalla nascita. Troverà il capezzolo, che ha un odore simile al liquido amniotico in cui ha vissuto per 9 mesi, grazie all’odore delle sue manine che avrà vicino al naso, raggiungerà quindi il seno e inizierà a leccarlo, ad annusarlo, poi forse lo toccherà e lo manipolerà con le sue mani e poi, quando sarà pronto, si attaccherà e succhierà il preziosissimo colostro… Probabilmente, attaccandosi da solo, lo farà nel modo corretto, e non avrà bisogno di subire aggiustamenti… Conoscendo questa capacità del neonato, vien da pensare che l’inizio precoce dell’allattamento sia stato favorito dall’evoluzione, e che quindi sia un meccanismo molto utile alla specie umana… perché quindi ritardarlo con scuse e procedure che servono solo a complicare l’avvio dell’allattamento e la sua buona riuscita?

- Rooming in. Tenere il bambino sempre con voi, dal momento della nascita, per tutto il tempo della degenza in ospedale (e anche dopo, naturalmente!) aiuta la buona riuscita dell’allattamento, favorisce il crearsi del legame tra madre e bambino e fa stare bene mamma e bambino. È molto triste che esistano ancora degli ospedali in cui non è previsto il rooming in, perché ogni mamma ha diritto di stare col proprio bambino e ogni bambino ha diritto di avere sempre la mamma a disposizione. Possono dormire insieme, abbracciati, senza bisogno che il bambino conosca già precocemente la solitudine, l’angoscia del vuoto e dell’abbandono che inevitabilmente fanno parte dell’esperienza della nursery, oltre a biberon ciucci e glucosate varie che servono solo a complicare l’avvio dell’allattamento. Ciò di cui ha bisogno il neonato è soltanto la propria mamma, nient’altro. Se ci sono comunque problemi con l’allattamento, la soluzione non è certo quella di allontanare il bambino dalla sua mamma: ogni ospedale dovrebbe avere personale qualificato per aiutare la neo mamma a risolvere problemi di allattamento, senza ricorrere al latte artificiale o ad altri “oggetti” (biberon, paracapezzoli) che alla lunga creano solo complicazioni. Anche in caso di taglio cesareo è possibile avere sempre con sé il proprio bambino, e se proprio la mamma preferisce affidare il bambino a qualcun altro per qualche ora, dovrebbe assicurarsi che glielo riportino non appena il piccolo segnala la necessità di essere allattato. Se finalmente si smettesse di separare precocemente madre e bambino, inizierebbe a crescere una società migliore, perché i neonati, una volta diventati adulti, non avrebbero sperimentato un vissuto così negativo e catastrofico come quello di essere allontanati dalla propria madre nel momento in cui avevano più bisogno di lei!

Il dolore del travaglio

lunedì, 16 novembre 2009

Molte donne, quando pensano al parto, temono il dolore delle contrazioni, specialmente se sentono dire (come a volte succede) che è simile a quello di una colica renale… Secondo me la paura può già essere attutita dal sentir dire (cosa che nessuno dice mai, però) che il corpo della donna è ben attrezzato contro il dolore delle doglie, perché viene mandata in circolo un’elevata concentrazione di ormoni che attenua la percezione del dolore… ed è per questo che ad un certo punto le donne che stanno partorendo non sono più “sulla terra”, ma perdono un po’ coscienza della realtà. Tutto ciò naturalmente è temporaneo e legato solo al processo del parto, ma è di importanza vitale. All’inizio il dolore è gestibile, dura pochi istanti, e le pause tra una contrazione e l’altra sono lunghe… in quei momenti scompare tutto il dolore. Poi, man mano che il travaglio avanza, le contrazioni durano sempre più a lungo e le pause sempre meno… Anche se il dolore continua ad aumentare con il procedere del travaglio, la donna non lo sente sempre più forte, ma ad un certo punto perde il contatto con il mondo che la circonda: ecco perché non si può paragonare un parto ad una colica renale: in questo secondo caso, infatti, non c’è nessun processo di analgesia naturale che viene messo in atto dal corpo umano. Il travaglio indotto con la somministrazione di ossitocina sintetica, invece, oltre a non attivare gli ormoni che proteggono dal dolore, inizia subito con contrazioni molto forti, che la mamma spesso non riesce a gestire, a differenza di quelle “naturali”.

Inoltre, una madre in travaglio sa che quella prova che sta cercando di superare ha un significato importantissimo, sa che tutto quello che accade ha un senso ben preciso, perché presto avrà tra le braccia il proprio cucciolo e non sentirà più alcun dolore, ma solo una grande gioia. Sapendo poi (anche questo non lo dice mai nessuno, chissà perché!) che il dolore sentito dalla mamma protegge anche il piccolo (perché la presenza degli ormoni aiuta anche il piccolo nel suo duro compito di discesa nel canale), beh si resiste ancora un po’ di più! Inoltre, spesso il dolore costringe la mamma a cambiare posizione, e a volte questo è proprio ciò che aiuta la discesa del bambino, anche quando esso sia posizionato in modo non ottimale.

In ospedale spesso si fa ricorso all’anestesia epidurale, ma ci sono molti effetti collaterali che spesso non vengono messi in chiaro e quindi la donna spesso si trova a dover prendere una decisione senza possedere le giuste informazioni. Per esempio, con l’anestesia epidurale ci può essere un improvviso calo di pressione sia della mamma che del bambino, e questo quindi comporta che venga fatta anche una flebo per aumentare il livello dei liquidi ed evitare cali di pressione (ciò limita la possibilità di movimento); nel 20% delle donne causa febbre che può portare problemi anche al bambino; l’epidurale non sempre funziona, o a volte le donne non ne apprezzano gli effetti; se viene somministrata troppo presto, può rallentare la dilatazione e la discesa del bambino nel canale del parto; i travagli con epidurale hanno statisticamente più probabilità di finire in parto cesareo o parto operativo (parto con forcipe o ventosa); i neonati che nascono hanno talvolta difficoltà respiratorie e a succhiare dal seno; spesso, sia perché la madre non sente bene le spinte, sia per la posizione obbligata sul lettino, la fase espulsiva dura di più. Questi sono solo alcuni degli effetti collaterali, ma secondo me il più importante è che, venendo a mancare gli ormoni naturali che aiuterebbero mamma e bambino a superare le difficoltà del parto tramite la loro comunicazione profonda, è come se il bambino ad un certo punto perdesse il contatto emotivo con la madre, che non sente più dolore, che non soffre con lui, che non lo aiuta ad uscire inondandolo con i suoi ormoni protettivi. Michel Odent, nel suo libro “La scientificazione dell’amore”, cita uno studio in cui alcune pecore erano state sottoposte ad anestesia epidurale durante il parto. Queste pecore, una volta nati i cuccioli, non li avevano riconosciuti e non li avevano accuditi. E se succedesse qualcosa di simile anche alle mamme umane? E se l’epidurale diminuisse il rilascio degli ormoni del parto (endorfine, ossitocina naturale, ecc.) che favoriscono anche l’innamoramento del primo incontro? In fondo siamo sempre mammiferi! Se fosse così, mamma e bambino verrebbero in contatto per la prima volta (vedi ) senza la carica ormonale necessaria per vivere al meglio il periodo critico. Lascio cadere qui il discorso e il dubbio…

Ci sono però anche diversi modi “naturali” per cercare di destreggiarsi nelle onde… e sicuramente, se vi affiderete ad un’ostetrica, lei potrà consigliarvi i metodi migliori per voi. Un modo per sentire un po’ meno dolore è quello di muoversi, di cercare le posizioni che nel vostro caso possano alleviare un po’ la stretta delle contrazioni… (ecco perché stare sul lettino d’ospedale, ferme e magari col monitoraggio attaccato, non aiuta affatto e anzi amplifica le sensazioni dolorose delle contrazioni). Spesso si consiglia di muoversi, di camminare, di ondeggiare il bacino… ma io credo che ascoltando il proprio corpo non si debba imparare nessuna particolare strategia… assecondate il vostro corpo, provate tutto ciò che vi viene in mente, perché non tutti siamo uguali e ciò che può dare sollievo a noi può essere terribilmente fastidioso per un’altra persona, e viceversa. Possono essere utili dei massaggi sulla schiena, se avete dolore nella zona lombare, effettuati in modo energico, e applicazioni di asciugamani caldi (le mie ostetriche li scaldavano nel forno). Il getto caldo della doccia sulla pancia o sulla schiena possono rilassare notevolmente il corpo e far sentire meno il dolore, anche se l’intensità delle contrazioni non diminuisce, ma anzi si rafforza. Entrare in una vasca con acqua calda può sortire lo stesso effetto, ma attenzione che l’immersione (a differenza della doccia) può bloccare un travaglio nelle sue fasi iniziali. Non per tanto, certo! Se volete vedere se potete riposarvi un po’, provate ad entrare in acqua, se non è ancora il momento giusto le contrazioni si fermeranno, altrimenti aumenteranno di intensità e il travaglio andrà avanti velocemente.

Un altro modo per calmare il dolore può essere quello di ascoltare una musica familiare, rilassante, che faciliti la concentrazione su ciò che sta accadendo dentro il vostro corpo, che vi aiuti a entrare in contatto col bambino che sta nascendo: durante le fasi iniziali del mio travaglio ho ascoltato tante e tante volte di seguito lo stesso cd che mi aiutava a “perdermi dentro di me”, e ancora adesso mi vengono i brividi se mi capita di riascoltarlo… Potete anche immaginare, visualizzare il percorso del bambino dentro di voi, il vostro corpo che si apre, un fiore che sboccia… tutto questo aiuta davvero la dilatazione, anche se può sembrare strano. Anche il fatto di avere accanto una persona cara, il proprio compagno, un’amica intima, una persona di cui ci si fida ciecamente e che possa fare da tramite con il mondo esterno, può farvi sentire più tranquille e quindi più rilassate, condizione che rende le contrazioni meno dolorose.

Anche se non a tutte viene di farlo, potete provare con le vocalizzazioni. Io avevo provato ad “allenarmi” anche in gravidanza, producendo delle AAA di varie intensità e toni, mentre ero rilassata e appoggiata al corpo di mio marito… beh, lui era molto più bravo di me! Non la sentivo una cosa mia, non faceva per me, ma quando, verso la fine del travaglio (solo verso la fine, purtroppo!) ho iniziato a sostituire il mio respiro affannato con delle AAA aperte per affrontare ogni contrazione, sentivo che erano più gestibili… era come un modo per controllare il dolore, non ne ero sopraffatta (non respiravo più come quando si fanno le scale di corsa, per intenderci) ma le “urlavo”, era come se dentro di me le stessi gestendo, comandando. Alla fine, nella fase espulsiva, non dovevo pensare a nulla, una voce quasi primordiale usciva dal mio corpo (per la gioia dei vicini ;-) )!

Insomma il travaglio, anche se doloroso, ha uno scopo ben preciso, e cioè quello di trasformarvi in madri, quando finalmente conoscerete il vostro bambino. Diventare madre è un’esperienza magica, incredibile, e sapere di poter diminuire il dolore con dei modi che non disturbino né noi né il nostro bambino penso sia molto importante. Ogni mamma troverà il suo modo per arrivare alla meta, e quando avrete il vostro cucciolo tra le braccia vi dimenticherete di tutto il dolore provato!