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Diritto al parto in casa negato?

venerdì, 17 dicembre 2010

Mia moglie ha partorito in casa la nostra prima figlia e desideriamo che anche i nostri futuri figli possano nascere in casa. Per noi, la casa è il luogo ideale dove vivere il travaglio e il parto, mentre l’ospedale è il luogo più adatto per la cura di molte patologie. La gravidanza e il parto non sono di per sé malattie, quindi non richiedono necessariamente l’intervento medico o il trasferimento in ospedale, se non in caso di complicazioni. La “cultura” del parto a domicilio sta cominciando a diffondersi, diverse donne prendono in considerazione questa possibilità come alternativa al tradizionale parto in ospedale. Alcuni nostri parenti, amici e conoscenti hanno scelto di partorire in casa, nessuno li ha costretti, semplicemente si sono informati e hanno valutato che  fosse la scelta migliore per loro. Benché questa pratica si stia diffondendo anche in Italia, circa il 99% delle italiane partorisce in ospedale. Molto probabilmente queste donne si sentono più al sicuro in una struttura ospedaliera. Se questo è ciò che realmente desiderano, è giusto che partoriscano in ospedale. Ogni donna dovrebbe avere il diritto di partorire dove si sente più tranquilla. Sono scelte molto personali che dipendono da molti fattori, non si deve pretendere che gli altri si comportino come ci comporteremmo noi, tutti dovrebbero essere consapevoli che ciò che per se stessi è giusto, per altri può essere sbagliato e viceversa.

Le persone che, in Italia, optano per il parto in casa sono, ad oggi, una piccola minoranza. Incredibilmente questa esigua minoranza sembra dare un gran fastidio a qualcuno, solamente per il fatto di esistere! Non ci credete? Lo so, è strano, ma sono capitato su un blog intitolato “Diritto all’epidurale negato” http://epidurale.blogspot.com/ che si batte perché in tutti gli enti ospedalieri sia garantita la pratica dell’anestesia epidurale durante il travaglio, su richiesta della partoriente. Una battaglia legittima, che si può condividere o meno, si capisce, ma parallelamente a questa battaglia per ottenere il diritto all’epidurale, questo blog sembra combattere una battaglia per negare un altro diritto: quello del parto a domicilio!

Nel blog ci sono numerosi articoli dedicati al parto in casa, ritenuto rischiosissimo, tanto quanto guidare la moto senza casco e, cito dal blog, <<Finché il parto a domicilio non sarà vietato per legge non si potrà fare null’altro che rianimare le madri che giungono in extremis da noi e fare quel che si può al feto.>>
Il pericolo, l’imprevisto e l’emergenza sembrano incombere implacabilmente su ogni istante del travaglio e del parto (e, perché no, su tutta la nostra vita?), si evocano immagini degne di un episodio di E.R., sale operatorie, rianimazione, litri di sangue, corse contro il tempo, eccetera.
Guai quindi a quelle regioni che prevedono il parto in casa e addirittura lo sollecitano. Se lo fanno è solo per questione di soldi o altre ragioni inconfessabili.
Che dire delle donne che desiderano partorire in casa? Vivono di fantasie new age, agognano un impossibile ritorno alla natura, sono delle pasionarie votate all’irrazionale, schiave ma allo stesso tempo complici di una società maschilista che le vuole incatenate al dolore del travaglio.
L’accanimento contro la cultura del parto naturale si abbatte sulle istituzioni che lo sostengono (la regione Emilia Romagna, il servizio gratuito di parto a domicilio dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, per fare qualche esempio) e non risparmia le ostetriche che assistono privatamente al parto in casa; sono generalmente incaute, incompetenti, impreparate, senza scrupoli, libere professioniste interessate solo a lucrare.
Per persuadere anche chi è sensibile alle argomentazioni più razionali, gli articoli sono infarciti con un’accurata e quasi ossessiva selezione di statistiche e ricerche scientifiche che dimostrerebbero, a parere degli autori del blog, i gravi pericoli insiti nel parto a domicilio. Il parere degli esperti e le testimonianze di donne che hanno avuto un’esperienza negativa legata al parto in casa completano il quadro.

La ricerca di informazioni negative sul parto in casa è un’attività di fondamentale importanza e ad essa contribuiscono sia gli autori sia i commentatori più attivi. Talvolta, lo zelo con cui viene effettuata questa ricerca rasenta la morbosità, vi riporto questo esempio:
<<Mi sono spinto in un’affannosa ricerca su google sperando, dopo aver digitato la voce “parto in casa” di vedere comparire qualche parola “contro”. Una litania continua di “gravidanza fisiologica” uguale “gravidanza sicura” e poi mi sono arreso. Mi chiedo se esista un sistema migliore di indicizzazione sui motori di ricerca perchè spero che questa non sia l’unica piccola maglia della “rete” dove si dica, riguardo al parto a domicilio, come stanno le cose.Se questo è il risultato tutte le web – mamme, la maggioranza delle mamme che cercano notizie mediche a quanto pare, rischiano SICURAMENTE la disinformazione in merito.>>
Avete capito bene? Nei database di Google non si trovano tante recensioni negative sul parto in casa. Allora gli algoritmi di indicizzazione di Google hanno qualcosa che non va… o, forse, la verità sul parto in casa che Google non sa trovare è soltanto l’opinione di questo commentatore e di chi la pensa come lui?

Queste critiche al parto in casa, mi lasciano molto perplesso per due ragioni:
1) la descrizione del parto a domicilio presentata dal blog ha poco a che vedere con la mia esperienza personale (ho assistito al parto in casa di mia moglie) e con i racconti di analoghe esperienze che mi hanno riportato parenti, amici e conoscenti; le informazioni riportate mi sembrano appositamente selezionate per costruire una “verità” molto parziale, tutta d’un pezzo, che non ammette sfaccettature, già solo per questo poco realistica;
2) la tesi contraria al parto in casa viene sostenuta con un inspiegabile accanimento che rasenta la faziosità; un atteggiamento del genere mi sembra molto più vicino al fondamentalismo che alla scienza.
Insomma, fate pure le vostre battaglie per l’epidurale, ma lasciate in pace chi vuole partorire in casa.

Genitorialità prima di tutto

sabato, 4 settembre 2010

O dopo tutto, dipende da che parte si guardi la nuova gerarchia dei bisogni che starebbero alla base dell’agire umano. Molti conoscono la famosa piramide dei bisogni, che lo psicologo statunitense Abraham Maslow propose negli anni ’40-’50 del secolo scorso. Maslow sosteneva che esiste una gerarchia di bisogni suddivisa in 5 livelli e che è possibile soddisfare i bisogni di un determinato livello solo se sono stati soddisfatti i bisogni del livello immediatamente precedente. In ordine di priorità di soddisfacimento, abbiamo:

  1. bisogni fisiologici (respiro, alimentazione, sesso, sonno, eccetera)
  2. sicurezza (in senso fisico e morale, lavorativa, economica, della famiglia, eccetera)
  3. appartenenza (amicizia, intimità, famiglia, gruppo sociale, eccetera)
  4. stima (autostima, autocontrollo, rispetto, posizione di prestigio nel proprio gruppo sociale)
  5. auto-realizzazione (sviluppare ed esprimere al massimo le proprie potenzialità individuali)

Recentemente Douglas Kenrick e altri ricercatori dell’Arizona State University hanno proposto un nuovo modello della piramide di Maslow che non si differenzia molto da quest’ultima rispetto ai primi livelli, ma che pone sorprendentemente la genitorialità in cima alla gerarchia.

Questi ricercatori argomentano la loro tesi chiamando in causa le scoperte e le ipotesi della psicologia evoluzionistica, delle neuroscienze e della biologia, le quali insistono sui meccanismi motivazionali che ci spingono alla riproduzione. Entrerebbero in gioco diversi bisogni in relazione reciproca, fra cui la motivazione a cercare un partner, la motivazione a costruire e mantenere la relazione col partner e il bisogno di prendersi cura dei propri figli. Il bisogno di auto-realizzazione sarebbe stato rimosso dal vertice della piramide, perché, secondo questi ricercatori, non sarebbe fondamentale di per sé, essendo strettamente legato ad altri bisogni di carattere sociale più basilari, come, appunto, conquistare una posizione di prestigio nel gruppo sociale di riferimento per trovare un partner con cui stabilire una relazione e da cui avere dei figli di cui prendersi cura.

Mammapermamma su Facebook e Twitter

sabato, 21 agosto 2010

Da pochissimi giorni Mammapermamma ha aperto la sua pagina Facebook, che si chiama Blog mammapermamma. Ci sarà utile per rimanere in contatto con le persone che comunicano principalmente attraverso Facebook e lo utilizzano per tenersi aggiornati sulle novità della loro rete di amici. Speriamo che sia un’occasione per conoscere nuove persone e ampliare il confronto sugli argomenti che già trovate in questo blog e su cui spesso si aprono discussioni molto interessanti. Sulla pagina Facebook troverete certamente le sintesi dei post che pubblichiamo qui, ma ci saranno anche altre notizie e spazi di discussione autonomi rispetto al blog.

Abbiamo anche aperto un account Twitter che si chiama mammapermamma. Se il blog è il posto giusto per scrivere qualche riflessione, magari anche un po’ lunga, sul nostro spazio Twitter troverete, oltre agli aggiornamenti sugli articoli che scriviamo sul blog, rapidi commenti e brevi notizie su tutto ciò che attira la nostra attenzione, oppure qualche botta e risposta con le persone con cui siamo in contatto (followers).

Venite a trovarci numerosi sia su Blog mammapermamma (Facebook) che su mammapermamma (Twitter)!

Aggiornamento del 25 agosto 2010

Su Facebook abbiamo già raggiunto 25 iscritti, così siamo riusciti ad ottenere un indirizzo più facile da ricordare www.facebook.com/mammapermamma. Soprattutto, tramite la pagina Facebook, stiamo conoscendo  nuove persone e gruppi che condividono il nostro approccio alla gravidanza, al parto ed educazione dei bambini. Grazie a tutti!

Diventare papà: quali cambiamenti ci attendono

domenica, 21 marzo 2010

Quando si diventa papà si va incontro a molti cambiamenti che investono tutti gli ambiti della nostra vita. Alcuni di questi cambiamenti sono molto evidenti e si presentano immediatamente, a volte drasticamente, con la nascita del bambino: ci svegliamo con la mamma 10 volte la notte per consolare il nostro piccolo che strilla, impariamo a cambiare i pannolini, ci accontentiamo di pasti frugali con numerose interruzioni, accettiamo di non essere più il principale interesse relazionale della nostra compagna, diventa più faticoso tenere la casa ordinata, le serate al cinema e gli altri divertimenti diventano una rarità, eccetera. In poche parole, le nostre abitudini, i nostri spazi, i nostri tempi non sono più gli stessi e non possono più esserlo. Se durante la gravidanza non ci si era mai fermati a riflettere con la propria compagna e con se stessi sui futuri cambiamenti, alla nascita del bambino bisognerà accelerare i tempi di preparazione, perché il nostro bambino e la nostra compagna più che di riflessioni hanno bisogno di sostegno, di molta energia e di comprensione.

Altri cambiamenti, invece, sono più sottili e dapprincipio passano inosservati, tanto siamo impegnati a far pratica con il nuovo “mestiere” di papà. Sono cambiamenti graduali, a medio termine e riguardano perlopiù la nostra personalità, come ci relazioniamo con gli altri, e, più in generale, il nostro atteggiamento nei confronti della vita. La nascita di un bambino ci pone di fronte ad un bivio: rimanere aggrappati alle nostre abitudini, alla vita che conosciamo, al nostro attuale modo di essere, oppure sacrificare parte di queste certezze e comodità senza sapere cosa avremo in cambio? La seconda opzione è la più ardua, ma, credo, la più sana e a lungo andare dà migliori frutti. Come ogni evento che richiede un notevole impegno di energie fisiche e psichiche, diventare papà mette a nudo le nostre virtù e le nostre debolezze, cioè quello che realmente abbiamo dentro. Il tempo comincia a scorrere più rapidamente e in breve, nella nostra vita quotidiana, il superfluo e l’inutile lasciano il posto all’utile a al necessario. Non credo sia un caso che proprio in coincidenza dell’arrivo di un bambino, talvolta si decida di cambiare lavoro, di coltivare nuovi interessi, di abbandonarne di vecchi, capiti di acquisire nuovi amici e di perderne altri, eccetera.

E’ vero, il tempo per noi stessi e per la nostra vita di coppia si assottiglia molto, ma il tempo che trascorriamo col nostro bambino è di inestimabile valore per entrambi e per la famiglia tutta. Su questo punto si potrebbe scrivere molto, ma visto che l’argomento di questo articolo è “il cambiamento”, voglio riflettere su quanto abbiamo da imparare dai nostri piccoli. Loro sì che sanno distinguere tra il necessario e il superfluo, lo sanno per istinto e i loro bisogni sono tutti essenziali. Un neonato di oggi è uguale a un neonato di 10.000 anni fa e ci mostra la vita nella sua essenza, senza l’involucro opaco della civilizzazione. I bisogni di allora sono i bisogni di oggi, ma noi, adulti civilizzati, talvolta non sappiamo quali sono le risposte giuste. Imparare dai bambini, dal loro modo spontaneo di stare al mondo, può aiutarci a cambiare il nostro modo di stare al mondo, troppo spesso influenzato da futili obiettivi e falsi valori.

Il parto in casa raccontato dal papà

martedì, 16 febbraio 2010

Ricordo che, i primi giorni dopo la nascita di nostra figlia, non facevo altro che raccontare, ai parenti e agli amici che ci facevano visita, tutti i particolari di quella notte straordinaria che si concluse con il parto. In realtà, non avvenne tutto in una notte. Il mattino precedente mia moglie mi disse che da diverse ore aveva delle contrazioni che si presentavano ciclicamente. Le contrazioni erano lievi e gli intervalli fra l’una e l’altra più lunghi di dieci minuti. Andai al lavoro piuttosto sereno, ma avevo la netta sensazione che fosse iniziato un processo irreversibile, che si sarebbe trasformato nel travaglio vero e proprio. Tanto ne ero convinto che avvisai i miei colleghi e il mio datore di lavoro che il giorno dopo, probabilmente, avrei avuto altro da fare…

La giornata trascorse piuttosto tranquilla, sentii spesso mia moglie al telefono. Era serena, ma le contrazioni si intensificavano gradualmente. Quando, nel tardo pomeriggio, tornai dal lavoro, trovai mia moglie in compagnia di un’amica, anche lei incinta. In quel momento, cominciai a rendermi conto che mi attendeva qualcosa di straordinario e di misterioso, qualcosa a cui non ero razionalmente preparato e non potevo esserlo, non avendo mai assistito ad un travaglio o ad una nascita. E’ vero che i nove mesi di gravidanza furono, anche per me, un percorso di avvicinamento mentale e pratico al momento del parto. Gli incontri con le ostetriche del parto a domicilio, il corso pre-parto, i libri letti, le lunghe chiacchierate con mia moglie, la relazione con questa piccola creatura che era vivacissima già nel pancione, mi avevano gradualmente coinvolto in questo fantastico processo naturale. Rimaneva però il fatto che adesso questo processo si avvicinava al culmine con tutta la potenza della sua natura. Per un attimo ebbi paura. Ce l’avremmo fatta? E se il travaglio si fosse interrotto? Sarei stato in grado di assistere e aiutare la mia compagna? E se fossimo dovuti andare in ospedale?

Trovai ogni risposta nello sguardo sereno di mia moglie, che forse aveva notato un po’ di nervosismo nel mio atteggiamento. Vedendola così tranquilla ben presto mi rasserenai anch’io. Nel frattempo la nostra amica se n’era andata. Feci una rapida ricognizione mentale delle cose che le ostetriche ci avevano consigliato di tenere a portata di mano. Avevamo tutto il necessario, quindi ci concentrammo su ciò che stava accadendo. Le contrazioni erano aumentate di intensità e ritmo. Era aumentato anche il dolore, così verso le 19.30 mia moglie chiamò le ostetriche del parto a domicilio perché venissero a valutare la situazione. Arrivarono verso le 21, sembrarono sorprese, pensavano che la nostra piccola ci avrebbe messo ancora un po’ di giorni prima di decidersi a nascere. Ma si trattava proprio della fase iniziale del travaglio. Rimasero con noi per circa un’ora, visitando mia moglie, verificando che avessimo tutto l’occorrente, dandoci qualche consiglio. Mia moglie aveva deciso di spostarsi nella nostra camera da letto, un ambiente protetto, con luci molto basse, il pavimento in legno. Piazzai un telo sul materassino che era sul pavimento affinché mia moglie si sentisse libera di muoversi dove volesse. Alzai il riscaldamento e tenni a portata di mano una stufetta, nel caso servisse aumentare rapidamente la temperatura dell’ambiente. Con l’accompagnamento di una musica rilassante iniziai a massaggiare energicamente la schiena della mia compagna. Constatando il crescendo delle contrazioni, pensai che il travaglio fosse entrato nel vivo (o nella fase attiva, come si suol dire). Non era così. Le ostetriche mi dissero che eravamo solo all’inizio e che di lì a poco se ne sarebbero andate, perché in quella fase non potevano esserci di aiuto. Prima di andarsene, dissero a mia moglie che la aspettavano contrazioni nettamente più intense e più dolorose di quelle che stava provando, ma che il suo corpo aveva tutte le risorse necessarie per sopportare e superare il dolore e la fatica. Infine, ci dissero di chiamarle quando avremmo sentito di non farcela più da soli.

L’idea di rimanere solo con mia moglie, in una situazione, per me, del tutto nuova e non del tutto prevedibile, mi mise un po’ di timore. Nel medesimo tempo, però, sentivo dentro di me che stavo per vivere con la mia compagna un momento di tale intensità emotiva ed affettiva a cui, per nulla al mondo, volevo sottrarmi. Nessun altro evento della nostra relazione poteva reggere il confronto con questo momento. Si trattava di stare vicino a mia moglie mentre esprimeva al massimo grado il suo essere donna nella sua bellezza e nel suo dolore e, contemporaneamente, vedere e accogliere subito anche fra le mie braccia la nostra bambina.

Eravamo soli. Il tempo passava scandito dalle contrazioni, dalla musica e dai miei energici massaggi, che sembravano sempre meno efficaci nell’alleviare il dolore. Volevo che mia moglie mangiasse qualcosa, sapevo che aveva cenato con un panino e mi sembrava impossibile che potesse affrontare una tale fatica con un insignificante panino nello stomaco. Non volle mangiare nulla e intanto il sonno stava per avere il sopravvento su di me, non su di lei, per fortuna! Anzi, seccata e stupita dai miei segni di stanchezza, trovò anche la forza per sgridarmi! Intanto le contrazioni aumentavano e con esse il dolore. La nostra piccola si muoveva energicamente nella pancia, che assumeva forme strane. Non riuscivo a comprendere come si potesse sopportare un tale dolore e non volevo credere che quel dolore sarebbe aumentato di contrazione in contrazione. All’una del mattino decidemmo di chiamare le ostetriche. Chiamai io e non la mia compagna, un chiaro segno che il travaglio si era fatto veramente intenso.

Le ostetriche arrivarono verso le 2. Visitarono mia moglie. Tutto procedeva bene, ma quanto sarebbe durato ancora il travaglio? Non posi la domanda alle ostetriche e continuai i massaggi. Né mia moglie, né io ci preoccupammo mai della cosiddetta dilatazione, né le ostetriche ne fecero cenno. Meglio così; mettersi a fare ragionamenti e calcoli sulla dilatazione in quel momento ci avrebbe solo disturbati e, alla peggio, avrebbe potuto insinuare delle inutili preoccupazioni. Durante le 2 ore successive, le ostetriche visitarono saltuariamente mia moglie, ma rimasero per lo più in disparte. Una di loro andò a riposarsi in una stanza, mentre l’altra cominciò a leggere un nostro libro sul parto in casa! Questa situazione mi rassicurò: significava che ce la stavamo cavando bene. Io desideravo solo stare accanto a mia moglie e cercare di alleviarle il dolore. Verso le 4, accompagnammo mia moglie a fare una lunghissima doccia calda, che accelerò il travaglio. Nel frattempo si era unita a noi una terza ostetrica.

Dopo la doccia, tornammo nella nostra camera. Ormai le contrazioni erano decisamente forti, ma mia moglie aveva cambiato espressione: alle smorfie di dolore si accompagnava una specie di sorriso, un sorriso che mai prima d’ora le avevo visto sul volto. Collegai subito quell’espressione con il tipo di sorriso che avevo avuto modo di vedere sui volti di alcune fotografie e video di donne fotografate e riprese durante il travaglio. In quel momento ebbi l’impressione che lei si trovasse in un’altra dimensione, benché sapesse che io ero lì con lei. Soltanto qualche volta, fra una contrazione e l’altra, sembrava “tornare tra noi” e mi guardava per qualche istante con un’espressione che comunicava, nel medesimo tempo, amore, bisogno d’aiuto, gratitudine, dolore, forza, stanchezza e mistero. Un attimo dopo era nuovamente in balia delle forze che percorrevano il suo corpo. Mentre mi chiedevo dove trovasse l’energia per sopportare questo sconvolgimento, avvenne il miracolo: prima la testa, poi, dopo una breve pausa, arrivò la spinta decisiva che diede alla luce la nostra bambina. Stavo vivendo con la mia compagna il momento più importante della nostra relazione e della nostra vita, nel luogo più intimo, la nostra casa, e con persone competenti e discrete. In un attimo, Vera era fra le braccia della sua mamma e tutte e due fra le mie braccia.

False credenze su come crescere i bambini

domenica, 17 gennaio 2010

Nella nostra società continuano a sopravvivere strani miti e false credenze sui bambini, che sfidano il buon senso e la scienza. Devo ammettere che fino a non molto tempo fa anche io ritenevo ragionevoli molte di queste credenze, nonostante avessi studiato psicologia. Vale quindi la pena che ve ne racconti alcune:

Non bisogna tenere troppo in braccio i bambini e  bisogna prenderli in braccio solo quando è strettamente necessario. Si rischierebbe di “viziarli” e di ritardare il loro sviluppo psico motorio. In pratica, questi bambini avrebbero maggiori probabilità di diventare insicuri, troppo dipendenti dai genitori e di imparare a camminare più tardi degli altri.

I bambini non devono dormire con i loro genitori. Varie le motivazioni:

  • si “vizia” il bambino, per cui vorrà dormire con i genitori per anni e anni
  • si rallenta la loro crescita perché  si consuma l’ossigeno di cui hanno bisogno (questa strana credenza andava di moda quando ero bambino io)
  • non è igienico
  • avranno problemi di insonnia
  • avranno problemi psicologici (paure, insicurezze, ecc.)
  • si rischia di schiacciarli

Sempre in tema di sonno, i bambini “normali” dormono tutta la notte di filato. Non è chiaro da che mese sarebbe normale dormire tutta la notte, ognuno dice la sua. Comunque, se il vostro bambino non dorme tutta la notte di filato, allora dovete insegnargli a dormire, e qui ognuno ha le sue ricette.

In tema di allattamento si sente spesso dire che dopo un po’ di mesi (forse 6) il latte della mamma non è più nutriente, è solo acqua, quindi bisogna terminare l’allattamento per non pregiudicare la crescita del bambino. Allattare un bambino oltre l’ anno di vita non è comune nella nostra società, talvolta non è neanche benvisto. Mi hanno raccontato di una tirocinante medico che durante un confronto con colleghi medici e psicologi ha affermato che immaginare un bambino di 2 anni che si attaccava ancora alla tetta le “faceva senso”.

Questa è bella: bisogna far capire al bambino chi comanda.  Se non imponi la tua autorità fin dai primi mesi, il bambino diventerà un tiranno aggressivo e manipolatore, senza limiti, capriccioso, viziato e imporrà i sui capricci a tutta la famiglia. E’ quindi assolutamente necessario frustrare il bambino in modo che impari il prima possibile la disciplina e i propri limiti.

Quando un bambino piange non si deve consolarlo subito, ma bisogna lasciarlo piangere per un po’, perché così lo tempriamo. Inoltre il pianto è salutare perché apre i polmoni! Naturalmente non è buona cosa fare “troppe coccole” ai bambini, altrimenti diventeranno dei “mammoni” e rimarranno per sempre attaccati alle gonne e ai pantaloni dei loro genitori.

Ultima chicca: bisogna mandare i bambini all’asilo perché così si svegliano e imparano a socializzare. Certo, non perché non sapremmo a chi affidarli, dovendo tornare al lavoro; l’asilo serve a “svegliare” i bambini, insomma, un po’ come il vecchio servizio militare obbligatorio serviva a “svegliare” i giovani.

Queste sono solo alcune delle false credenze sui bambini, che ho appreso dai consigli e racconti di conoscenti, amici e parenti. Sono credenze tanto radicate nella nostra società, che persino alcuni medici, pediatri, psicologi, educatori, ecc. ce le raccomandano. In realtà non hanno alcun fondamento scientifico. Si fondano per lo più sul “mito” dell’indipendenza precoce dei nostri figli, ovvero sulla necessità di accelerare il più possibile il loro distacco dai genitori e dalla madre in particolare, in modo che vadano per il mondo forti e sicuri di sé.

La scienza e il nostro istinto,  però, ci dicono che per crescere bambini più sicuri e felici occorre dare loro affetto, attenzione e rispetto.