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Le ragadi al seno

lunedì, 28 giugno 2010

Allattare è un gesto naturale, un gesto che hanno fatto le mamme di tutto il mondo e di tutte le epoche, e che per fortuna stanno riscoprendo anche tante mamme di oggi, nonostante noi tutti siamo cresciuti con il latte artificiale… Allattare è un gesto naturale, sì, ma ciò non significa che sia sempre facile. Per tanti motivi diversi, l’inizio dell’allattamento può essere più o meno difficoltoso. Ci sono mamme che attaccano al seno il bambino e da subito questo poppa nel modo giusto, mentre la maggior parte delle volte ci saranno delle difficoltà, ma che sono praticamente sempre risolvibili. In alcuni casi, fin dai primi giorni, anzi dalle prime poppate, si possono formare delle ragadi sul seno.

Le ragadi sono delle ferite che si creano sul seno, per la precisione sul capezzolo, e il motivo è quasi sempre la scorretta posizione di attacco del bambino. Altre volte, può anche essere che il frenulo della lingua sia un po’ corto, ma non così corto da essere subito evidente… in questo caso è facile che il bambino non riesca a prendere bene il seno e a mantenere la presa. Si può provare anche dolore senza vedere ragadi (come era accaduto a me), ma se vi diranno che è normale e che fa parte del gioco, credeteci solo se questo dolore diminuisce e scompare dopo i primi minuti di poppata, e se andando avanti quindi non avete problemi. Se invece il dolore persiste per tutto il tempo della poppata, a volte anche aumentando, credete al vostro corpo, che vi sta dicendo che qualcosa non va. Il dolore è proprio il modo che il nostro corpo ha per farci capire che qualcosa non sta andando nel verso giusto. Perché il bambino ciuccia in modo scorretto? Beh, può essere per diversi motivi: forse ha avuto esperienza di ciucci o tettarelle; forse non ha potuto beneficiare dell’importantissimo periodo dell’imprinting nelle prime ore di vita, nelle braccia della sua mamma, e quindi è un po’ confuso e disorientato; forse è nato con taglio cesareo o con induzione e non era ancora del tutto pronto alla vita fuori dalla pancia della mamma; forse è stato forzato ad attaccarsi al seno quando non era ancora pronto; o forse, semplicemente, ha imparato a ciucciare il suo dito, nella pancia della mamma, nel modo sbagliato.

Vediamo ora come rimediare, iniziando dalla posizione più adeguata per ciucciare. La posizione corretta dell’attacco al seno fa sì che il capezzolo finisca nel palato molle del bambino, giù verso la gola per intendersi, quindi ciucciando non lo comprimerà, mentre se si attacca male il capezzolo viene “masticato” dal palato duro, e lì si vedono le stelle! Il dolore che provavo io assomigliava molto a questo: migliaia di spilli che ti vengono conficcati nel seno… non molto piacevole, vi assicuro! La posizione corretta di attacco al seno ve la può mostrare una consulente LLL, un’amica che ha esperienza di allattamento, e proverò anche io a descriverla, anche se non è facile (ed è sempre meglio vedere un esempio dal vivo). Per un attacco ottimale, prima di tutto, mettetevi comode con la schiena ben appoggiata, in modo da non dovervi sporgere sul bambino ma neanche da obbligarlo ad “appendersi” per ciucciare. Tenete il bambino pancia contro pancia, la testa deve essere in linea col corpo (orecchio, spalla e anca in asse), e dovete avvicinare lui al seno, non il contrario. Potete provare ad attaccare il bambino mettendo il capezzolo all’altezza del suo naso. Lui spalancherà la bocca (naturalmente se in quel momento ha voglia di ciucciare!), e voi potete fargli prendere il seno in modo corretto. Il capezzolo, infatti, si deve trovare nella parte superiore della bocca del bambino, così che ci sia posto per mettere la linguetta tra il capezzolo e il labbro inferiore; si dovrebbe vedere una parte maggiore di areola superiore e quasi niente di quella inferiore, sempre in proporzione alla sua dimensione e a quella della bocca del bambino, e il mento dovrebbe poggiare sul seno, mentre il naso non è necessario che lo faccia. La lingua del bambino, infatti, serve a “mungere” il seno, a spremerlo, premendo con la lingua i dotti galattofori in cui si accumula il latte. La lingua non si muove veramente, ma un’onda di pressione la percorre, e quindi la fa muovere verso l’alto e poi indietro, per spremere il latte e farlo accumulare nella gola, dopodiché il bambino inghiotte (dopo uno o vari movimenti della lingua). Mentre poppa, il bambino ha le labbra girate all’esterno, e la bocca spalancata. Insomma, ciucciare assomiglia più a masticare che a succhiare da una cannuccia, si possono vedere le mandibole che lavorano ritmicamente e si dovrebbe veder muovere anche l’orecchio mentre il bambino deglutisce. Se l’attacco è corretto, inoltre, non si dovrebbero sentire “schiocchi”, che stanno a indicare che il bambino non fa il “sottovuoto”, quindi perde la presa sul seno.

Rimedi per far guarire le ragadi. Naturalmente la prima cosa, e la più essenziale, è modificare l’attacco, se no le ragadi non miglioreranno mai. Oltre a questo, se la situazione è grave, si può lasciare il seno all’aria il più possibile, per far cicatrizzare le ferite. Sembra che siano molto efficaci le coppette di argento, e si può usare la lanolina tra una poppata e l’altra (non è da lavare via prima di far ciucciare il bambino). Evitate i paracapezzoli, perché di solito non aiutano davvero a risolvere i problemi per cui vengono consigliati, e in più si aggiungono altri problemi… Il bambino non succhia bene e cresce poco, si rifiuta di poppare senza, e a volte il dolore non diminuisce nemmeno… Insomma, il bambino dovrebbe imparare a succhiare nel modo giusto dal seno nudo, quindi i paracapezzoli possono essere utili in pochi casi, e per poco tempo, ma appena la situazione migliora dovreste cercare di farne a meno…

Un’ultima cosa… sappiate che le mamme che hanno qualche difficoltà all’inizio dell’allattamento, se resistono e tengono a nutrire il proprio piccolo, saranno tra le mamme che allattano più a lungo e con più soddisfazione… Insistete, ne vale la pena! E non esitate a chiedere aiuto, perché sentire dolore non deve essere la norma, allattare è un piacere!

Rispondiamo ai commenti della gente…

martedì, 1 giugno 2010

Si sa, quando si fanno scelte “fuori dal coro” ci si deve aspettare commenti indesiderati e osservazioni non richieste, oltre che dai parenti, anche dal pediatra, dagli amici… e dai passanti! Oltre ad occhiatacce se si sta, per esempio, allattando un bambino di più di 1 anno, spesso le persone non si fermano lì, e continuano anche a parole… Allora perché non avere un po’ di risposte pronte da usare quando se ne presenta l’occasione? Io spesso rimango sprovvista di frasi ad effetto, ma magari pensandole e scrivendole qui le memorizzo ;-) Proviamoci!

Sul parto in casa… La prima cosa che ci sentiamo dire, dopo che l’interlocutore si è accertato che non si è trattato di un parto precipitoso, ma proprio di una scelta, è sicuramente “Che coraggio!“, e quindi io ribatterei subito con un “Secondo me di coraggio ne deve avere molto di più chi va a partorire in ospedale, te ne fanno di tutti i colori!!!”. Poi di solito si passa a chiedere se c’erano le ostetriche… Si può rispondere “Sì ma in verità non sono state molto utili… ho fatto tutto da sola!”. Non ho mai provato… ma deve essere divertente l’espressione che vedete dipingere sul volto del malcapitato!

Sull’allattamento prolungato… Qui ce ne sarebbero da dire di tutti i colori, ma il commento più gettonato è “Ma come, allatta ancora?“. Ci sono più opzioni: se si vuole andare sullo scientifico, si può dire “Certo, infatti anche l’OMS raccomanda di allattare ALMENO fino ai 2 anni di età. Come, non lo sapeva?”. Oppure si può andare sull’ironico “No, ha finito, credo che adesso vorrà un pezzo di pane!”. O altrimenti si può attaccare l’avversario cercando di indebolirlo facendolo sentire un inetto, elencando tutti i benefici dell’allattamento prolungato, per mamma e bambino. Altre volte si spingono oltre, e arrivano a chiedere “Ma quando smetterà?“. Un classico: “Quando ne avremo voglia tutti e due”, oppure se volete andare sul pesante (e avete un figlio maschio): “Quando sarà più interessato alle tette di qualcun’altra!”. Se no anche dire, semplicemente e col sorriso “E che ne so! Non ne abbiamo ancora discusso!”.

Sul dormire insieme… Qui di solito partono con l’elenco di tutti i rischi a cui si va incontro se si dorme insieme… Voi potete controbattere che “ricerche recenti” hanno invece smentito queste “dicerie popolari”, e hanno invece affermato che è l’opzione più sicura anche per combattere la SIDS, tranne che in presenza di genitori annebbiati dalla droga o dall’alcool. Il respiro del bambino e della mamma si sincronizzano così che il bambino è portato a “non dimenticare” di respirare, come a volte accade. Una volta superata la questione del pericolo, si passa ai vizi: “Ma così resterà nel lettone fino a 18 anni!“. Se siamo scocciati si può rispondere “Beh, se va bene a noi che problema c’è?”, oppure se siamo particolarmente gentili possiamo provare a spiegare che i bisogni soddisfatti non si ripresentano più, quindi dando vicinanza e calore fisico al bambino piccolo, nutrimento di cui lui ha un effettivo bisogno, una volta che sarà soddisfatto, avrà tutte le risorse per affrontare la cameretta singola e tutto il resto… Come quando abbiamo voglia di un gelato: la voglia ci rimane quando non possiamo mangiarlo o quando ne facciamo una scorpacciata? Un’altra variante, a metà tra lo scocciato e il disponibile, è questa: “In fondo noi adulti dormiamo quasi sempre con qualcun altro, perché è piacevole, quindi perché dovremmo pretendere da un neonato o da un bambino piccolo che dorma da solo?”.

Sul portare…Ma non soffoca là dentro?“, “Ma respira?“, “Ma sta comodo?” sono tutte domande che mi sono sentita rivolgere le prime volte che uscivo con Vera nella fascia… Non ero ancora preparata a ciò, ma dal profondo di me è venuto fuori un “Ma secondo lei dormirebbe così beata se stesse scomoda?”. Poi, col crescere del cucciolo, ci sentiamo dire “Ma non pesa troppo?“, allora possiamo controbattere con un ironico “No, ha il peso giusto per la sua età”, oppure con un sincero “Guardi, a me dà molto più fastidio portarmi sempre appresso quell’aggeggio, il passeggino… ci sono un sacco di barriere architettoniche!”. Invece ultimamente, prendendo in braccio Vera nei negozi, mi sono sentita dire (veramente erano rivolti alla piccola, ma per fortuna lei ancora se ne frega): “Ma non sei grande per stare in braccio?“. Non ho avuto la risposta pronta, anzi ho preferito far finta di nulla, ma la prossima volta credo che risponderò: “No no, la mamma riesce ancora benissimo a tenerla, e poi è un piacere anche per me!” con tanto di sorriso smagliante.

Sulla socializzazione… “Ma non va al nido?” Sembra che se un bambino non va al nido, oppure (rabbrividiamo al solo pensiero!) alla scuola materna, ci sarà una catastrofe nel suo sviluppo… Non parlerà, non camminerà, non SOCIALIZZERA’… e quindi diventerà un serial killer o un deviato… Non mi è ancora capitato di dover approfondire, per ora (ma Vera ha solo 2 anni!) è bastato un “No, sta con me”, ma alla prossima occasione potrei esagerare con un “Il nido è solo un posto dove si possono lasciare i bambini per fare in modo che le mamme lavorino… Lo hanno evoluto fino a farlo diventare un posto accettabile, ma credo che per un bambino la vera socializzazione si possa avere solo nel mondo reale, non chiusi tutto il giorno in una scuola…”. Sorriso e… arrivederci!

Raccogliere e conservare il latte materno

giovedì, 22 aprile 2010

A volte, per diversi motivi, bisogna ricorrere alla spremitura del latte, e quindi ho pensato che potesse essere utile illustrarvi i modi per farlo, oltre alle modalità di conservazione, perché anche se non avete mai avuto necessità di farlo, potrebbe presentarsi un’occasione per cui è utile esserne a conoscenza.

Motivi per estrarre il latte. Per esempio, potreste avere bisogno di estrarre il latte perché, per qualsiasi motivo, non può farlo il bambino: magari ha iniziato a dormire tutta la notte improvvisamente, o siete inaspettatamente lontane da lui per qualche ora, oppure sta “scioperando” (a volte il bambino rifiuta di prendere il seno anche per 2 o 3 giorni, per comunicare alla mamma che c’è qualcosa che non va). In questi casi, se insomma dovete alleviare la tensione di un seno troppo pieno, è consigliabile estrarne la quantità minima che porti sollievo, senza svuotarlo completamente, perché verrebbe stimolata nuova produzione di latte. Se il bambino poppa di meno per qualsiasi motivo, e volete mantenere alta la produzione per quando potrà di nuovo poppare di più, è importante estrarre il latte con la frequenza solita del bambino. Se volete aumentare la produzione di latte, perché il bambino è prematuro o ricoverato o non ciuccia in modo efficace, è bene tirarsi il latte ogni 3 ore circa, dando il latte al bambino in altro modo o conservandolo per quando potrà prenderlo. Infine, potreste voler creare una scorta di latte, in previsione di una vostra assenza o per quando sarà più grande, o per donarlo a bambini che non possono ricevere il latte della propria mamma.

Indicazioni generali. Qualsiasi modo sceglierai per estrarre il latte, sappi che può essere più facile se troverai una stanza tranquilla, appartata, perché il riflesso di emissione può essere inibito da ansia e nervosismo. All’inizio può sembrare che non esca quasi nulla, ma non ti allarmare o scoraggiare, continua a provare. Anche se non dovessi riuscire, ricorda che ciò non significa che non hai latte! Prova a usare un tiralatte mentre allatti il bambino dall’altra parte, sfruttando la calata del latte provocata dalla forza della sua suzione. Altrimenti, prova a portarti dietro una foto del tuo bambino, o una sua copertina che ti può aiutare a rilassarti e a metterti nel giusto assetto mentale.

Spremitura manuale. Se vuoi spremerti il latte manualmente, il modo migliore per imparare è chiedere aiuto ad una consulente LLL o ad una mamma più esperta, che ti può mostrare il modo più corretto di farlo. Comunque si tratta di mettere il pollice e l’indice sul margine dell’areola, a circa 2,5-4 cm dal capezzolo; spingendo con la mano verso la cassa toracica, comprimi ritmicamente il tessuto dell’areola tra le due dita; non far scivolare le dita sulla pelle, per non irritarla, ma ruota la mano intorno al seno per stimolare tutti i dotti. Spremi un seno per 3-5 minuti, poi passa all’altro, e poi riprendi il primo seno: questa alternanza aiuta ad aumentare il flusso di latte. Raccogli il latte in un contenitore pulito. La spremitura manuale non costa nulla, puoi farlo ovunque e se ti lavi bene le mani è comunque un modo per garantire la sterilità del latte spremuto.

Tiralatte. Se vuoi usare un tiralatte, a seconda delle tue esigense devi valutare se prenderne uno manuale o elettrico. Secondo me il tiralatte manuale ha la stessa funzione della spremitura manuale, quindi non lo userei quando bisogna tirarsi il latte diverse volte al giorno, per produrre grandi quantità di latte, perché diventa faticoso e porta via molto tempo. In quest’ultimo caso, è meglio attrezzarsi con un tiralatte elettrico, che si può anche noleggiare nei negozi di prodotti per l’infanzia e nei negozi di articoli sanitari. Ci sono quelli con due coppe, che si possono usare per entrambi i seni contemporaneamente, dimezzando i tempi di spremitura. Spesso si possono regolare la frequenza e l’intensità, e viene alternata l’aspirazione al rilascio, simulando nel miglior modo possibile la suzione del neonato. Sono delicati e sono la migliore alternativa quando la mamma non può attaccare il bambino al seno, o quando si deve aumentare la produzione di latte. Noleggiare un tiralatte costa molto meno del latte artificiale, e non c’è paragone sulla qualità del latte ottenuto!

Conservazione del latte. Una volta che hai ottenuto il latte, mettilo in frigorifero o nel freezer, in un contenitore di plastica o di vetro o in un’apposita bustina di plastica. Non aggiungere mai del latte a temperatura ambiente ad un contenitore contenente latte già raffreddato. Raffredda prima anche la seconda parte, poi uniscili. Quando metti il latte in freezer, non chiudere i contenitori finché il latte non è del tutto congelato. Congela il latte in piccole quantità, da 60 a 120 ml, per non avere sprechi. Metti etichette su ogni contenitore con la data di spremitura, e usa prima i più vecchi. Quando scongeli il latte, usalo al massimo entro 24 ore. In frigorifero puoi conservarlo per qualche giorno (da 5 a 8, sul ripiano ma in fondo, non nello sportello), a temperatura ambiente (tra 19° e 22°) per 6-10 ore, a 25° gradi per 4-6 ore, mentre in una borsa frigo con le mattonelle ghiacciate (circa 15°) puoi conservarlo fino a 24 ore. Per conservazioni più lunghe: fino a 2 settimane nello scomparto del ghiaccio; per 3-4 mesi nel congelatore verticale con sportello separato dal frigo; per 6 mesi o più nel congelatore a pozzetto (a -19°). Il colostro si può conservare a temperatura ambiente dalle 12 alle 24 ore. Per dare il latte a bambini prematuri, di basso peso o ammalati chiedere meglio alle consulenti, comunque è meglio dare il latte appena spremuto e cercare di diminuire i tempi di conservazione.

Riscaldare il latte. Il latte refrigerato tende a separare la parte acquosa da quella grassa, ma basta scuotere dolcemente. Per scaldare il latte che era conservato in frigo, si può lasciare sotto l’acqua corrente calda per qualche minuto, fino a quando raggiunge la temperatura ambiente, o lasciarlo in ammollo in un pentolino contenente acqua riscaldata sul fornello, ma NON mettetelo mai direttamente sul fornello acceso, perché con un calore troppo elevato molti preziosi componenti possono venire distrutti. Il forno a microonde può essere pericoloso perché anche se esternamente sembra a temperatura ambiente, all’interno ci possono essere parti del latte a temperatura molto più elevata, e il bambino può bruciarsi. Per scongelare il latte che era nel freezer, si deve mettere sotto acqua corrente dapprima fredda, e aumentando man mano la temperatura. Se si vuole usare il pentolino, bisogna usare acqua tiepida cambiando l’acqua non appena si raffredda troppo. Una volta scongelato il latte, se il barattolo non viene aperto, si può conservare in frigo per 24 ore; ricordatevi che il latte scongelato NON si può ricongelare!

Allattamento: il nostro difficile inizio

martedì, 16 marzo 2010

Vera era nata, in casa, come avevamo tanto sperato e desiderato… Era andato tutto bene, pesava 3,490 kg ed era lunga 53 cm. Dopo circa un’ora dalla nascita l’ostetrica mi aveva aiutata ad attaccarla al seno. Aveva visto che c’era già il colostro, la bimba sembrava attaccarsi bene, quindi era tutto a posto! Peccato che io, fin da subito, avevo subito provato dolore, troppo secondo me, ma loro dicevano che la posizione dell’attacco era corretta, che all’inizio faceva un po’ male e quindi cercavo di pensare positivo. Il parto era andato così bene, perché l’allattamento doveva andare male?

Vera era nata alle 6 di mattina di venerdì (4 aprile 2008), le ostetriche se ne erano andate verso le 9, e sarebbero tornate la mattina dopo. Quella stessa mattina era venuto a casa il pediatra (un neonatologo) a visitare la bambina, e anche a lui avevo chiesto se l’attacco andasse bene, perché continuavo ad avere molto dolore. Aveva detto che era perfetto (!!!), e che per 10 giorni circa avrei avuto un po’ di male mentre allattavo… Dieci giorni?! Mi sembrava un tempo eterno per poter resistere, io avevo davvero tanto male! E iniziavo anche ad essere scoraggiata, mi sembrava davvero difficile poter resistere a lungo. Ogni volta che Vera si attaccava, sentivo come se milioni di aghi mi si conficcassero nel seno, e questa sensazione non variava né diminuiva nel corso della poppata. Trattenevo il respiro, stringevo i denti, piangevo sottovoce, resistevo, mi pizzicavo altrove per non sentire male al seno, ma con il solo effetto di procurarmi altri dolori.  Avevo passato tutta la giornata di venerdì a letto, senza poter dormire, ad ammirare la mia piccola creatura e ad allattarla, in questo modo. A sera ero già distrutta, ricordo che avevo pianto perché non ce la facevo… Non ricordo assolutamente il dolore dei punti dati per la lacerazione che avevo avuto durante il parto, ma il dolore mentre allattavo era terribile!

Il giorno dopo, sabato, erano tornate le ostetriche. Avevano visto che non avevo ragadi, ma il seno mi faceva molto male, non potevano sfiorarlo che saltavo. Mi avevano consigliato di usare la lanolina e i paracapezzoli, così mio marito era andato a comprarli mentre loro erano ancora lì. Avevo provato ad allattare Vera con i paracapezzoli, lei si era attaccata, io avevo ancora male, ma forse era leggermente più sopportabile. Peccato che, una volta uscite di casa le ostetriche, Vera non ne avesse più voluto sapere dei paracapezzoli! Avevo pensato che non sarebbe cambiato molto, tanto il dolore c’era sempre…

Nel pomeriggio avevo telefonato alla mia consulente della Leche League, perché ero molto in difficoltà, e lei mi aveva detto che se avevo tanto male significava che la bambina non si attaccava bene, che potevo provare a farle aprire bene la bocca facendole fare l’esercizio della “camminata sulla lingua”, e che nel frattempo dovevo prendere un tiralatte per tirarmi il latte e darglielo in altro modo, magari con una siringa senza ago e facendole ciucciare il dito, perché se non si attaccava bene non avrebbe neanche preso il latte che le era necessario. Finalmente avevo avuto un riscontro che mi dava ragione, non ero io ad essere strana, ma c’era davvero qualcosa che non andava! Non ricordo più perché non avevamo preso subito il tiralatte, e non ricordo altro di quel sabato. Però ricordo bene la notte che avevamo trascorso, la notte tra sabato e domenica… Avevo pianto tutte le mie lacrime, ero stremata, il dolore era sempre più forte, e in piena notte io quasi deliravo per la stanchezza e la disperazione, chiedevo continuamente a mio marito di aiutarmi, gli dicevo piangendo che non sapevo come fare, non volevo dare il latte artificiale a Vera ma stavo impazzendo per il dolore e perché non capivo che cosa stava succedendo… Verso le 2 di notte mio marito era andato a cercare la farmacia di turno, per comprare un tiralatte e del latte artificiale. Era continuata la crisi, e verso le 6 di mattina ci eravamo tutti addormentati, stremati. Appena sveglia, ero tornata alla realtà che mi terrorizzava: non sapevo se era peggio dare a mia figlia il latte in polvere e desistere, oppure provare ancora ad attaccarla… Avevo provato a tirarmi il latte, ma ne veniva poco (mio marito tra l’altro ne aveva preso uno manuale), quindi con il minimo di lucidità che ci era rimasto avevamo deciso di darle un poco di latte artificiale facendoglielo ciucciare da una siringa senza ago, usando anche il nostro dito. Quando, quella mattina, erano tornate le ostetriche, mi avevano trovata in condizioni pessime, avevamo raccontato loro la nostra nottata e ricordo benissimo che avevo detto a Giovanna: “Non so perché ho così male, ma ti giuro che preferirei partorire di nuovo subito piuttosto che allattarla”. Guardando la sua faccia avevo capito che finalmente avevano compreso che non era uno scherzo, in fondo avevo partorito da sola, sapevo tollerare il dolore, non era normale che avessi così male! Quella domenica non la avevo più attaccata al seno, mi ero tirata il latte e glielo avevamo dato con la siringa, e qualche volta le avevamo dato quello artificiale.

Il giorno dopo erano tornate le ostetriche, il mio seno era gonfio di latte e quindi me lo avevano alleggerito spremendolo con le mani; all’inizio avevo sentito un dolore tremendo, piangevo mentre Giovanna me lo massaggiava e il latte sgorgava nel bicchiere… poi andava meglio, mi ero alleggerita e le ostetriche avevano dato il latte a Vera con il bicchierino. Avevo provato ad attaccare la bambina dopo aver messo una crema anestetica che mi avevano portato le ostetriche, lei aveva succhiato, io avevo resistito ma avevo ancora dolore, nonostante la crema. Era tornato anche il pediatra a visitare Vera, aveva perso solo 100 grammi dalla nascita, e continuava a stare bene. Sentivo che anche le ostetriche non sapevano che pesci pigliare, ma mi avevano consigliato di contattare una pediatra esperta di allattamento che lavora all’Asl di Moncalieri, per andare a farmi vedere da lei. Nel pomeriggio avevo telefonato e avevo preso appuntamento per giovedì, le cose stavano lentissimamente migliorando e ora ogni tanto riuscivo ad attaccare la bimba. In realtà non era cambiato molto, forse era semplicemente la speranza di riuscire a farcela. Martedì e mercoledì erano venute a trovarmi mia mamma e mia sorella, che ancora non avevano visto la bambina, ed ero anche riuscita a fare delle foto mentre allattavo! Avevo salutato le ostetriche martedì mattina, e le avrei poi chiamate per far loro sapere della visita dalla dott.ssa. Quei giorni erano stati comunque incredibilmente faticosi, spesso non ce la facevo a tirarmi il latte sufficiente a darlo a Vera le volte che non la attaccavo, quindi ricorrevamo al LA ma ogni volta io mi sentivo sconfitta.

Giovedì mattina ci eravamo recati da questa dottoressa, nelle cui mani avevo bisogno di affidarmi, e ricordo che durante il viaggio in auto (il primo con Vera, nel suo piccolo ovetto) ero molto preoccupata, avevo paura che anche lei non capisse cosa c’era che non andava, ma allo stesso tempo ero speranzosa. Quando era venuto il nostro turno, eravamo entrati, e subito la dott.ssa mi era parsa gentile e competente. Aveva visitato Vera, vedendo che stava bene, l’aveva pesata ed ero stata contenta di vedere che aveva già quasi raggiunto il peso della nascita, era 3,450 kg. Rassicurata sulla sua salute, eravamo poi passati a esaminare il nostro problema. Osservando una poppata, la dottoressa aveva visto che Vera non apriva correttamente la bocca, e che il mio capezzolo era uscito dalla sua bocca un po’ schiacciato, così mi aveva chiesto quanto dolore sentivo da 1 a 10, e io credo di aver risposto 8. Poi aveva tenuto indietro il mento della bimba mentre poppava, facendole aprire un po’ di più la bocca, e mi aveva chiesto se andava meglio, e quanto dolore sentissi in quel momento. Andava proprio meglio, eravamo passati a 5! Ero meravigliata, poi la dott.ssa mi aveva fatto vedere alcuni modi per far attaccare la bimba (essenzialmente offrire il seno facendo aprire bene la bocca alla bimba, e usando la posizione incrociata), accertandosi che avessi capito, e ci aveva detto che per un po’ di tempo avremmo dovute tirarle indietro il mento mentre mangiava, per farle capire che doveva aprire di più la bocca, ma che la situazione non era così grave, ce l’avremmo fatta in breve tempo anche se non poteva sapere quando. Mi aveva anche consigliato di applicare comunque la lanolina anche in assenza di lesioni visibili, e di prendere del paracetamolo per il dolore, ogni 6 ore, fin quando ne avessi avuto bisogno. Sarà stato superfluo forse, ma quell’attenzione anche al mio dolore mi ha fatto sentire bene, ho capito che finalmente qualcuno aveva accolto la mia richiesta di aiuto.

Una volta a casa, ero sollevata e pronta ad affrontare i successivi giorni, “allenando” la mia piccola a poppare bene, perché ce la potevamo fare! Non sono stati giorni facili, ma anche con il grande aiuto di mio marito ce l’abbiamo fatta, sentivo sempre meno dolore, Vera apriva sempre meglio la bocca e dopo pochi giorni avevamo abbandonato anche “l’allenamento”. Finalmente riuscivo ad allattare la mia piccola senza piangere!

Al controllo della settimana successiva (Vera aveva 12 giorni) pesava già 3,700 kg, aveva preso più di 2 etti! Ricordo che le poppate non erano ancora “indolori”, ma almeno riuscivo ad allattare senza troppi problemi, e lo facevo anche fuori casa.

Era iniziato un periodo più facile di quello appena trascorso, ma ancora c’erano delle difficoltà… Vera non voleva stare al buio, non riuscivo a dormire con lei nel lettone perché appena spegnevamo la luce si svegliava, e io non riuscivo a dormire così. Oltre a ciò, volevo che almeno mio marito riposasse un po’, e quindi avevamo iniziato a dormire un po’ io e un po’ lui, a turni. Chi stava sveglio rimaneva in salotto sul divano con la piccola, che spesso dormiva, ma tenevamo una lucina accesa… Ricordo i miei bruschi risvegli quando sentivo piangere la piccola, il cuore mi batteva fortissimo, allora mi alzavo e la allattavo, stavo un po’ io con lei, e a volte ci addormentavamo insieme, io seduta sul divano e lei sul mio petto… Io ero stanca e dovevo ancora abituarmi a non dormire tante ore di seguito, ora avendo un po’ più di esperienza so che agirei diversamente, ma allora con tutte le difficoltà che avevo avuto era l’unica cosa che ero riuscita a fare! Quando la piccola aveva circa 1 mese, avevo deciso di “buttarmi”, di riprovare a dormire nel letto, perché Vera adesso dormiva un po’ di più, e quindi una sera ho deciso di andare a dormire con lei, tutti nel lettone di famiglia… e insomma lei dorme ancora lì, con la sua mamma e il suo papà!

La piccola cresceva benissimo, e potete immaginare la mia soddisfazione quando al consultorio mi chiedevano sorpresi: “Ma non è possibile, solo con il suo latte?”, io rispondevo di sì e loro ancora più stupiti! Nel corso del secondo mese erano però sorti altri problemini. All’inizio avevo cercato di minimizzare e di far finta di nulla, ma grazie alla mia doula avevo deciso di guardare in faccia la realtà e di cercare di superare anche questo ostacolo. Avevo ancora, di nuovo, male al capezzolo, e io avevo il dubbio di avere la candida. La bambina inoltre faceva uno strano verso, uno schiocco, mentre poppava, e non riuscivo a capire bene di cosa si trattasse. Leggendo “Allattare un gesto d’amore” avevo capito che forse avevo un riflesso di eiezione troppo forte, e Vera cercava di tenerlo a bada stringendo la bocca. Avevo poi deciso di tornare dalla dott.ssa esperta di allattamento, che era stata così carina e preparata la prima volta, perché volevo fare chiarezza sulla situazione, e iniziare a godermi questo allattamento, volevo solo allattare in santa pace! La dott.ssa, che avevamo rivisto quando Vera aveva circa 2 mesi, ci aveva confermato quello che pensavo: il mio riflesso ossitocinico era molto abbondante, e la bambina stringeva la bocca per cercare di rallentare il flusso di latte. Il capezzolo almeno non usciva schiacciato, era già qualcosa! E secondo lei non avevo la candida, che bella notizia! Mi aveva allora consigliato di sostenermi il seno con la mano, comprimendolo un po’, dicendo che di solito si dice alle mamme di non farlo, proprio perché può rallentare il flusso del latte. Ma in questo caso era proprio quello che ci voleva! Nello stesso periodo, sempre per il problema del riflesso troppo forte, spesso allattavo nel letto, da sdraiata, cercando di contrastare un po’ la forza di gravità, ma questo non bastava alla mia piccola, che spesso (di solito alla poppata del tardo pomeriggio) piangeva all’inizio della poppata e si staccava continuamente. Allora io provavo a spremermi un po’ di latte in un bicchiere, poi la riattaccavo e così via, finché smetteva di piangere e riusciva a poppare bene. Spesso mi sdraiavo anche al contrario, per farle svuotare il quadrante superiore del seno, che diventava duro… Insomma, anche quel periodo non è stato affatto facile, ma ho tenuto duro e finalmente siamo riuscite a superare anche quell’ostacolo. Vera è cresciuta, era una bambina bellissima, uscivamo sempre, allattavo al parco, passeggiavamo, la bella stagione era finalmente arrivata e ora mi sembrava di poter davvero godere del periodo magico dell’allattamento. Ci mancavano solo… le coliche! Dalla terza settimana fino alla fine del terzo mese, quasi ogni giorno, verso sera, Vera era più nervosa e spesso piangeva, sapevo che quelle non erano coliche ma solo il fisiologico processo di crescita e sviluppo del suo sistema nervoso. Io le stavo vicino e la tenevo tanto nella fascia, sia in casa che fuori, per farle sentire che ero con lei. Però purtroppo Vera ha avuto anche qualche episodio di coliche, pochi ma abbastanza intensi… In quei minuti (anche se a noi sembravano ore), di solito meno di mezz’ora, piangeva in un modo straziante, acuto e inconsolabile. Avevamo provato di tutto: allattarla, metterla a pancia sotto sul nostro braccio, cullarla, scuoterla, metterla nella fascia, cantare… Alla fine, la cosa che ci sembrava più efficace era questa: correre per la casa con lei in braccio, in modo da scuoterla abbastanza, mentre cantavamo a voce alta una canzone inventata sul momento… sembravamo due pazzi! Per fortuna questi episodi sono stati pochi, ci faceva davvero soffrire vedere la piccola stare male mentre noi non potevamo fare nulla per farla stare meglio.

Ripensando a questo periodo, dopo quasi 2 anni, mi viene da dire… Mamma mia che fatica! Ricordo con tenerezza tutti questi momenti, specialmente i primi, perché le difficoltà che abbiamo avuto con l’allattamento sono andate a complicare le difficoltà che già normalmente si hanno con l’arrivo del primo bambino… ma so che sono stata molto più fortunata di altre mamme, perché ho ricevuto l’aiuto e il sostegno necessario per poter andare avanti nell’allattamento, cosa a cui tenevo tantissimo. Mi piacerebbe che tutte le mamme che hanno difficoltà ma che intendono allattare i loro bambini ricevessero il giusto supporto, perché allattare è un dono meraviglioso che ogni mamma (e ogni famiglia) regala ai suoi piccoli ma anche alla nostra società… peccato che tante persone non lo capiscano!

Allattamento al seno: come funziona?

mercoledì, 27 gennaio 2010

Quante volte mi capita di sentirmi chiedere “Ma hai ancora latte?” (dopo, di solito, segue la famosa frase “Che fortuna, signora!”). So che molte persone ancora non sanno come funziona la lattazione, quindi voglio cercare di fare la mia parte, diffondendo (nel mio piccolo) le conoscenze che si hanno al giorno d’oggi sull’allattamento al seno.

Il meccanismo dell’allattamento è in parte ancora un mistero, e forse è per questo che lo circondano così tante dicerie e false credenze… può sembrare quasi una magia! Ma non è una magia, è semplicemente un meccanismo assolutamente perfetto e efficientissimo che la Natura ha messo a nostra disposizione da milioni di anni, e che funziona divinamente quando lo si lascia funzionare.

Fin dalla gravidanza, il nostro corpo si prepara ad allattare… Alcuni ormoni (prodotti dalla placenta e dall’ipofisi) inducono lo sviluppo del seno: la donna avverte un aumento di volume dei seni, l’areola si fa più scura e ampia e il capezzolo si ingrossa.
Dopo il parto, con l’espulsione della placenta, si abbassano i livelli di estrogeni e progesterone (ormoni placentari), e la prolattina può iniziare a svolgere la sua funzione. Il “processo di allattamento” ha inizio quando il bambino succhia al seno per la prima volta, stimolando le ghiandole del seno che sono collegate all’iposifi e all’ipotalamo. La prima cosa che mi viene da dire a questo proposito è che la quantità del latte non dipende dalla grandezza del seno, perché le ghiandole sono sempre più o meno delle stessa misura in tutte le donne, mentre quello che cambia è la quantità di grasso: quindi si può allattare benissimo sia con un seno piccolo che con un seno enorme, non c’entra niente la misura!

I due ormoni dell’allattamento sono la prolattina (che fa sì che venga prodotto il latte) e l’ossitocina (che permette la fuoriuscita del latte). La prolattina inizia dunque a fare la sua funzione con l’espulsione della placenta, e il suo livello rimane alto per mesi, ma si moltiplica ogni volta che il bambino poppa: quindi, se il bambino poppa tanto, si produrrà molta prolattina e molto latte, se il bambino poppa poco si avrà poco latte. E’ per questo che non ha senso lasciar passare delle ore tra una poppata e l’altra, in modo che “si riformi il latte”, perché il latte si forma quando il bambino succhia al seno! Quando il piccolo avrà bisogno di più latte (per i famosi scatti di crescita, per esempio) non farà altro che succhiare più spesso, magari ogni ora invece che ogni due. Non gli servirà a molto fare una poppata più lunga, mentre invece aumentare la frequenza gli porterà più latte. Cercare di far diminuire le poppate, in sostanza, è il miglior modo di ostacolare l’allattamento.

L’ossitocina agisce quando, allattando il bambino, sentiamo una sorta di formicolio al seno, e compare qualche goccia (possiamo vederlo se il bambino si stacca) o anche un piccolo spruzzo; alcune donne non sentono nulla ma il latte esce ugualmente! Questa sensazione può scomparire dopo qualche mese, è normale, e il latte c’è ancora!

L’ossitocina viene inibita dall’azione dell’adrenalina (l’ormone che entra in circolo quando proviamo paura), e da ciò si deduce che la madre dovrebbe stare tranquilla e non sentirsi dire, per esempio, che il suo latte non è abbastanza, perché proprio questo potrebbe veramente diminuire il latte. Se anche si verifica un evento traumatico o un grande spavento per cui la produzione di latte diminuisce, tutto ciò è assolutamente temporaneo, e reversibile. Il modo migliore per far tornare tutto come prima è cercare di rilassarsi e allattare spesso il bambino. Quando invece, pensando che il latte stia diminuendo, si inizia a dare il biberon, beh allora il latte diminuisce veramente.

Questi due ormoni, insomma, bastano a spiegare quasi del tutto il meccanismo dell’allattamento, ma solo quasi… C’è un altro ormone che agisce localmente sulla secrezione del latte, e si chiama FIL (Feedback Inhibitor of Lactation, inibitore retroattivo dell’allattamento). Questo ormone è contenuto nel latte: se il bambino succhia molto, questo ormone viene rimosso e si produce più latte; se il bambino succhia poco, l’inibitore rimane all’interno del latte e quindi ne viene prodotta una minore quantità. Questo spiega perché, se un bambino per qualche tempo prende il latte solo da un seno, l’altro seno non ci scoppia, ma basta alleggerire la tensione svuotandolo solo un po’: nel latte rimane l’inibitore del latte (che agisce su ciascun seno indipendentemente, a differenza della prolattina e dell’ossitocina), e quindi non ne viene prodotto di nuovo.

Ogni donna può produrre latte per due, tre o anche quattro bambini, e quindi anche avendo dei gemelli è possibile allattare tutti i bambini senza necessità di aggiunte!

Poi mi sembra importante ricordare che il bambino ha essenzialmente tre modi per interagire col seno e fargli produrre la giusta quantità di cui necessita: la frequenza delle poppate, la durata della poppata e la scelta se prendere un seno solo o entrambi ad ogni poppata. Questi tre modi servono al bambino anche per controllare la composizione del latte: infatti, il latte che esce nei primi minuti da quando il bambino inizia a ciucciare è più acquoso, e si modifica nel corso della poppata diventando più grasso. Quindi, un bambino che si attacca per pochi minuti troverà il latte meno grasso, che gli serve probabilmente per dissetarsi, se invece starà attaccato più tempo arriverà a prendere il latte più grasso, quello più “nutriente”. Se popperà di nuovo da quel seno dopo pochi minuti, uscirà ancora il “secondo latte”, se invece si attaccherà all’altro seno troverà il latte più “acquoso”, il “primo latte”. Ecco perché non si può limitare la poppata del bambino a 10 minuti (per di più ogni 3 o 4 ore), perché se il piccolo succhia lentamente non arriverà mai a prendere il secondo latte, e non crescerà abbastanza. E poi la madre inizierà a sentirsi dire che il suo latte non è abbastanza o che non è nutriente… passerà al latte artificiale e sarà l’inizio della fine… Basta lasciare il bambino libero di regolarsi sulla frequenza e la durata delle poppate, e non ci saranno problemi!

Insomma, l’allattamento è un meccanismo in parte ancora misterioso, e sicuramente molto affascinante; può essere molto facile allattare ma più spesso è difficile, perché le interferenze dall’esterno sono purtroppo ancora molte. Non so perché tante persone si impegnino così tanto a contrastare l’allattamento, ma penso che fornendo le giuste informazioni alla maggior parte delle mamme interessate si possa arrivare ad un giorno in cui allattare sarà di nuovo facile e molto diffuso!

“Bambini radiosi: cosa si può fare per non intaccare la gioia di vivere dei nostri figli”

sabato, 12 dicembre 2009

Vi riporto un articolo di Clara Scropetta, collaboratrice di Michel Odent, perché riassume un po’ tutto ciò in cui credo, e non ha bisogno di commenti (miei, i vostri sono sempre ben accetti!).

Il bambino non è poi così diverso dall’adulto e fin da prima di nascere è una persona completa a tutti gli effetti, anche se si affida all’adulto per essere accudito finchè non può farlo da solo. Entusiasmo, creatività, spontaneità, voglia di vivere, curiosità, energia vitale…sono qualità diffuse nei bambini che dovrebbero essere abbondanti anche nell’adulto. Quelle che consideriamo invece proprie dell’età adulta (responsabilità, serietà, competenza, impegno…) sono presenti in tutti i bambini. Istintivamente sappiamo cosa ci serve, come procurarcelo e lo facciamo con piacere, non controvoglia.

Il primo passo verso un bambino radioso è riconoscere che sia come noi adulti, competente e allo stesso tempo gioioso.

Il malessere di noi adulti

E se noi adulti non siamo gioiosi? Soltanto recuperando la gioia siamo in grado di avere un comportamento maturo.

Come mai questa gioia si è persa? Cosa si nasconde dietro la nonna contraria all’allattamento al seno del nipote o al bravo primario che interviene su ogni partoriente?

Sofferenza. Da generazioni non siamo concepiti come dev’essere, nostra madre incinta è stata male o ha fatto sacrifici, fin dal principio non siamo accolti fino in fondo. Alla nascita abbiamo sofferto e fatto soffrire nostra madre – volevamo nascere ma qualcosa lo impediva e infine, invece di ritrovarci nelle sue braccia, eravamo in mani estranee. Abbiamo sofferto così tanto che ci sembra di non ricordare. Ci aspettavamo di ricevere il latte materno ma ci è stata data al suo posto una bibita strana in un contenitore artificiale oppure ne abbiamo ricevuto solo un po’ – quando avevamo fame, dovevamo aspettare e imparare a nutrirci ad orario, poi sul più bello è arrivato il momento dello svezzamento. Ci è stato impedito di fare o toccare quello che ci interessava e siamo stati dirottati su altre attività, reputate pedagogicamente rilevanti. Siamo stati aiutati a fare quello che avremmo tanto voluto imparare a fare da soli, gradatamente, assaporando ogni passo. Siamo stati infilati in box “per la nostra sicurezza” e magari anche messi a dormire in un’altra stanza. Piangevamo, ma ci hanno lasciato fare così ci siamo abituati alla solitudine, alla mancanza, all’inadeguatezza. Ci hanno messo pressione per imparare a camminare e parlare prima possibile, senza rispetto per le tappe di crescita e siamo stati separati dall’ambiente familiare molto precocemente. Le nostre richieste sono state ignorate e ridicolizzate.

Questo grande dolore se resta a livello inconscio spesso ci induce ad agire in modo che gli altri soffrano almeno altrettanto. È il caso del medico chirurgo e della nonna, che non hanno la forza per dire “basta” e rompere la catena di sofferenza. Lo stesso meccanismo ci fa andare a lavorare invece di restare a casa con nostro figlio come reputeremmo giusto. Ci porta a restare in situazioni che ci fanno star male, perchè “funziona così per tutti” ed è vero che la maggior parte di noi vive sacrificandosi. Manca la pulsione positiva ad essere pienamente se stessi e il coraggio di prendere decisioni valutando le reali priorità personali.

I bisogni fondamentali dell’essere umano

Per rompere questo meccanismo dobbiamo prendere coscienza delle nostre esigenze fondamentali quali esseri umani. Esse sono indispensabili per uno sviluppo pieno del nostro potenziale e per uno stato di salute che si esprime sotto forma di bellezza, armonia e integrità. Lungi dall’essere un lusso o un capriccio, sono una concreta necessità biologica per crescere bene, sani e belli.

Per essere radiosi ci vogliono un padre e una madre che si incontrino e si uniscano sessualmente nel piacere più profondo e ci concepiscano consapevolmente seguendo la voce interiore che sia giunto il momento. Nulla di materiale serve a un figlio ma molto di spirituale.

Fin dal primo istante siamo bene accetti, dai genitori e da chi li circonda (futuri nonni, famiglia, amici). Tutti accolgono il nostro arrivo con gioia senza preoccuparsi o dire che non sia il momento opportuno.

La nostra mamma sta bene ed è serena per tutti questi nove mesi e dopo.

Possiamo nascere quando è il nostro momento senza essere monitorati, accelerati, rallentati, tirati fuori. La comunicazione fluida e empatica con la madre viene lasciata intatta. Non è sufficiente nascere vivi senza malformazioni: perché accontentarci di questo? La vita ci offre molto di più! Nutriti dalla gioia nasciamo belli, forti, sani, felici…radiosi.

Non veniamo separati o allontanati da nostra madre, che ci accoglie come prevede la natura. Niente confusione, agitazione, attività o fretta. C’è silenzio e pace. Nel tepore del corpo materno c’è tempo per cominciare a respirare, ad annusare, ad orientarsi e a dirigersi verso il seno.

Questo trattamento umano imprescidibile ora lo riceviamo negli ospedali “amici dei bambini” o grazie alla presenza di un medico speciale. Naturalmente un pochino interferiscono, per via dei protocolli e di una presunta sicurezza.

È un bisogno fondamentale essere assieme alla madre. Poter assaporarne fin dal primo momento l’odore, il sapore, la pelle e lo sguardo e continuare a farlo per mesi, vicini alle poche cose essenziali: latte, calore e amore. Non ci serve l’arsenale di ciucci, biberon, carrozzine e tutta la valanga di oggetti “indispensabili per il neonato” quanto piuttosto il contatto fisico, la voce e il movimento sul corpo di un adulto. Immobili nel passeggino, con il ciuccio in bocca, non è detto che non ci manchi nulla solo perchè non piangiamo. Il contatto continuo, pelle contro pelle, nutre e scalda sia il bambino che la madre: una sinfonia di odori e sapori, un cullarsi al ritmo del cuore e del passo, un danzare i cambi di posizione e ammirare il viso della mamma da vicino. Apprendiamo guardando quello che fa dalla sua prospettiva. Portare i bambini è necessario quanto allattarli – farne a meno compromette l’abilità psico-motoria e l’apertura verso il mondo. Diventiamo meno radiosi. Portare integralmente (“indossare” il bambino), non solo quando il passeggino è scomodo o a discrezione dell’adulto, è uno stile di vita che motiva, permette di comprendersi mutualmente e sincronizzarsi sullo stesso ritmo.

Dormiamo assieme ai nostri genitori e siamo allattati finchè ne abbiamo desiderio. Si parla di mesi di allattamento ma il bambino chiede anni e così favorisce la distanza tra un parto e l’altro e la salute della sua mamma. Quando si riceve per almeno tre anni tutto ciò che ci serve non c’è motivo di essere “gelosi” di un nuovo fratellino.

Un semplice pezzo di stoffa?

Il nostro alleato più prezioso diventa un banale pezzo di stoffa che usiamo per portare il bambino più agevolmente. Tenendo sempre il bambino lì dentro fin dalle prime settimane di vita, ci rieduchiamo a fare le nostre cose con lui e scopriamo di essere liberi assieme. Quando il bambino esprime il desiderio di scendere per cominciare a gattonare, noi restiamo immersi nelle nostre attività e lo riprendiamo in braccio non appena torna da noi, che sia per poppare, per dormire o “semplicemente” per starci in braccio. Occupandoci nelle nostre faccende restando ricettivi alle richieste del bambino stiamo facendo ciò che è previsto e infatti ci sentiamo gratificati. Si instaura una relazione fantastica con il bambino e ci accorgiamo di come lui sappia gestire le sue attività, sia in grado di destreggiarsi nell’ambiente, sappia ciò che può o non può fare, non corra in continuazione rischi e pericoli. Le tipiche crisi, le scene, i “capricci”, le “fasi” dei bambini scompaiono per far capolino quando non stiamo bene, quando proiettiamo sul bambino nervosismi e ansie. Delle volte siamo stanchi, abbiamo fatto baruffa o ci sembra che stia sempre alla tetta. A queste sollecitazioni stressanti il bambino reagisce: che cosa ci vuole dire? Di fermarci e rimediare, ritrovando l’atteggiamento giusto. Il bambino reclama un adulto che lo accoglie quando ne ha bisogno, calmo e tranquillo, fermo ma non arrabbiato, senza prendersela con lui.

Non dando corda al comportamento improprio del bambino, il “capriccio” si risolve rapidamente – ciò non vuol dire reprimere la propria rabbia o trascurare il bambino bensì prendere sul serio invece della sua provocazione la richiesta implicita e urgente di essere accolto e apprezzato incondizionatamente. Respirando creiamo tutto lo spazio possibile per questo bambino affinché possa venire da noi, senza lasciarci innervosire da quello che sta facendo, senza giudicarlo o sentirsi in colpa. Senza pensare è idiota, è terribile, è una peste, tutte fandonie che osiamo anche dire. Allora si tranquilizzerà e verrà da noi – è infatti quello che reclama con tutte le sue forze. Lo stesso discorso vale in caso di pianto disperato e inconsolabile.

Non solo i genitori

Tutti noi abbiamo la possibilità di dare un piccolo contributo affinchè i bambini di oggi siano il più possibile in contatto con la loro energia vitale e risplendano della loro luce interiore. Possiamo sostenere i genitori nel loro compito appoggiandoli nelle scelte “anticonformiste” sulla cura dei figli. Possiamo rivolgerci a tutti i bambini con amore e rispetto, dicendo loro la verità, essendo sinceri e coerenti, trasmettendo loro i valori che riteniamo importanti. Possiamo fare molto meravigliandoci di fronte alla loro competenza e divertirci lasciandoli osservare e poi imitare, ricordandoci che ogni volta che facciamo per un bambino quello che può fare lui da solo andiamo a minare la sua capacità e la sua autostima. In particolare di fronte al pianto, al comportamento non adeguato, all’incidente empatia, solidarietà, sostegno e fermezza nel porre limiti diventano importanti. L’adulto si guadagna il ruolo di guida affidabile e il bambino impara le regole sociali senza disimparare ad esprimere le emozioni. Restiamo tutti radiosi.

www.progettovita.info/articoli/bambiniradiosi.rtf

Svezzamento “al naturale”

mercoledì, 25 novembre 2009

Il termine svezzamento viene usato con due significati diversi: iniziare ad introdurre nella dieta del bambino altri cibi diversi dal latte materno, e smettere di allattare. Le due cose sono molto diverse, ma sicuramente correlate, perché il processo che inizia quando si propongono al bambino cibi diversi dal latte non può che concludersi, prima o poi, con la fine dell’allattamento al seno.

Ho allattato Vera in modo esclusivo almeno fino a 6 mesi, ma non ricordo esattamente fino a quando! So però che già prima dei 6 mesi la mettevamo a tavola con noi, sul seggiolone, in modo che non si sentisse sola quando mangiavamo, e lei si intratteneva mordendo carote, sedano e finocchi crudi. Quando aveva circa 4 mesi e mezzo aveva cercato di prendermi della carne dal piatto! E visto che a 5 mesi e mezzo stava seduta, abbiamo capito che il suo interesse per il nostro cibo la avrebbe portata a voler assaggiare molto presto. Infatti lei non aspettava altro! Verso i 6-7 mesi, quindi, abbiamo iniziato a farle assaggiare le cose che mangiavamo noi, cose semplici e cucinate in modo sano, naturalmente. Lei assaggiava tutto e sembrava molto contenta.  Naturalmente, al di fuori di quei piccoli assaggi, tanto latte di mamma a volontà! Ho iniziato il percorso di svezzamento senza preoccupazioni o ansie, perché il fatto di allattare ancora a richiesta mi dava la certezza di assicurare a mia figlia tutto ciò di cui aveva bisogno. Quasi sempre Vera poppava prima di sedersi a tavola con noi, così era tranquilla, con la fame soddisfatta, e pronta ad assaggiare nuove cose e a fare esperimenti. Per un po’ di mesi si può dire che non stesse mangiando veramente, ma si divertiva e giocava, sperimentando nuovi sapori. In realtà non so dire neanche quando abbia iniziato a mangiare veramente, perché ho sempre cucinato le stesse cose per tutti, e lei assaggiava da noi e mangiava quanto voleva. Si faceva capire benissimo quando non ne voleva più! E poi chiedeva la tetta, naturalmente! Non so nemmeno quanto mangiasse, perché preparavo due dosi abbondanti (per me e per il papà) senza pesare e misurare, e così era tutto più semplice. Ho provato due volte a preparare il brodo vegetale, ma non ha voluto assolutamente mangiarlo, così ho deciso che avremmo deciso noi (io e lei) cosa, come e quanto. È andato tutto benissimo, il momento del pasto è sempre una gioia per lei, qualsiasi cosa stia facendo corre al tavolo e vuole entrare nel seggiolone, e mentre inizio a mettere in tavola inizia già a urlare “Am! Am!”. Da circa un mese sa mangiare da sola con le posate, anche se spesso a fine pasto troviamo un bel po’ di pappa sotto al seggiolone, ma evitiamo di faticare troppo mettendo un tappeto lì sotto, così dopo è più facile pulire. Prima si faceva imboccare senza tanti problemi, oppure mangiava da sola con le mani. Ancora adesso, se un giorno non ha fame o non le va quello che ho preparato, mangia pane e altre cose e poi recupera con il mio latte.

Se si aspettano almeno i 6 mesi del bambino, non c’è bisogno di preparare cose speciali per iniziare lo svezzamento, perché a differenza di un lattante di 3 mesi, a 6 mesi i bambini possono già masticare piccoli pezzi di cibo (anche se non hanno ancora i denti!), e quindi ciò rende possibile adattare il nostro pasto anche a loro, senza troppe difficoltà. Non c’è neanche bisogno di usare piatti o bicchieri particolari, ne basterà uno infrangibile, e se un bambino non ha mai usato il biberon, può tranquillamente crescere senza usarne mai uno! I piccoli sanno bere dal bicchiere anche appena nati, quindi a maggior ragione basta procedere con calma, senza beccucci o altre particolarità!

Secondo me le cose importanti da tenere in mente sono queste:

-mai forzare il bambino a mangiare qualcosa: se non gli va forse significa che non è pronto, alcuni bambini iniziano a mangiare ben oltre i 6 mesi, e forse può avere dei problemi di allergia che lo portano a preferire il latte materno per tutto il primo anno di vita e oltre;

-se il bambino butta fuori con la lingua gli alimenti solidi vuol dire che non è ancora pronto ad assaggiare qualcosa di diverso dal latte, e se non sta seduto è ancora presto per iniziare a mangiare “da grandi”;

-con lo svezzamento naturale inizia un graduale allontanamento dal seno, che si concluderà con la fine dell’allattamento, ma che può impiegare anche diversi mesi o addirittura anni per compiersi! Il tutto avverrà così gradualmente che piano piano il bambino aumenterà la quantità di cibo diverso dal latte, facendo diminuire il nutrimento che ottiene attraverso il seno, senza quasi accorgersene!

-Anche durante il secondo anno di vita il latte materno è un’ottima fonte di nutrimento, e oltre a questo l’allattamento costituisce anche un mezzo di legame col bambino, quindi non c’è alcun motivo per interromperlo, se la mamma e il bambino lo desiderano.

Che dire di più, anche in questo caso credo che non si possa sbagliare se ci si fa guidare dal nostro intuito e dal comportamento del nostro “saggio” bambino, evitando di seguire consigli (sì, anche quelli del pediatra!) se ci sembrano non adatti a noi e al nostro bambino, naturalmente in assenza di patologie! Buon appetito! ;-)


Allattare… fino a quando?

mercoledì, 11 novembre 2009

Ciuccia che ti ciuccia, siamo arrivati a 19 mesi di allattamento… Quando allatto in giro ci sono sempre sguardi di disapprovazione, di stupore, di meraviglia e quasi mai di complicità e di rassicurazione… come se stessi facendo una cosa sbagliata, come se la mia bambina fosse troppo “grande” per poppare. Ma invece i bambini che non sono più (o che non sono mai stati) allattati possono tranquillamente avere il loro ciuccetto fino ai 3-4 anni… quello sì che è lecito! Spesso le persone pensano e agiscono conformandosi alle credenze della “cultura” di massa senza farsi troppe domande… Io di quella “cultura” non faccio più parte da tempo, e ne sono molto felice! Le scelte che ho fatto e che faccio ogni giorno nel crescere mia figlia non sono frutto di un capriccio temporaneo, di un’improvvisata “diversità”… Per esempio, non ho scelto di allattare fino a tot mesi, a tot anni, ma semplicemente sto seguendo ciò che la mia bambina mi chiede, sapendo che le sto facendo del bene.

I bambini non hanno bisogno del latte materno per un periodo che possono decidere pediatri e esperti, perché il latte materno non è solo un insieme formidabile di sostanze nutritive che si adeguano al fabbisogno del bambino man mano che cresce, ma è anche un mezzo per sentire il calore e la sicurezza del contatto con la mamma. E ci tengo a precisare che il latte materno è un’ottima fonte di nutrimento per il bambino, ben oltre il compimento del primo anno d’età!

Alcuni bambini spontaneamente decidono che non hanno più bisogno di poppare, quindi si svezzano abbastanza presto, e va benissimo così. Ma altri bambini hanno bisogno di un contatto più prolungato con il seno materno, e credo che sia un vero gesto d’amore andare incontro alle loro esigenze ascoltando e soddisfacendo le loro richieste. Certo, per la mamma deve essere un piacere e non una cosa che sceglie di fare solo per “dovere”, perché in quest’ultimo caso continuare il rapporto di allattamento non avrebbe senso. Il bambino lo sentirebbe, e potrebbe reagire chiedendo ancora di più di ciucciare, esasperando in tal modo la mamma che già è in difficoltà… Se la mamma di un bambino “grandicello” sente che per lei allattare sta diventando una cosa che le pesa e che non è più un piacere, io credo che dovrebbe cercare di capire se è veramente l’allattamento che le pesa, o se sono invece le pressioni esterne, o se ci sono altre motivazioni per cui non riesce ad andare avanti tranquillamente. Se proprio è sicura che la cosa migliore sia smettere di allattare, forse potrebbe trovare un modo “dolce” per diradare sempre di più le poppate, ma senza prendere in giro il bambino o togliendogli il seno di colpo. Il consiglio che si dà di solito (La Leche League) in questi casi è quello di “non offrire e non rifiutare”, e se il bambino è abbastanza grande si può provare a non allattare più di notte (dicendo al bambino che da quella sera il latte si prenderà solo prima della nanna e poi al mattino, e naturalmente offrendo un’alternativa in caso di risveglio: essere cullato, un bicchier d’acqua, una coccola…). Insomma, i modi dolci possono essere molti, ma nel mio cuore spero che sempre più mamme decideranno di aspettare il momento giusto per il loro bambino, il momento in cui spontaneamente non cercherà più il seno, e in cui avrà soddisfatto in pieno il suo bisogno di latte di mamma.

Spesso è difficile andare avanti, perché hanno il sopravvento la paura del giudizio, il timore di non fare le cose “giuste” che indicano i pediatri o certi “esperti”, i consigli della nonna, la stanchezza, la solitudine… La stanchezza c’è, certo, ma non è l’allattamento! Anzi, io trovo che spesso il fatto di allattare mi abbia garantito molte pause in più, molti più sonnellini della mia piccola che mi davano il tempo di leggere un libro mentre lei poppava e poi dormiva… e così via. E’ proprio il fatto di essere mamma che provoca stanchezza, ma non certo l’allattamento!

L’allattamento può diventare “faticoso” (più per la dipendenza del bambino dalla mamma, che non per la stanchezza fisica, secondo me) specialmente in momenti in cui le poppate aumentano, per motivi diversi (malattia, cambiamenti, …), ma in quei momenti si può pensare che comunque le difficoltà passeranno, e man mano che il bambino cresce sarà sempre più in grado di affrontare le piccole prove della vita anche senza fare riferimento al rapporto di allattamento. Avrà interiorizzato tutto l’affetto e il calore della mamma ricevuto fino a quel momento, e potrà andare nel mondo… senza la tetta di mamma! Prima o poi tutti i bambini smettono di poppare, su questo non ci piove! E io credo che rispettare in pieno le esigenze dei nostri cuccioli, con un po’ di pazienza e pensando che poi ricorderemo con nostalgia questo periodo della nostra vita di donne, non possa che far crescere sereni i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani. E che, spero, potranno vivere nel mondo in modo diverso da come stiamo facendo noi, con più rispetto e amore per le esigenze del pianeta, così come è stato fatto con loro…

“Che fortuna, signora!”

sabato, 29 agosto 2009

Questa è la frase che mi sento dire più spesso quando le persone mi vedono allattare ancora la mia piccola di quasi 17 mesi… ma è anche la stessa frase che mi sono sentita ripetere da molte persone quando mia figlia era neonata o poco più grande… Purtroppo si crede che sia questione di fortuna se “si ha il latte”, se “è buono”, e se “c’è ancora”… ma non è affatto così! Di solito sono le persone della generazione dei nostri genitori ad avere queste credenze… infatti quasi nessuna mamma negli anni 70-80 ha allattato i propri figli! C’era la “regola” di aspettare 3 ore tra una poppata e l’altra, c’era la “regola” dei 10 minuti per parte, c’era la “regola” che di notte bisognava avere una pausa più lunga… e ci credo che così nessuna mamma aveva più il latte, dopo un po’!

Per fortuna adesso queste assurde credenze non sono più così comuni, ma c’è ancora qualche pediatra (senza considerare nonni, parenti e amici) che cerca di propinarle alle neo mamme che cercano consigli (o no) sull’allattamento. Oltre ad essere del tutto false e scorrette, c’è da dire che vanno contro le raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Il modo corretto (e l’unico possibile, aggiungerei) per allattare è farlo a richiesta (cioè quando lo chiede il bambino), che sia ogni 2 ore o ogni 10 minuti, e senza guardare l’orologio o la bilancia, se non una volta alla settimana o al mese. Il bambino non dovrebbe ricevere nessun altro alimento al di fuori del latte materno almeno per i primi 6 mesi (allattamento esclusivo), e l’allattamento dovrebbe continuare almeno per i primi due anni del bambino, insieme all’alimentazione complementare (è interessante notare che gli altri alimenti sono considerati complementari, mentre il latte materno è l’alimento principale). Per riuscire a raggiungere questi obiettivi, non si può allattare ad orario, perché inevitabilmente il latte diminuirà per poi scomparire del tutto in poco tempo. Infatti, gli unici modi che possiede il bambino per assicurarsi il giusto fabbisogno di latte sono: la durata della poppata, la frequenza dei pasti, e prendere uno o entrambi i seni. Solo lasciando il bambino libero di gestire queste tre variabili, si può essere sicuri che il piccolo assuma tutto ciò di cui ha bisogno. In certi periodi particolari della crescita (scatto di crescita), il neonato ha bisogno di un maggior quantitativo di latte, quindi aumenterà la frequenza delle poppate. Se ha sete, farà poppate più brevi, perché il latte che esce all’inizio della poppata è più liquido e dissetante, mentre se ha proprio fame e ha bisogno di assumere il latte più calorico popperà tanto da uno stesso seno, aspettando il “secondo” latte che è più sostanzioso. Insomma, solo il piccolo sa esattamente cosa gli serve e in che momento, dobbiamo lasciarlo fare e avere fiducia in lui, oltre che nel nostro corpo. Il corpo della mamma è programmato per rispondere perfettamente alle richieste del proprio piccolo, e ciò significa che ogni mamma è assolutamente in grado di nutrire suo figlio al seno, senza bisogno di aggiunte o anche solo di acqua. Un bambino che ha libero accesso al seno non ha bisogno di altro per i primi 6 mesi di vita, e se vogliamo esagerare possiamo dire che un bambino può crescere perfettamente SOLO con latte di mamma per i primi 3 anni!

Fortuna?”. No, io direi consapevolezza e fiducia!


Per qualsiasi chiarimento, non esitate a contattare una consulente de La Leche League (Lega per l’allattamento materno). Sono volontarie che possono aiutarvi concretamente a risolvere qualsiasi problema inerente l’allattamento, in modo del tutto gratuito!

Indirizzo web: http://www.lllitalia.org/