La storia di Valentina e Nicola

È il momento di rivivere e fissare alla mente la nascita di Nicola. In questi 9 mesi di gravidanza ho deciso di costruire un percorso diverso da quello che ho vissuto per la Sara, un percorso più naturale possibile, e il desiderio era che culminasse con una nascita in casa, nella tranquillità e nella pace del nostro nido. Se con la prima avevamo fatto ad ogni visita mensile dal ginecologo un’ecografia, questa volta ci saremmo affidati ad un’ostetrica, e avremmo limitato al massimo le ecografie e le visite. Fin da subito la questione è stata più difficile del previsto, e piena di ostacoli imprevisti. Non appena comunicai a mia madre del nuovo arrivo mi scontrai con lei, che ha vissuto i suoi parti in modo medicalizzato, preoccupata perché volevo affidarmi solo ad un’ostetrica, che considerava “l’infermiera della sala parto”, non la persona a cui affidarsi in caso di gravidanza fisiologica. Ho dovuto anche lottare con mio marito, che ha accolto riluttante le mie scelte, di affidarmi all’ostetrica, di fare una nascita lotus, e da ultimo, che non ha mai accettato e compreso il mio desiderio di partorire in casa. Probabilmente la sensazione di sentirsi impotente davanti agli eventi e alla mia sofferenza nel primo parto, aver visto quanto è durato, la paura di perderci per qualunque motivo, la mancanza di fiducia nella fisiologia e nella naturalità della nascita l’hanno frenato.

Durante questa gravidanza il mio umore è stato notevolmente mutevole, con picchi di tristezza e rabbia, spesso dovuti a queste incomprensioni con mio marito, la cui paura impediva al mio sogno di realizzarsi, e anche al fatto che la mia piastrinopenia (e il marito stesso) stavano seriamente ipotecando la mia scelta, anche agli occhi dell’ostetrica. Durante gli incontri con lei abbiamo sempre parlato tanto, di me, di Nico, della sorellona, e l’ostetrica cercava sempre di farmi concentrare sul mio cucciolo in pancia, perché continuavo a preoccuparmi di preparargli la nascita migliore possibile.

La gravidanza intanto procedeva fisiologicamente e a luglio, una settimana dopo una visita con l’ostetrica (in cui era cefalico come in tutta la gravidanza), durante l’ultima ecografia programmata, scoprimmo che era diventato podalico. Uno shock. Ancora una volta i miei piani venivano stravolti, e questa volta a rischio era addirittura la possibilità di partorire naturalmente!!! C’è voluto un po’ di tempo per accettare e accogliere questa possibilità e intanto abbiamo provato a girarlo con la moxa. Dopo qualche giorno per fortuna era tornato cefalico, ma trottolino aveva così tanto spazio nella pancia che non escludemmo la possibilità che si girasse ancora. A fine agosto, finalmente il momento da me tanto atteso: l’incontro con le ostetriche per valutare la possibilità di partorire in casa. Avevo promesso che non ne avrei parlato nei mesi precedenti e che mi sarei concentrata sul mio batuffolino, così piccolo e già così sensibile, che ogni volta che la mamma era agitata o arrabbiata, correva a nascondersi vicino alla schiena per ripararsi dalle sensazioni negative che la mamma purtroppo non riusciva a trattenere. Dopo un promettente inizio di colloquio il castello di carta delle mie illusioni crolla miseramente davanti all’opposizione di mio marito (e alle mie piastrine, che nonostante tutto erano comunque più alte rispetto alla precedente gravidanza), che mi sarebbe anche venuto incontro (riluttante), ma che non avrebbe mai firmato e che non si sarebbe mai preso la responsabilità di quanto sarebbe avvenuto. Tutte le lacrime che avevo trattenuto iniziarono ad uscire e a nulla servivano i loro tentativi per calmarmi. Alla fine la scelta consapevole che volevo fare, il mio sogno di far nascere Nico nel modo migliore possibile, di donargli una nascita dolce e senza violenza, la mia libertà di scegliere dove partorire andavano a scontrarsi contro decisioni prese da altri, e sul pregiudizio di mio marito, che si era sempre rifiutato di capire e approfondire la mia scelta. Mi sentii tradita, da entrambi, e violata, e costretta in qualcosa che non volevo per nessuna ragione al mondo.

Lentamente, ho cercato di elaborare questo lutto, che questo è il modo in cui l’ho vissuto, e ho cercato soluzioni per garantirgli il meglio che potevo, quindi una nascita lotus. Prendemmo appuntamento con le capoostetriche dei due ospedali più vicini, uno che praticava il lotus, ma con una struttura vecchia e grosse tensioni tra ostetriche e ginecologi per queste pratiche, e l’ospedale dove nacque Sara, in cui non facevano lotus ma in cui m’ero trovata tutto sommato bene due anni prima. Alla parola “piastrinopenia” entrambe, allarmate, mi negarono la possibilità di fare secondamento spontaneo e nascita lotus, assicurandomi che su richiesta scritta avrebbero potuto fare il taglio ritardato del cordone. Nemmeno questi ultimi desideri vengono dunque accolti, e accettare anche questo diventava sempre più dura.

Tuttavia dovevo a mio figlio almeno qualche giorno di serenità e capii che più di questo non avrei potuto comunque fare, quindi mi tranquillizzai. Tra i due colloqui ebbi modo di chiarirmi con la mia ostetrica, quindi ero pronta ad affrontare la nascita di Nico. Sapevo che sarebbe andata bene, che sarebbe stato bellissimo lo stesso e che l’avrei finalmente affrontata nel modo giusto.

5 giorni prima della dpp, il 17 settembre, di mattina, iniziai ad avvertire l’inizio dei prodromi. Le contrazioni continuarono ininterrottamente tutto il giorno, lievi, ma chiaro segno che si stava muovendo qualcosa. Io, euforica e carichissima accoglievo ogni contrazione felice, felice di conoscere finalmente il mio piccolo fiore delicato, felice che quei 9 mesi di emozioni contrastanti e spesso negative finissero, felice di non far più assorbire i miei malumori e la mia rabbia al mio piccolino adorato. La notte mi concedo un lungo bagno caldo e profumato, e dopo una piccola pausa le contrazioni continuano indisturbate. Dormirò poche ore, 3 o 4, svegliandomi quando una contrazione era più dolorosa o intensa di altre, e la mattina accompagniamo la Saretta al punto giochi e attendo la signora delle pulizie che avrebbe dato una mano in casa a partire da quel giorno. Mentre lei sistema casa le contrazioni si fanno, sempre irregolari, più forti e all’ora di pranzo, dopo aver camminato fino al punto giochi a prendere la Sara, l’ostetrica passa a trovarmi e a visitarmi. Il collo dell’utero è morbido e leggermente raccorciato, le contrazioni stanno lavorando!! Appena va via le contrazioni iniziano a cambiare, a farsi più regolari e costanti, e io sono super galvanizzata. Mentre la signora delle pulizie e la cognata che l’aiuta finiscono di sistemarmi casa io sono in camera, nella penombra, ad accogliere le onde. Il marito ha portato la piccola a dormire dai nonni e dopo averle preso il regalo di compleanno (imminente), torna a casa a farmi compagnia. Intorno alle 15.30 richiamiamo l’ostetrica e la avvisiamo che la situazione è cambiata e la aspettiamo a casa. Salutiamo e paghiamo le signore delle pulizie verso le 16 e dopo una ventina di minuti arriva l’ostetrica. In piedi, davanti alla cucina controlla il battito del mio cucciolino: e più lento del solito, e decidiamo di andare a fare un monitoraggio in ospedale. Una volta arrivati ci sistemiamo e restiamo lì una mezz’oretta. Adesso il travaglio si fa serio, ma io sono sempre concentrata e pronta. Quando le onde finiscono chiacchiero e rido, sono tranquilla!! In ospedale è una giornata piena, tutte le sale parto e le camere sono occupate e mi fanno la visita dell’accettazione nella stanzina, in mezzo al reparto, dove due anni prima fui dimessa. Medici in giro non ce n’è e l’ostetrica, vedendo la situazione, decide di chiamare una collega e farmi visitare da lei. Sapevo già di non poter stare in nessun modo supina durante le contrazioni, perché la schiena mi si sarebbe spezzata. Faccio quindi passare la contrazione, mi sdraio sul lettino e mi visita. Mi fa male, spinge col dito in un punto e mi divincolo per il dolore. Sento arrivare la contrazione, comincio a lamentarmi e a dire che DEVO scendere dal lettino ma lei continua a restarmi dentro. Come temevo la contrazione arriva e mi distrugge la schiena. Così non riesco a controllare l’onda, e la schiena mi si spezza. Ho gridato di dolore, perché stavolta era proprio dolore, mentre quell’ostetrica maledetta mi resta dentro e la sente da dentro, uscendo solo una volta terminata la contrazione (dopo mi diranno che sono a 5 cm di dilatazione). Devastata scendo dal lettino e mi dicono che la sala è pronta. La mia ostetrica mi chiede se mi voglio vestire e decido di avvolgermi un lenzuolo intorno e basta. Mentre vanno a prendere tutto vado nel bagnetto della stanza a fare pipì. Contrazione (e la schiena mi fa ancora un male devastante da prima, e lo farà per tutte le contrazioni successive), pipì, contrazione in cui perdo il tappo, faccio due passi per uscire dal bagno, altra contrazione, in cui rompo le acque e avverto il bisogno di spingere. Riesco a dirlo, e le ostetriche iniziano ad andare in panico. Mi mettono un telo sotto le gambe (sono in piedi) e mi cercano di convincere a spostarmi sul lettino della visita. Praticamente mi ci trascinano e mi ci caricano di peso, io penso solo a spingere ed è l’unica cosa che voglio fare. Mi metto a carponi sul lettino, e spingo all’infinito. Le impanicate fanno un sacco di casino, non so nemmeno quante sono (7-8? Troppe in ogni caso) e continuano a cercare di sentire il battito di Nico ma non riescono. Io non riesco a stare comoda in questa posizione perché il lettino è troppo stretto e non riesco ad aprirmi come vorrei. Continuano a dirmi di girarmi ma sono ancora terrorizzata dalla visita di prima e ho paura di stare male da morire per la schiena. Grido di fare silenzio, il rumore è veramente troppo anche se sono in un’altra dimensione. Poi, piano piano, mi giro. In due spinte esce la testa, e bruuuuucia. Un momento di pausa e con un altro paio di spinte esce anche il corpicino. Nel frattempo l’unica cosa che riuscivo a dire era il suo nome, in continuazione. Mi sporgo per vederlo e lo vedo in braccio a qualcuno che mi lancia uno sguardo. Intanto noto che stanno trafficando col cordone, lo tagliano e corrono via col mio piccolo. Al mio “nonononononononono vi prego no” la mia ostetrica mi spiega che il piccolo ha un brutto colorito e che vanno a controllare che stia bene. Mi dice “guardalo, non vedi che ha bisogno di cure?” ma io vedo solo un bimbo frastornato, che vuole solo la sua mamma, e glielo dico. Più tardi mi confesserà che l’ho fatta commuovere con queste parole. Mentre mio marito e lei vanno a vegliare su di lui, l’esercito delle impanicate inizia a torturarmi: mi mettono ossitocina in vena, iniziano a schiacciarmi l’utero come se stessero facendo il vino, e cerco di fermarle, di mandarle via, ma nessuno mi sta a sentire, sono invisibile. Un’ostetrica mi dice “dai che la sorellina placenta sta nascendo” e lì mi sento presa in giro, riesco solo a pensare che non avrebbero dovuto separarli e che è inutile essere entusiasti, chiamarla sorella, dire che nasce e non che viene espulsa, se poi non la si lascia il più possibile attaccata al bimbo. È prendermi per i fondelli. Io che volevo una nascita lotus. Ma nemmeno hanno fatto in tempo a leggere la richiesta di taglio ritardato che avevo allegato alla cartella clinica, lo sapevano solo le due con cui aveva parlato la mia ostetrica. La tortura va avanti per un po’, un tempo indefinito, e quando il mio amore torna finalmente da me, loro hanno finito. Lo prendo e iniziamo a conoscerci. Scopro che gli hanno aspirato il liquido dalle vie aeree e che poi si è ripreso subito, e le infermiere volevano tenerlo lì in osservazione e che una santa pediatra me l’ha rispedito a conoscere sua madre perché ormai stava bene e solo di me aveva bisogno. Stiamo un po’ lì abbracciati a conoscerci, poi mi siedono su una carrozzina (lui addosso a me) e ci portano in sala parto. Appena arriviamo la mia ostetrica svuota la flebo di ossitocina nella spazzatura e finalmente sono in pace. Nel mentre un ginecologo mi cuce le piccole lacerazioni, io mi godo Nico. Pian pianino cerca di avvicinarsi goffamente alla tetta, l’ostetrica mi spreme il capezzolo e glielo infila in bocca (e da lì i suoi iniziali problemi ad attaccarsi, ora più che risolti). Quando l’opera di ricamo è finita la mia cucciola sorella maggiore può finalmente entrare a conoscere il fratellino, e il tandem ha subito inizio.

Nicola è nato alle 17.36 (14 minuti dopo la rottura del sacco), e a mezzanotte torniamo a casa. Lì inizieranno altre avventure, quelle legate ai problemi che abbiamo dovuto affrontare a causa delle dimissioni precoci a causa di assurde politiche ospedaliere, ma soprattutto la maggiore, quella dell’avvio della nostra nuova famiglia.

Ti è piaciuto questo articolo? Condivilo!
Pubblicato in Storie di mamme
Un commento su “La storia di Valentina e Nicola
  1. Gloria ha detto:

    Che rabbia la visita sotto contrazione, ti capisco molto bene perché l’ho subita anch’io. 🙁
    Auguri a te e ai tuoi bambini per la vostra vita a quattro. 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*