Archivio di giugno 2010

Le ragadi al seno

lunedì, 28 giugno 2010

Allattare è un gesto naturale, un gesto che hanno fatto le mamme di tutto il mondo e di tutte le epoche, e che per fortuna stanno riscoprendo anche tante mamme di oggi, nonostante noi tutti siamo cresciuti con il latte artificiale… Allattare è un gesto naturale, sì, ma ciò non significa che sia sempre facile. Per tanti motivi diversi, l’inizio dell’allattamento può essere più o meno difficoltoso. Ci sono mamme che attaccano al seno il bambino e da subito questo poppa nel modo giusto, mentre la maggior parte delle volte ci saranno delle difficoltà, ma che sono praticamente sempre risolvibili. In alcuni casi, fin dai primi giorni, anzi dalle prime poppate, si possono formare delle ragadi sul seno.

Le ragadi sono delle ferite che si creano sul seno, per la precisione sul capezzolo, e il motivo è quasi sempre la scorretta posizione di attacco del bambino. Altre volte, può anche essere che il frenulo della lingua sia un po’ corto, ma non così corto da essere subito evidente… in questo caso è facile che il bambino non riesca a prendere bene il seno e a mantenere la presa. Si può provare anche dolore senza vedere ragadi (come era accaduto a me), ma se vi diranno che è normale e che fa parte del gioco, credeteci solo se questo dolore diminuisce e scompare dopo i primi minuti di poppata, e se andando avanti quindi non avete problemi. Se invece il dolore persiste per tutto il tempo della poppata, a volte anche aumentando, credete al vostro corpo, che vi sta dicendo che qualcosa non va. Il dolore è proprio il modo che il nostro corpo ha per farci capire che qualcosa non sta andando nel verso giusto. Perché il bambino ciuccia in modo scorretto? Beh, può essere per diversi motivi: forse ha avuto esperienza di ciucci o tettarelle; forse non ha potuto beneficiare dell’importantissimo periodo dell’imprinting nelle prime ore di vita, nelle braccia della sua mamma, e quindi è un po’ confuso e disorientato; forse è nato con taglio cesareo o con induzione e non era ancora del tutto pronto alla vita fuori dalla pancia della mamma; forse è stato forzato ad attaccarsi al seno quando non era ancora pronto; o forse, semplicemente, ha imparato a ciucciare il suo dito, nella pancia della mamma, nel modo sbagliato.

Vediamo ora come rimediare, iniziando dalla posizione più adeguata per ciucciare. La posizione corretta dell’attacco al seno fa sì che il capezzolo finisca nel palato molle del bambino, giù verso la gola per intendersi, quindi ciucciando non lo comprimerà, mentre se si attacca male il capezzolo viene “masticato” dal palato duro, e lì si vedono le stelle! Il dolore che provavo io assomigliava molto a questo: migliaia di spilli che ti vengono conficcati nel seno… non molto piacevole, vi assicuro! La posizione corretta di attacco al seno ve la può mostrare una consulente LLL, un’amica che ha esperienza di allattamento, e proverò anche io a descriverla, anche se non è facile (ed è sempre meglio vedere un esempio dal vivo). Per un attacco ottimale, prima di tutto, mettetevi comode con la schiena ben appoggiata, in modo da non dovervi sporgere sul bambino ma neanche da obbligarlo ad “appendersi” per ciucciare. Tenete il bambino pancia contro pancia, la testa deve essere in linea col corpo (orecchio, spalla e anca in asse), e dovete avvicinare lui al seno, non il contrario. Potete provare ad attaccare il bambino mettendo il capezzolo all’altezza del suo naso. Lui spalancherà la bocca (naturalmente se in quel momento ha voglia di ciucciare!), e voi potete fargli prendere il seno in modo corretto. Il capezzolo, infatti, si deve trovare nella parte superiore della bocca del bambino, così che ci sia posto per mettere la linguetta tra il capezzolo e il labbro inferiore; si dovrebbe vedere una parte maggiore di areola superiore e quasi niente di quella inferiore, sempre in proporzione alla sua dimensione e a quella della bocca del bambino, e il mento dovrebbe poggiare sul seno, mentre il naso non è necessario che lo faccia. La lingua del bambino, infatti, serve a “mungere” il seno, a spremerlo, premendo con la lingua i dotti galattofori in cui si accumula il latte. La lingua non si muove veramente, ma un’onda di pressione la percorre, e quindi la fa muovere verso l’alto e poi indietro, per spremere il latte e farlo accumulare nella gola, dopodiché il bambino inghiotte (dopo uno o vari movimenti della lingua). Mentre poppa, il bambino ha le labbra girate all’esterno, e la bocca spalancata. Insomma, ciucciare assomiglia più a masticare che a succhiare da una cannuccia, si possono vedere le mandibole che lavorano ritmicamente e si dovrebbe veder muovere anche l’orecchio mentre il bambino deglutisce. Se l’attacco è corretto, inoltre, non si dovrebbero sentire “schiocchi”, che stanno a indicare che il bambino non fa il “sottovuoto”, quindi perde la presa sul seno.

Rimedi per far guarire le ragadi. Naturalmente la prima cosa, e la più essenziale, è modificare l’attacco, se no le ragadi non miglioreranno mai. Oltre a questo, se la situazione è grave, si può lasciare il seno all’aria il più possibile, per far cicatrizzare le ferite. Sembra che siano molto efficaci le coppette di argento, e si può usare la lanolina tra una poppata e l’altra (non è da lavare via prima di far ciucciare il bambino). Evitate i paracapezzoli, perché di solito non aiutano davvero a risolvere i problemi per cui vengono consigliati, e in più si aggiungono altri problemi… Il bambino non succhia bene e cresce poco, si rifiuta di poppare senza, e a volte il dolore non diminuisce nemmeno… Insomma, il bambino dovrebbe imparare a succhiare nel modo giusto dal seno nudo, quindi i paracapezzoli possono essere utili in pochi casi, e per poco tempo, ma appena la situazione migliora dovreste cercare di farne a meno…

Un’ultima cosa… sappiate che le mamme che hanno qualche difficoltà all’inizio dell’allattamento, se resistono e tengono a nutrire il proprio piccolo, saranno tra le mamme che allattano più a lungo e con più soddisfazione… Insistete, ne vale la pena! E non esitate a chiedere aiuto, perché sentire dolore non deve essere la norma, allattare è un piacere!

La sicurezza del parto in casa

lunedì, 21 giugno 2010

La prima cosa che mi viene detta quando dico di aver partorito a casa è questa: “Ah sì? Che coraggio!”. Da questo capisco che siamo ancora molto lontani da società come l’Olanda, dove il parto in casa è la norma e in ospedale vanno a partorire solo quelle donne che hanno dei problemi di salute. Il coraggio non c’entra, se mai si può parlare di consapevolezza, di fiducia, di determinazione. Queste qualità forse sono necessarie per affrontare questo percorso, ma il coraggio no. Il coraggio implica che tu stia facendo qualcosa di pericoloso, mentre invece il parto in casa, se ci sono le condizioni per poterlo effettuare, è la scelta meno pericolosa, mentre invece può essere rischioso il parto in ospedale. Se si conosce bene come funziona il nostro corpo, soprattutto in travaglio, se ci si affida a persone competenti, se si è in contatto col proprio bimbo e se tutti i parametri per una gravidanza fisiologica sono rispettati, allora il parto in casa è la scelta più sicura. Dirò di più: forse è più sicuro del parto ospedaliero anche in tante occasioni che non sono considerate “fisiologiche”, ma questo è un mio pensiero. Quindi, nessun coraggio. Anzi, secondo me bisogna essere impavidi per decidere di partorire in ospedale quando tutto va bene… è come entrare nella tana del lupo! Se vi chiedete come si possa avere certe garanzie, come per esempio cosa si fa se il bambino appena nato ha dei problemi, beh io credo che per i problemi risolvibili si possa fare in tempo ad andare in ospedale al minimo segnale (anche per questo le persone a cui ci si affida devono essere molto competenti), mentre per i problemi che non si possono risolvere… beh, sarebbe lo stesso essere in ospedale, non cambierebbe molto. Nei film, quando una donna partorisce, succede sempre un imprevisto, un qualcosa per cui c’è un’emergenza, ma nella realtà non è così, un parto indisturbato è qualcosa di molto tranquillo e soprattutto tranquille sono e devono essere le persone che vi assistono. Io ho sempre pensato che, se fosse successo qualcosa a mia figlia durante il parto e non avessimo potuto aiutarla, lo avrei accettato ancora di più essendo a casa, perché avevo comunque cercato di regalarle la nascita più serena possibile. Le emergenze e i drammi esistono, ma lasciando fare al proprio corpo, senza scadenze, pressioni, interferenze inutili e dannose, questi vengono limitati al massimo. Se poi succede comunque qualcosa di irreparabile, non credo che sarebbe diverso in ospedale. Quello che è diverso, sicuramente, è che nella propria casa vengono rispettate tutta una serie di condizioni che fanno sì che la nascita si compia nel modo migliore possibile, e di conseguenza nella maggior sicurezza possibile.

L’ostetrica ti darà la disponibilità a seguire il tuo parto se il travaglio partirà a termine, cioè tra la 37esima e la 42esima settimana, sarà disponibile telefonicamente in qualsiasi momento per consigli e rassicurazioni, e quando sarà il momento verrà a casa tua e sarà una presenza costante ma non invadente. Rispetterà i tempi del tuo travaglio, i tempi del tuo corpo e del tuo bambino; non ti farà pressioni non necessarie perché sa che sono controproducenti e assolutamente inutili; controllerà il battito del tuo bambino per assicurarsi che stia bene; ti starà accanto cercando di alleviare il tuo dolore con massaggi o consigli pratici, e senza parlare, se non per le cose strettamente necessarie. Ti sarà accanto quando sta per uscire il bambino, con pazienza e senza quell’ansia tipica degli ospedali, dandoti sostegno in questo momento di passaggio e aiutandoti ad accompagnare fuori il bambino senza lacerazioni. Ti aiuterà ad accogliere il tuo piccolo nelle tue braccia e sul tuo petto, ancora attaccato al cordone, in quel primo istante di infinità in cui tu e lui vi guardate negli occhi e vi riconoscete… Controllerà che il bambino stia bene e che i suoi parametri vitali siano soddisfacenti, ma senza “torturarlo” con pratiche fastidiose e inutili. Ti lascerà sola con la tua nuova famiglia a fare conoscenza, anche per ore, e poi ti aiuterà ad allattare il tuo piccolo per la prima volta. Ti ricorderà che il parto non è ancora concluso perché la placenta è ancora dentro di te, così ti aiuterà a farla uscire. Se vorrai, ti spiegherà come mettere in pratica la nascita Lotus, o se no taglierà il cordone solo dopo che avrà smesso di pulsare. Se ne avrai bisogno, cucirà eventuali lacerazioni e ti spiegherà qualche trucco per evitare fastidi nel post partum. Nei giorni seguenti, verrà a visitarti ogni giorno per vedere se tutto sta precedendo bene, e saprai di poter contare su di lei per ogni minima incertezza. Non potreste avere assistenza migliore, soprattutto nel post partum, e non vi sentirete sole e abbandonate come accade spesso alle mamme che partoriscono in ospedale e che, una volta a casa, non hanno nessuno a cui rivolgersi per eventuali dubbi.

Dal punto di vista pratico, avrai solo bisogno di trovare un’ostetrica che ti accompagni in questo percorso. Il mio consiglio è di cercarne una all’inizio della gravidanza, ma anche se siete un po’ avanti provate lo stesso, se avete improvvisamente deciso che l’ospedale non fa per voi. Dovrete cercare un po’, forse, perché un’ostetrica assomiglia più ad un’amica che a un medico, non è che una vale l’altra! A parità di professionalità e competenza, ce ne sarà una che magari non vi convince anche se non sapete spiegare il perché, e una che a pelle vi piace molto… beh, naturalmente scegliete la seconda! Dovrete creare con lei un legame di fiducia, di amicizia, di confidenza tale per cui possiate affidarvi a lei per qualsiasi cosa durante la gravidanza e il parto… e se non è la persona giusta sarà molto difficile. Quindi non vi fermate alla prima persona che incontrate, valutate bene la vostra scelta.

Per quanto riguarda il costo, mi sembra che vada dai 1000 ai 2000 euro; in alcune regioni italiane viene rimborsata una parte della spesa dalla Regione, ma comunque è una spesa importante. Beh, pensate che ne vale davvero la pena, perché vi assicurate un’assistenza migliore di qualunque altra, e in questo modo potrete dare a vostro figlio e a voi stesse la nascita più tranquilla possibile.

Per partorire a casa non sono necessarie molte cose, e comunque la persona che vi seguirà vi fornirà un elenco dettagliato. Per accennarvi… saranno necessari dei nylon, delle lenzuola, degli asciugamani, una borsa dell’acqua calda e una del ghiaccio, una torcia, una stufetta, se volete della musica, dei cuscini… Vedrete che emozione mettere insieme tutte queste cose in vista del parto!

Insomma, credo che molte mamme sceglierebbero di far nascere il loro piccolo tra le mura domenstiche se solo se ne parlasse un po’ di più, perché se si dà retta a ciò che ci dice il cuore (e la pancia!), facendo tacere le ansie e le preoccupazioni che spesso le altre persone ci mettono, questo modo di vivere la nascita è quello che più si avvicina ai desideri delle future mamme: avere il proprio spazio conosciuto, poter vedere rispettati i propri tempi e sapere di poter avere piena fiducia nel proprio corpo. Queste sono anche le condizioni che rendono il parto maggiormente sicuro. Dopo un parto in casa (o potremmo dire un parto indisturbato, anche se in ospedale), la donna si sente forte, perché sa di aver partorito solo con le sue forze, seppur con l’aiuto di altre persone in certe fasi del parto. E credetemi, questa consapevolezza è fondamentale, fa stare veramente bene e spesso può cambiarvi la vita!

Rispondiamo ai commenti della gente…

martedì, 1 giugno 2010

Si sa, quando si fanno scelte “fuori dal coro” ci si deve aspettare commenti indesiderati e osservazioni non richieste, oltre che dai parenti, anche dal pediatra, dagli amici… e dai passanti! Oltre ad occhiatacce se si sta, per esempio, allattando un bambino di più di 1 anno, spesso le persone non si fermano lì, e continuano anche a parole… Allora perché non avere un po’ di risposte pronte da usare quando se ne presenta l’occasione? Io spesso rimango sprovvista di frasi ad effetto, ma magari pensandole e scrivendole qui le memorizzo ;-) Proviamoci!

Sul parto in casa… La prima cosa che ci sentiamo dire, dopo che l’interlocutore si è accertato che non si è trattato di un parto precipitoso, ma proprio di una scelta, è sicuramente “Che coraggio!“, e quindi io ribatterei subito con un “Secondo me di coraggio ne deve avere molto di più chi va a partorire in ospedale, te ne fanno di tutti i colori!!!”. Poi di solito si passa a chiedere se c’erano le ostetriche… Si può rispondere “Sì ma in verità non sono state molto utili… ho fatto tutto da sola!”. Non ho mai provato… ma deve essere divertente l’espressione che vedete dipingere sul volto del malcapitato!

Sull’allattamento prolungato… Qui ce ne sarebbero da dire di tutti i colori, ma il commento più gettonato è “Ma come, allatta ancora?“. Ci sono più opzioni: se si vuole andare sullo scientifico, si può dire “Certo, infatti anche l’OMS raccomanda di allattare ALMENO fino ai 2 anni di età. Come, non lo sapeva?”. Oppure si può andare sull’ironico “No, ha finito, credo che adesso vorrà un pezzo di pane!”. O altrimenti si può attaccare l’avversario cercando di indebolirlo facendolo sentire un inetto, elencando tutti i benefici dell’allattamento prolungato, per mamma e bambino. Altre volte si spingono oltre, e arrivano a chiedere “Ma quando smetterà?“. Un classico: “Quando ne avremo voglia tutti e due”, oppure se volete andare sul pesante (e avete un figlio maschio): “Quando sarà più interessato alle tette di qualcun’altra!”. Se no anche dire, semplicemente e col sorriso “E che ne so! Non ne abbiamo ancora discusso!”.

Sul dormire insieme… Qui di solito partono con l’elenco di tutti i rischi a cui si va incontro se si dorme insieme… Voi potete controbattere che “ricerche recenti” hanno invece smentito queste “dicerie popolari”, e hanno invece affermato che è l’opzione più sicura anche per combattere la SIDS, tranne che in presenza di genitori annebbiati dalla droga o dall’alcool. Il respiro del bambino e della mamma si sincronizzano così che il bambino è portato a “non dimenticare” di respirare, come a volte accade. Una volta superata la questione del pericolo, si passa ai vizi: “Ma così resterà nel lettone fino a 18 anni!“. Se siamo scocciati si può rispondere “Beh, se va bene a noi che problema c’è?”, oppure se siamo particolarmente gentili possiamo provare a spiegare che i bisogni soddisfatti non si ripresentano più, quindi dando vicinanza e calore fisico al bambino piccolo, nutrimento di cui lui ha un effettivo bisogno, una volta che sarà soddisfatto, avrà tutte le risorse per affrontare la cameretta singola e tutto il resto… Come quando abbiamo voglia di un gelato: la voglia ci rimane quando non possiamo mangiarlo o quando ne facciamo una scorpacciata? Un’altra variante, a metà tra lo scocciato e il disponibile, è questa: “In fondo noi adulti dormiamo quasi sempre con qualcun altro, perché è piacevole, quindi perché dovremmo pretendere da un neonato o da un bambino piccolo che dorma da solo?”.

Sul portare…Ma non soffoca là dentro?“, “Ma respira?“, “Ma sta comodo?” sono tutte domande che mi sono sentita rivolgere le prime volte che uscivo con Vera nella fascia… Non ero ancora preparata a ciò, ma dal profondo di me è venuto fuori un “Ma secondo lei dormirebbe così beata se stesse scomoda?”. Poi, col crescere del cucciolo, ci sentiamo dire “Ma non pesa troppo?“, allora possiamo controbattere con un ironico “No, ha il peso giusto per la sua età”, oppure con un sincero “Guardi, a me dà molto più fastidio portarmi sempre appresso quell’aggeggio, il passeggino… ci sono un sacco di barriere architettoniche!”. Invece ultimamente, prendendo in braccio Vera nei negozi, mi sono sentita dire (veramente erano rivolti alla piccola, ma per fortuna lei ancora se ne frega): “Ma non sei grande per stare in braccio?“. Non ho avuto la risposta pronta, anzi ho preferito far finta di nulla, ma la prossima volta credo che risponderò: “No no, la mamma riesce ancora benissimo a tenerla, e poi è un piacere anche per me!” con tanto di sorriso smagliante.

Sulla socializzazione… “Ma non va al nido?” Sembra che se un bambino non va al nido, oppure (rabbrividiamo al solo pensiero!) alla scuola materna, ci sarà una catastrofe nel suo sviluppo… Non parlerà, non camminerà, non SOCIALIZZERA’… e quindi diventerà un serial killer o un deviato… Non mi è ancora capitato di dover approfondire, per ora (ma Vera ha solo 2 anni!) è bastato un “No, sta con me”, ma alla prossima occasione potrei esagerare con un “Il nido è solo un posto dove si possono lasciare i bambini per fare in modo che le mamme lavorino… Lo hanno evoluto fino a farlo diventare un posto accettabile, ma credo che per un bambino la vera socializzazione si possa avere solo nel mondo reale, non chiusi tutto il giorno in una scuola…”. Sorriso e… arrivederci!