Autonomia: si insegna o si raggiunge?

Oggi vi voglio raccontare una storia, la storia di una bambina che lentamente, molto lentamente, coi suoi tempi, ha iniziato a muoversi nel mondo con fiducia… Non è stato un cammino facile, per la sua mamma, che per tanto tempo ha avuto dubbi sulla bontà del suo maternage, e per questa bambina, che ha dovuto dimostrare alla sua mamma dubbiosa che quella era la strada giusta. Trovo la forza per raccontarvelo oggi perché sento che questa mamma e questa bambina hanno superato quel momento difficile, durato anni, e anche se il percorso è appena all’inizio, so che ormai le basi per una fiducia e un’autonomia in divenire ci sono.

La mamma aveva iniziato al meglio il suo cammino di genitore, con una gravidanza non medicalizzata, un bellissimo parto in casa, un allattamento portato avanti senza problemi (a parte quelli iniziali), la possibilità di stare a casa a crescere la propria bimba, dormendo con lei, giocando con lei, portandola in fascia… Tutte cose strane, per la società di oggi, ma che questa mamma sentiva assolutamente in linea con il proprio istinto, i propri desideri e anche quelli della propria bambina. Quando la mamma aveva iniziato ad andare con la sua bambina in una ludoteca della città dove abitava, ai 10 mesi della bimba, aveva visto che la sua piccola non amava affatto la compagnia degli altri bimbi, non ne era affascinata, non la ricercava, ma anzi ne rifuggiva. Crescendo, nei mesi, le cose “peggioravano”, al punto che la sua bambina si metteva a piangere appena un bambino (più grande, più piccolo non importava) le si avvicinava, anche senza alcuno scopo bellico. La mamma accettava questa cosa proteggendo la propria piccola, ma continuando a offrire occasioni di incontro con altri bambini e con altre mamme, perché facevano stare bene lei e perché sentiva che anche la sua piccola ne aveva bisogno, anche solo “a distanza”. L’estate che la sua piccola aveva compiuto un anno andava sempre al parco, si incontrava con altre mamme e altri bimbi, li vedeva spesso, si fermavano a giocare nel prato del parco e facevano merenda insieme. Passavano quasi tutti i pomeriggi così, ma la sua bimba le stava attaccata e al massimo si metteva a giocare accanto a lei, con i propri giochi. La mamma invidiava i bambini più spensierati e che si allontanavano dalle proprie mamme per esplorare il mondo, perché la sua non lo faceva mai.

Non avrebbe mai potuto rischiare di perderla, anche quando era più grande, e aveva 2 anni, perché era la bimba stessa a controllare che la mamma fosse sempre vicina a lei. Se si allontanava troppo, scattava l’allarme! La mamma continuava ad allattarla, a starle vicino, a portarla, e la bimba cresceva molto, sia fisicamente che dal punto di vista motorio che del linguaggio, la mamma la vedeva sbocciare e andare avanti, e questo le dava fiducia che stava facendo le cose nel modo giusto.

Si era rassegnata che la sua bambina forse non era come gli altri, come quelli che appena vedono un bimbo gli vanno incontro per chiedere di giocare insieme… Era stato già un enorme progresso quando, verso i 2 anni e mezzo, la sua bambina aveva iniziato ad andare avanti sullo scivolo anche se un altro bimbo saliva dopo di lei, non si bloccava più e non voleva tornare indietro, ma andava avanti! Un po’ guardinga ma procedeva. Tutti i giorni al parco, dopo anni, piano piano qualcosa si muoveva.

La mamma aveva deciso che non avrebbe mandato la sua bambina alla scuola materna, perché secondo lei a 3 anni è presto per troppi bambini, e specialmente per la propria, sarebbe stato un disastro.

Se ci avesse provato (ogni tanto ci pensava), la sua piccola

non si sarebbe staccata un solo secondo da lei, avrebbe pianto urlando tutte le volte che qualcuno le avesse rivolto la parola, sia grande che piccolo. Se la mamma fosse uscita, non si sarebbe fatta consolare, avrebbe fatto incubi di notte e sarebbe stata nervosissima di giorno. Separarsi dalla mamma non era pensabile, stava solo col papà se strettamente necessario, e per poco tempo, a volte con la ragazza che veniva a giocare con lei, o con la vicina di casa, ma erano rare eccezioni. E non è perché non le si presentassero occasioni per vedere altre persone! Lei era contenta di andare in posti nuovi e di conoscere nuove persone, ma aveva bisogno di avere vicino la mamma.

Poi, nel frattempo, nel grembo della mamma è arrivato un altro piccolo, e la bambina verso gli ultimi mesi di gravidanza ha iniziato a passare più tempo con il suo papà, con gusto, divertendosi, e forse anche questo è servito. Quando la sorellina è nata, la bambina aveva 3 anni, non sono stati mesi facili ma il percorso procedeva, qualcosa dentro la bambina continuava a lavorare, nonostante la difficoltà di dover riaggiustare equlibri e spazi dopo la nascita della sorellina, e dopo il trasloco e il cambio di paese. Si continuava a uscire e a vedere bambini e mamme, ma le cose sembravano ferme sempre allo stesso punto. Ancora difficoltà, ancora dubbi e paure della mamma, ma come mai questa bambina ancora non era pronta per stare con i suoi coetanei? A 3 anni e mezzo, quando la cuginetta di 8-9 mesi gattonava, lei scappava e piangeva disperata, salendo sul tavolo o dove la cuginetta non potesse arrivare. Anche per la zia non è stato facile!

Nel frattempo, però,al parco del nuovo paese dove abitava la bambina vedeva tutti i giorni una bimba della sua età, e anche la mamma iniziava a chiacchierare con la mamma di questa bambina. Certi giorni la bambina urlava e piangeva perché non voleva che la mamma si avvicinasse all’altra mamma per chiacchierare, ma la mamma ne aveva bisogno, non aveva molti altri contatti in quel nuovo paese, e quella mamma le piaceva… Le bambine giocavano nella sabbia del parco, vicine, ma senza condividere i giochi. Era un patto che avevano fatto tra loro, con sguardi e mosse veloci, e si erano intese bene. Nessuno le disturbava e loro giocavano vicine, si studiavano, si conoscevano, si guardavano ma non si parlavano. E anche questa bimba sconosciuta sembrava essere simile a lei, senza molti amici. Ma era tranquilla, anche la sua mamma non la forzava. La mamma stava accanto a lei, spesso ad allattare la sorellina, seduta sullo scivolo, e chiacchierava con l’altra mamma.

Lentamente, molto molto lentamente, la bambina aveva iniziato ad accettare che dei bimbi le si avvicinassero, e allo stesso tempo aveva iniziato ad essere molto espansiva con gli adulti che incontrava in giro. Li fermava, chiedeva loro come si chiamavano, si metteva a chiacchierare, le piaceva conoscere nuove persone. Questo era un punto molto importante! Nel frattempo, aveva deciso che era pronta e abbastanza grande per poter lasciare spontaneamente il seno, che aveva lasciato alla sua sorellina.

Dopo circa un anno ancora, verso i 5 anni della bimba, la sua mamma ha sentito che era venuto il momento di fare qualche tentativo. Aveva sentito di un corso di psicomotricità in paese, che costava poco, che era vicino a casa, e che poteva rappresentare un primo piccolo esperimento di “debutto in società”. Ne ha parlato con la sua bimba, che prima ancora di dire se era interessata o meno, aveva chiesto alla mamma se lei avrebbe potuto rimanere. La mamma le aveva detto che sicuramente le prima volte poteva rimanere, per le lezioni di prova, e poi avrebbero visto insieme se e come andare avanti. La bambina aveva accettato. Così avevano iniziato questa avventura. Durante le prime lezioni, la mamma era rimasta dentro, la bambina aveva preso confidenza con la situazione e visto che al corso partecipava anche la sua amichetta, le cose erano andate bene. Quelle prime lezioni, la piccola controllava diverse volte al minuto dove si trovasse la mamma, doveva vedere che era lì, e la mamma non si muoveva. La aspettava tutto il tempo, la sorellina aspettava a casa con il papà. Dopo la terza volta, la maestra del corso aveva detto che i genitori e i nonni dalla volta successiva avrebbero dovuto aspettare fuori dalla palestra, così la mamma aveva preso questo segno come occasione per fare un altro passo. Prima della successiva lezione, aveva parlato con la sua bambina, dicendole che lei sapeva che era pronta per fare un ulteriore piccolo passettino, la mamma avrebbe aspettato negli spogliatoi, proprio lì fuori dalla palestra, stando tutto il tempo ad aspettarla. Ogni volta che ne avesse avuto bisogno, avrebbe potuto affacciarsi alla porta e vedere che la mamma era lì. E per stare più tranquilla, le aveva anche fatto scegliere una collana della mamma da tenere al collo, per farle compagnia. La bambina aveva accettato di provare. La mamma sapeva che, se ci fosse riuscita, si sarebbe sentita molto forte e competente, e sarebbe stato un ottimo inizio.

Quella prima lezione in cui la mamma era uscita all’inizio della lezione, aspettando nello spogliatoio, la bambina si era affacciata alla porta molte molte volte per vedere se la mamma era lì. E certo, era lì, come le aveva promesso! La mamma si portava un libro da leggere e attendeva di sorridere alla sua bambina ogni volta che lei si affacciava. Si sentiva anche un po’ strana questa mamma, l’unica che rimaneva tutto il tempo, l’unica che non diceva alla sua bambina “Sì ti aspetto nello spogliatoio” e poi se ne andava fuori… Si sentiva osservata, si sentiva aliena, ma sapeva che stava facendo la cosa giusta per aiutare la sua bambina a guadagnare fiducia, e non le pesava. Aveva anche del tempo per leggere, dopo anni!

Le successive lezioni (3 mesi totali) sono state la lenta prosecuzione di questo processo, passo dopo passo, mattone dopo mattone… La mamma aspettava fuori e la bimba la controllava 1000 volte, poi la mamma stava fuori e la bimba veniva sempre meno volte a controllare. Poi veniva solo una volta… Un giorno, quando sentiva che poteva essere il momento giusto, la mamma aveva proposto alla sua bambina speciale di fare un altro esperimento. Ce l’avrebbe fatta a non venire mai a controllare? Era una bella sfida, ormai la bambina sapeva che la mamma rimaneva, ma senza vederla avrebbe resistito? Ebbene, ce l’aveva fatta, e settimana dopo settimana aumentava la fiducia della bambina, che vedeva che ce la stava facendo, che sentiva che era sempre più forte… e ormai il cambiamento era in atto e non poteva più fermarsi!

Avevano anche fatto la prova col papà, che portava la bambina e rimaneva nello spogliatoio come faceva la mamma, perché in un certo periodo la sorellina piccola non appariva contenta quando la mamma doveva accompagnare la sorellona a ginnastica, e così avevano provato tutte le combinazioni. Ora il compito era del papà, e si continuava con lui. Dopo qualche volta, la mamma aveva parlato con la bambina e il papà, chiedendo di provare ad aspettare proprio fuori dalla scuola, nel cortile. Lui sarebbe rimasto lì, lei doveva fidarsi e rimanere dentro. Anche quella volta era andata bene! La mamma non si capacitava, ma davvero stava andando bene, era stupita e commossa, la sua bambina stava crescendo, e quelle piccole spinte le stavano facendo bene.

La mamma si assicurava che la bambina non fosse triste, spaventata, che non piangesse, ed era successo solo una volta, le prime che usciva a controllare la presenza della mamma, che la bimba non riuscisse ad aprire subito la porta, si era spaventata e messa a piangere. La mamma la aveva tranquillizzata in poco tempo (strano anche questo!) e lei aveva finito la sua lezione.

L’ultimo passo di questo percorso era stato quello che tutte le mamme facevano da sempre, cioè portare la bambina e lasciarla lì al corso, per tornare poi a riprenderla alla fine della lezione. Ma senza bugie. Era il passo finale, quello da cui tutti partivano e a cui loro stavano arrivando pezzetto dopo pezzetto. Non avete idea di come si sia sentita strana quella mamma la prima volta che ha accompagnato la sua bambina, l’ha preparata, salutata, e poi è uscita in strada. Aveva con sé anche la sorellina, ma si sentiva comunque molto strana, le sembrava incredibile, ma forse ci erano riuscite. Era stata anche un po’ in ansia per quell’ora, ma quando era andata a prenderla, la sua bambina era allegra e serena! La mamma aveva provato delle emozioni davvero forti quel giorno.

All’ultimo giorno di corso, dopo ormai qualche settimana che la bambina rimaneva da sola alla lezione, le maestre avevano portato tutti i bimbi in piazza a mangiare il gelato, e poi al parco, ed erano tornati anche con mezz’ora di ritardo! La bambina era tornata felice e soddisfatta, aveva affrontato anche una piccola gita!

È stata una lunga strada, ma la bambina è arrivata da sola al traguardo, con le sue forze, e la mamma ha cercato di spronarla nei modi e nei momenti che le sembravano migliori. L’attesa e la pazienza, anche tutti i dubbi di quei primi anni, avevano dato i loro frutti, la bimba era finalmente sbocciata. Non a 3 anni, non quando tutti chiedevano “Se hai 3 anni come mai non vai all’asilo?”. No, non in quel momento, ma quasi 2 anni più tardi, quando la bambina era pronta, e solo lei lo poteva sapere. I suoi successi le avevano dimostrato che era competente e che poteva avere fiducia nel mondo e anche nelle persone al di fuori della famiglia, e questo era stata la miglior conferma, anche per la mamma, che il cammino che avevano intrapreso 5 anni prima, con la nascita della piccola, era quello giusto per loro.

Dopo 3 mesi, la bambina ha iniziato a frequentare l’ultimo anno di scuola dell’infanzia, per lei il primo, e a parte i primi giorni di smarrimento e le prime settimane di rodaggio, si è adattata bene e ora si sente a suo agio a giocare con i suoi compagni. Dice che a scuola si vogliono tutti bene, e che le piace giocare con i suoi amici. Anche se al mattino fa un po’ fatica ad alzarsi, quando arriva per pranzo (non rimane a pranzo a scuola, e rientra al pomeriggio non più di 2 volte) è sempre contenta delle cose che ha fatto all’asilo, e racconta alla mamma con chi ha giocato e a cosa. Mentre è a scuola prepara sempre dei regalini per mamma, papà e per la sua sorellina, disegni e oggettini di pongo, e gioca anche con la sua amica di sempre.

Forse non sarà mai una di quelle bimbe che ha tantissimi amici, la ragazza più popolare della scuola e cose così, ma forse è meglio così! Avrà la possibilità di farsi delle vere amicizie, di fare esperienze divertenti e di imparare tante cose, e la sua famiglia sarà sempre accanto a lei per aiutarla a risolvere i piccoli e grandi problemi. O almeno, questo è ciò che la sua mamma si augura fin nel profondo del cuore.

Anche se questa mamma pensava di fare scuola familiare, si è resa conto che non ci sono le condizioni che per lei sono indispensabili per portare avanti questa esperienza, e così ha deciso che il prossimo anno la sua bambina proverà ad andare a scuola, intraprenderanno anche questa strada e poi, a seconda di come andranno le cose, valuteranno il da farsi.

Questa mamma e questa bimba stanno crescendo insieme, sicuramente faranno altri errori e ci saranno molti momenti difficili, ma spero che la fiducia che hanno guadagnato in questi mesi e anni potrà sempre rappresentare un punto di forza da cui ripartire dopo ogni difficoltà.

DSCN2894

Ti è piaciuto questo articolo? Condivilo!
Pubblicato in Essere genitori Taggato con: , , , , , , ,
6 commenti su “Autonomia: si insegna o si raggiunge?
  1. Daria ha detto:

    Quanto mi ritrovo in questo racconto… non tanto per la mia prima bimba che a breve compie sei anni, quanto per la seconda che ne ha appena compiuti 3. Anche lei schiva con i tutti i bimbi, capace di mettesi a urlare vedendo il cuginetto più piccolo, sempre in cerca di me o del papà… L’anno scorso quando tutti mi chiedevano come mai non la iscrivevo l’anno prima alla materna nessuno capiva le mie/nostre motivazioni… sicuramente prima i poi si sarebbe arresa… ecco questa arrendevolezza non la volevo e non la voglio tuttora, voglio che le cose siano fatte a tempo debito. Vedo che ora comincia ad aprirsi agli altri bimbi, con calma dandole tempo prende confidenza con gli estranei e a settembre faremo una prova nella scuola dell’infanzia che finora ha frequentato la sorellona (che passerà alla primaria) e vedremo come va.

    • Lucia ha detto:

      Daria, allora abbiamo anche questo in comune… Non che la mia seconda bimba sia spavalda, ma è diversa da Vera, e dei bimbi non ha paura, diciamo che è più introversa sicuramente, ma più tranquilla… Condivido assolutamente quello che scrivi sull’arrendersi, ho visto a scuola di mia figlia quest’anno, a settembre quando andava le prime settimane, esattamente come funziona. Bimbi di neanche 3 anni che venivano strappati dalle braccia della mamma, o addirittura mamme che aspettavano che il bambino si girasse per scomparire nel nulla… e questi bimbi che si disperavano urlando in braccio alla maestra che li tratteneva… Sono stata male per giorni per loro, poi da un momento all’altro passava tutto, un bel giorno non piangevano (alcuni continuano a farlo anche ora, a volte), si erano abituati, e le maestre e le mamme contente e soddisfatte… come se quei primi giorni non contassero più. Ma io credo che quei giorni, quella paura e quelle separazioni forzate rimangano dentro ai bambini, e che non siano desiderabili.

      • Daria ha detto:

        Racconti bene anche le mie sensazioni rispetto a certi metodi di inserimento alla materna. Da questo punto di vista per fortuna abbiamo incontrato delle maestre disponibili a fare un buon inserimento e bambini che si disperano o mamme che fanno questi “scherzetti” non ne ho mai viste, anzi le maestre hanno sempre insistito perchè le mamme salutassero bene i bambini. E loro stesse sono le prime a consolarli o prenderli in braccio se ce n’è il bisogno. D’altro canto ho sentito mamme sbuffare per l’eccessiva durata dell’inserimento…

        • Lucia ha detto:

          Beh, io credo che qualche giorno o settimana in più di inserimento non possa che garantire un miglior risultato, quindi che si lamentino pure le mamme, ma almeno i figli sono più tranquilli! 🙂

  2. Sara ha detto:

    Grazie per questo meraviglioso racconto, per averci fatto dono di questa parte di te; di voi.
    Essere così consapevoli delle possibilità dei propri figli, di loro come sono, del loro “Io” è un dono. Tu ce l’hai. Io mi inpegno per averlo ogni giorno e per non abbandonarlo mai. Nemmeno quando tutti mi dicono: “ma prima o poi la dovrai pur vedere piangere!”. Grazie!

    • Lucia ha detto:

      Grazie Sara, non so se davvero sia come dici tu, forse semplicemente mi sono rivista molto in lei, ho “sentito” con lei e quindi mi sono stati più chiari i passi da fare per riuscire ad accompagnarla… E’ comunque un percorso che non finisce mai, secondo me… La cosa certa è che non si deve passare per forza dalle lacrime! 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*