“Per una nascita senza violenza” di Frédérick Leboyer

Questo piccolo libricino di neanche 150 pagine, formato tascabile, è stato il primo libro che ho letto che parlasse di nascita. Avevo circa 25 anni, ancora lontana dal diventare madre, ma una persona per me molto importante all’epoca me lo aveva prestato e lo avevo letto avidamente.

Per una nascita senza violenza

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Dopo essere diventata madre ho deciso di comprare di nuovo quel libretto che tanto mi aveva dato, che mi aveva fatto iniziare il percorso che mi aveva portato alla nostra nascita a casa, e ogni volta che lo leggo mi ricordo della prima volta che l’ho letto, delle emozioni che aveva suscitato in me.

Frédérick Leboyer è un ginecologo e ostetrico francese del secolo scorso, ed è il precursore del cosiddetto “parto dolce”. Nel suo libro ci sono dialoghi immaginari che rendono molto bene le idee che intende portare avanti, idee stravaganti per l’epoca in cui le aveva proposte, come ad esempio che il neonato è una persona. Già, proprio così, qualcosa che secondo noi è scontato, che nessuno al giorno d’oggi oserebbe contraddire, ma che ancora oggi nella pratica non viene considerato davvero.

C’è bisogno di commenti? Quella fronte tragica, gli occhi chiusi, le sopracciglia inarcate, arruffate… La bocca urlante, la testa rovesciata, che tenta di sfuggire… Le mani che si tendono, implorano, supplicano, poi vanno verso la testa: gesto di calamità… I piedi che respingono furiosamente, le gambe che risalgono a proteggere il piccolo tenero ventre… La carne che è tutta spasimi, trasalimenti, scosse… Non parla il neonato? Tutto il suo essere grida, tutto il suo corpo urla: “Non toccatemi! Non toccatemi!” E nello stesso tempo implora, supplica: “Non abbandonatemi! Aiutatemi! Aiutatemi!”. Quando mai è stato lanciato un appello, che da tanto e tanto tempo il bambino lancia venendo al mondo, chi lo capisce, chi lo coglie, chi, semplicemente, l’ascolta? Nessuno. Non è un mistero? Il neonato non parla? No, no. Siamo noi che non l’ascoltiamo.

Leboyer cerca di far aprire gli occhi al mondo sulle modalità di nascita nella società occidentale, nascite che vedono il bambino trattato come un essere insensibile e sordo, cieco, un animaletto senza sensi. Se però cerchiamo di vedere il suo comportamento come quello di un adulto, chissà perché le sue manifestazioni assumono tutta un’altra importanza.

Luci abbaglianti, rumori forti di diverse persone presenti alla nascita, che quasi sempre avviene con la mamma in posizione passiva, mani estranee che toccano e tirano il bambino appena uscito dal caldo ventre materno, esplorazioni in ogni dove del corpicino del piccolo che potrebbero aspettare ed essere effettuate con tutta calma e discrezione quando il piccolo ha conosciuto la propria mamma, e si è appena ambientato nel nuovo mondo… Fretta di pesare e misurare, lavare e profumare… Separazioni dalla mamma, l’unica persona che per il neonato abbia senso sentire, toccare, annusare e assaggiare. Questo non dovrebbe mai avvenire, tranne in situazioni di pericolo.

E’ possibile dare una nascita diversa ai nostri bambini, partendo da luci basse, parole sussurrate, rispetto per questo momento così importante per madre e figlio, tutte cose che tra l’altro facilitano il travaglio e il parto. Siamo mammiferi, non dimentichiamolo.

Quando nasce il bambino, non toccarlo sulla testa, accoglierlo tra le mani aperte e adagiarlo sulla pancia della mamma (appunto: quando è stato scritto questo libro, eravamo ancora ben lontani dai tempi in cui le donne hanno potuto iniziare a partorire in posizioni diverse da quella litotomica, quindi Leboyer parte dal presupposto che la donna partorisse in tale posizione), non tagliare il cordone, non toccarlo, non asciugarlo, non lavarlo, non pesarlo, non esplorare il suo corpo, ma tenerlo al caldo e in contatto col corpo materno.

Ecco che il bambino inizia la sua nuova vita in un modo non traumatico, senza paura, senza dolore, e incontra subito sua madre, in un continuum che lo rassicura e che costituisce il primo abbozzo di fiducia in se stesso, la sensazione di pieno, di tutt’uno con la persona che ci ha dato la vita, e che sarà sempre accanto a noi nel momento del bisogno.

Io credo che queste mie poche righe non possano rendere affatto la poesia del dottor Leboyer, che ha il grande merito di aver posto attenzione, per primo, alla nascita dal punto di vista del bambino. Spero che in futuro queste cose possano davvero essere la norma anche per le nascite che avvengono in ospedale, adesso siamo ancora lontani, ma sono fiduciosa che le cose possano ancora cambiare, ancora migliorare. Dipende da noi!

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Neonato, nato con metodo Leboyer, che sorride

Naonato, nato con metodo Leboyer, che viene cullato in acqua

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