Archivio di novembre 2009

Svezzamento “al naturale”

mercoledì, 25 novembre 2009

Il termine svezzamento viene usato con due significati diversi: iniziare ad introdurre nella dieta del bambino altri cibi diversi dal latte materno, e smettere di allattare. Le due cose sono molto diverse, ma sicuramente correlate, perché il processo che inizia quando si propongono al bambino cibi diversi dal latte non può che concludersi, prima o poi, con la fine dell’allattamento al seno.

Ho allattato Vera in modo esclusivo almeno fino a 6 mesi, ma non ricordo esattamente fino a quando! So però che già prima dei 6 mesi la mettevamo a tavola con noi, sul seggiolone, in modo che non si sentisse sola quando mangiavamo, e lei si intratteneva mordendo carote, sedano e finocchi crudi. Quando aveva circa 4 mesi e mezzo aveva cercato di prendermi della carne dal piatto! E visto che a 5 mesi e mezzo stava seduta, abbiamo capito che il suo interesse per il nostro cibo la avrebbe portata a voler assaggiare molto presto. Infatti lei non aspettava altro! Verso i 6-7 mesi, quindi, abbiamo iniziato a farle assaggiare le cose che mangiavamo noi, cose semplici e cucinate in modo sano, naturalmente. Lei assaggiava tutto e sembrava molto contenta.  Naturalmente, al di fuori di quei piccoli assaggi, tanto latte di mamma a volontà! Ho iniziato il percorso di svezzamento senza preoccupazioni o ansie, perché il fatto di allattare ancora a richiesta mi dava la certezza di assicurare a mia figlia tutto ciò di cui aveva bisogno. Quasi sempre Vera poppava prima di sedersi a tavola con noi, così era tranquilla, con la fame soddisfatta, e pronta ad assaggiare nuove cose e a fare esperimenti. Per un po’ di mesi si può dire che non stesse mangiando veramente, ma si divertiva e giocava, sperimentando nuovi sapori. In realtà non so dire neanche quando abbia iniziato a mangiare veramente, perché ho sempre cucinato le stesse cose per tutti, e lei assaggiava da noi e mangiava quanto voleva. Si faceva capire benissimo quando non ne voleva più! E poi chiedeva la tetta, naturalmente! Non so nemmeno quanto mangiasse, perché preparavo due dosi abbondanti (per me e per il papà) senza pesare e misurare, e così era tutto più semplice. Ho provato due volte a preparare il brodo vegetale, ma non ha voluto assolutamente mangiarlo, così ho deciso che avremmo deciso noi (io e lei) cosa, come e quanto. È andato tutto benissimo, il momento del pasto è sempre una gioia per lei, qualsiasi cosa stia facendo corre al tavolo e vuole entrare nel seggiolone, e mentre inizio a mettere in tavola inizia già a urlare “Am! Am!”. Da circa un mese sa mangiare da sola con le posate, anche se spesso a fine pasto troviamo un bel po’ di pappa sotto al seggiolone, ma evitiamo di faticare troppo mettendo un tappeto lì sotto, così dopo è più facile pulire. Prima si faceva imboccare senza tanti problemi, oppure mangiava da sola con le mani. Ancora adesso, se un giorno non ha fame o non le va quello che ho preparato, mangia pane e altre cose e poi recupera con il mio latte.

Se si aspettano almeno i 6 mesi del bambino, non c’è bisogno di preparare cose speciali per iniziare lo svezzamento, perché a differenza di un lattante di 3 mesi, a 6 mesi i bambini possono già masticare piccoli pezzi di cibo (anche se non hanno ancora i denti!), e quindi ciò rende possibile adattare il nostro pasto anche a loro, senza troppe difficoltà. Non c’è neanche bisogno di usare piatti o bicchieri particolari, ne basterà uno infrangibile, e se un bambino non ha mai usato il biberon, può tranquillamente crescere senza usarne mai uno! I piccoli sanno bere dal bicchiere anche appena nati, quindi a maggior ragione basta procedere con calma, senza beccucci o altre particolarità!

Secondo me le cose importanti da tenere in mente sono queste:

-mai forzare il bambino a mangiare qualcosa: se non gli va forse significa che non è pronto, alcuni bambini iniziano a mangiare ben oltre i 6 mesi, e forse può avere dei problemi di allergia che lo portano a preferire il latte materno per tutto il primo anno di vita e oltre;

-se il bambino butta fuori con la lingua gli alimenti solidi vuol dire che non è ancora pronto ad assaggiare qualcosa di diverso dal latte, e se non sta seduto è ancora presto per iniziare a mangiare “da grandi”;

-con lo svezzamento naturale inizia un graduale allontanamento dal seno, che si concluderà con la fine dell’allattamento, ma che può impiegare anche diversi mesi o addirittura anni per compiersi! Il tutto avverrà così gradualmente che piano piano il bambino aumenterà la quantità di cibo diverso dal latte, facendo diminuire il nutrimento che ottiene attraverso il seno, senza quasi accorgersene!

-Anche durante il secondo anno di vita il latte materno è un’ottima fonte di nutrimento, e oltre a questo l’allattamento costituisce anche un mezzo di legame col bambino, quindi non c’è alcun motivo per interromperlo, se la mamma e il bambino lo desiderano.

Che dire di più, anche in questo caso credo che non si possa sbagliare se ci si fa guidare dal nostro intuito e dal comportamento del nostro “saggio” bambino, evitando di seguire consigli (sì, anche quelli del pediatra!) se ci sembrano non adatti a noi e al nostro bambino, naturalmente in assenza di patologie! Buon appetito! ;-)


L’alternativa ecologica (e comodissima!) agli assorbenti

sabato, 21 novembre 2009

Durante i nove mesi di gravidanza una delle cose che si possono apprezzare è l’assenza di mestruazioni! Per chi, come me, le ha dolorose, non ne sente assolutamente la mancanza! Ma poi, presto o tardi, ritornano. Anche allattando a richiesta e esclusivamente al seno nei primi mesi, può succedere che tornino abbastanza presto, magari in modo non regolare… o se sei fortunata starai senza anche 18 mesi o più! In ogni caso, prima o poi il tuo corpo ti avvisa che sta tornando fertile, che si rimette “in moto”, e quindi si pone il problema di cosa usare durante i giorni del flusso mestruale. Io, prima della gravidanza, usavo assorbenti di cotone per evitare fastidi dovuti a “materiali plasticosi”, oppure assorbenti interni che mi facevano sentire più a mio agio ma che in qualche modo sentivo non essere la cosa più sana e naturale del mondo… Quindi dopo la gravidanza mi sono trovata un po’ spiazzata nel dover scegliere di nuovo a cosa affidarmi… Non me la sentivo più di mettere gli assorbenti interni, ma mi davano particolarmente fastidio anche quelli di cotone.

Ho avuto la fortuna di sentir parlare (anzi, di leggere) della Moon cup, una coppetta in silicone morbido che si inserisce in vagina e che raccoglie semplicemente il sangue mestruale. Ogni 4-6 ore si toglie, si svuota, si sciacqua e si rimette. Ho deciso di provarla, visto il suo costo relativamente basso (circa 35 euro), e considerato che ad ogni ciclo facevo fuori almeno una confezione di salvaslip e due o tre di assorbenti di cotone, per un totale di circa 15-20 euro. L’ho comprata, l’ho provata subito (al di fuori del ciclo mestruale) e poi l’ho collaudata durante il successivo ciclo. Beh, provare per credere! I pregi sono decisamente tanti: è economica, considerando che dura anche e più di 10 anni; è ecologica perché, così come usando i pannolini lavabili, si evita di inondare il mondo di assorbenti che impiegheranno centinaia di anni a distruggersi; è comodissima, perché non devi portarti dietro assorbenti di ricambio anche quando sei fuori casa, e basta un lavandino dove sciacquarla, per rimetterla pulita. Anche se per caso finisci in una toilette dove non c’è acqua, beh puoi anche rimetterla senza sciacquarla, e farlo poi appena arrivi a casa. E non sei infastidita da assorbenti più o meno ingombranti, più o meno soffici, più o meno evidenti… oltre a non sentire più lo sgradevole odore che spesso accompagna quei giorni! L’unico requisito che secondo me bisogna avere per usare la Moon cup è quello di avere una certa confidenza col proprio corpo, e non bisogna provare fastidio all’idea di avere qualcosa dentro, che comunque, se posizionato bene, non si sente minimamente. E se si toglie il dolore del ciclo che alcune donne provano, usando la Moon cup è quasi come non avere le mestruazioni! Esiste in due taglie: la A per chi ha almeno 30 anni e/o ha avuto un parto vaginale, la B per chi ha meno di 30 anni e/o non ha avuto un parto vaginale. Se siete interessate potete trovare maggiori informazioni e vedere anche il video esplicativo qui:

http://www.labottegadellaluna.it/moon_c.html

Se volete acquistarla da un rivenditore della vostra zona, andate a cercare quello che vi è più vicino:

http://www.labottegadellaluna.it/rivenditori.asp

Dopo aver capito che la Moon cup faceva per me, ho fatto ancora un ulteriore passo: visto che comunque ho delle piccole perdite anche usando la coppetta, mi sono procurata dei salvaslip lavabili, per i soliti motivi: risparmio di denaro e ecologia. E ho trovato una mamma che li fabbrica da sé, e li vende a prezzi molto competitivi (7 euro l’uno). Sono fatti molto bene, si possono lavare a 60° anche con i pannolini dei bimbi e asciugano in fretta! Sono davvero comodissimi e non si ha quella perenne sensazione di bagnato che si prova coi salvaslip usa e getta, perché essendo in cotone non fanno sudare (Se qualcuna fosse interessata, visto che questa mamma non ha un sito, scrivetemi in privato e farò da tramite!).

Insomma, sono felicissima perché ora ho il mio kit mestruazioni totalmente ecologico!;-)

Il dolore del travaglio

lunedì, 16 novembre 2009

Molte donne, quando pensano al parto, temono il dolore delle contrazioni, specialmente se sentono dire (come a volte succede) che è simile a quello di una colica renale… Secondo me la paura può già essere attutita dal sentir dire (cosa che nessuno dice mai, però) che il corpo della donna è ben attrezzato contro il dolore delle doglie, perché viene mandata in circolo un’elevata concentrazione di ormoni che attenua la percezione del dolore… ed è per questo che ad un certo punto le donne che stanno partorendo non sono più “sulla terra”, ma perdono un po’ coscienza della realtà. Tutto ciò naturalmente è temporaneo e legato solo al processo del parto, ma è di importanza vitale. All’inizio il dolore è gestibile, dura pochi istanti, e le pause tra una contrazione e l’altra sono lunghe… in quei momenti scompare tutto il dolore. Poi, man mano che il travaglio avanza, le contrazioni durano sempre più a lungo e le pause sempre meno… Anche se il dolore continua ad aumentare con il procedere del travaglio, la donna non lo sente sempre più forte, ma ad un certo punto perde il contatto con il mondo che la circonda: ecco perché non si può paragonare un parto ad una colica renale: in questo secondo caso, infatti, non c’è nessun processo di analgesia naturale che viene messo in atto dal corpo umano. Il travaglio indotto con la somministrazione di ossitocina sintetica, invece, oltre a non attivare gli ormoni che proteggono dal dolore, inizia subito con contrazioni molto forti, che la mamma spesso non riesce a gestire, a differenza di quelle “naturali”.

Inoltre, una madre in travaglio sa che quella prova che sta cercando di superare ha un significato importantissimo, sa che tutto quello che accade ha un senso ben preciso, perché presto avrà tra le braccia il proprio cucciolo e non sentirà più alcun dolore, ma solo una grande gioia. Sapendo poi (anche questo non lo dice mai nessuno, chissà perché!) che il dolore sentito dalla mamma protegge anche il piccolo (perché la presenza degli ormoni aiuta anche il piccolo nel suo duro compito di discesa nel canale), beh si resiste ancora un po’ di più! Inoltre, spesso il dolore costringe la mamma a cambiare posizione, e a volte questo è proprio ciò che aiuta la discesa del bambino, anche quando esso sia posizionato in modo non ottimale.

In ospedale spesso si fa ricorso all’anestesia epidurale, ma ci sono molti effetti collaterali che spesso non vengono messi in chiaro e quindi la donna spesso si trova a dover prendere una decisione senza possedere le giuste informazioni. Per esempio, con l’anestesia epidurale ci può essere un improvviso calo di pressione sia della mamma che del bambino, e questo quindi comporta che venga fatta anche una flebo per aumentare il livello dei liquidi ed evitare cali di pressione (ciò limita la possibilità di movimento); nel 20% delle donne causa febbre che può portare problemi anche al bambino; l’epidurale non sempre funziona, o a volte le donne non ne apprezzano gli effetti; se viene somministrata troppo presto, può rallentare la dilatazione e la discesa del bambino nel canale del parto; i travagli con epidurale hanno statisticamente più probabilità di finire in parto cesareo o parto operativo (parto con forcipe o ventosa); i neonati che nascono hanno talvolta difficoltà respiratorie e a succhiare dal seno; spesso, sia perché la madre non sente bene le spinte, sia per la posizione obbligata sul lettino, la fase espulsiva dura di più. Questi sono solo alcuni degli effetti collaterali, ma secondo me il più importante è che, venendo a mancare gli ormoni naturali che aiuterebbero mamma e bambino a superare le difficoltà del parto tramite la loro comunicazione profonda, è come se il bambino ad un certo punto perdesse il contatto emotivo con la madre, che non sente più dolore, che non soffre con lui, che non lo aiuta ad uscire inondandolo con i suoi ormoni protettivi. Michel Odent, nel suo libro “La scientificazione dell’amore”, cita uno studio in cui alcune pecore erano state sottoposte ad anestesia epidurale durante il parto. Queste pecore, una volta nati i cuccioli, non li avevano riconosciuti e non li avevano accuditi. E se succedesse qualcosa di simile anche alle mamme umane? E se l’epidurale diminuisse il rilascio degli ormoni del parto (endorfine, ossitocina naturale, ecc.) che favoriscono anche l’innamoramento del primo incontro? In fondo siamo sempre mammiferi! Se fosse così, mamma e bambino verrebbero in contatto per la prima volta (vedi ) senza la carica ormonale necessaria per vivere al meglio il periodo critico. Lascio cadere qui il discorso e il dubbio…

Ci sono però anche diversi modi “naturali” per cercare di destreggiarsi nelle onde… e sicuramente, se vi affiderete ad un’ostetrica, lei potrà consigliarvi i metodi migliori per voi. Un modo per sentire un po’ meno dolore è quello di muoversi, di cercare le posizioni che nel vostro caso possano alleviare un po’ la stretta delle contrazioni… (ecco perché stare sul lettino d’ospedale, ferme e magari col monitoraggio attaccato, non aiuta affatto e anzi amplifica le sensazioni dolorose delle contrazioni). Spesso si consiglia di muoversi, di camminare, di ondeggiare il bacino… ma io credo che ascoltando il proprio corpo non si debba imparare nessuna particolare strategia… assecondate il vostro corpo, provate tutto ciò che vi viene in mente, perché non tutti siamo uguali e ciò che può dare sollievo a noi può essere terribilmente fastidioso per un’altra persona, e viceversa. Possono essere utili dei massaggi sulla schiena, se avete dolore nella zona lombare, effettuati in modo energico, e applicazioni di asciugamani caldi (le mie ostetriche li scaldavano nel forno). Il getto caldo della doccia sulla pancia o sulla schiena possono rilassare notevolmente il corpo e far sentire meno il dolore, anche se l’intensità delle contrazioni non diminuisce, ma anzi si rafforza. Entrare in una vasca con acqua calda può sortire lo stesso effetto, ma attenzione che l’immersione (a differenza della doccia) può bloccare un travaglio nelle sue fasi iniziali. Non per tanto, certo! Se volete vedere se potete riposarvi un po’, provate ad entrare in acqua, se non è ancora il momento giusto le contrazioni si fermeranno, altrimenti aumenteranno di intensità e il travaglio andrà avanti velocemente.

Un altro modo per calmare il dolore può essere quello di ascoltare una musica familiare, rilassante, che faciliti la concentrazione su ciò che sta accadendo dentro il vostro corpo, che vi aiuti a entrare in contatto col bambino che sta nascendo: durante le fasi iniziali del mio travaglio ho ascoltato tante e tante volte di seguito lo stesso cd che mi aiutava a “perdermi dentro di me”, e ancora adesso mi vengono i brividi se mi capita di riascoltarlo… Potete anche immaginare, visualizzare il percorso del bambino dentro di voi, il vostro corpo che si apre, un fiore che sboccia… tutto questo aiuta davvero la dilatazione, anche se può sembrare strano. Anche il fatto di avere accanto una persona cara, il proprio compagno, un’amica intima, una persona di cui ci si fida ciecamente e che possa fare da tramite con il mondo esterno, può farvi sentire più tranquille e quindi più rilassate, condizione che rende le contrazioni meno dolorose.

Anche se non a tutte viene di farlo, potete provare con le vocalizzazioni. Io avevo provato ad “allenarmi” anche in gravidanza, producendo delle AAA di varie intensità e toni, mentre ero rilassata e appoggiata al corpo di mio marito… beh, lui era molto più bravo di me! Non la sentivo una cosa mia, non faceva per me, ma quando, verso la fine del travaglio (solo verso la fine, purtroppo!) ho iniziato a sostituire il mio respiro affannato con delle AAA aperte per affrontare ogni contrazione, sentivo che erano più gestibili… era come un modo per controllare il dolore, non ne ero sopraffatta (non respiravo più come quando si fanno le scale di corsa, per intenderci) ma le “urlavo”, era come se dentro di me le stessi gestendo, comandando. Alla fine, nella fase espulsiva, non dovevo pensare a nulla, una voce quasi primordiale usciva dal mio corpo (per la gioia dei vicini ;-) )!

Insomma il travaglio, anche se doloroso, ha uno scopo ben preciso, e cioè quello di trasformarvi in madri, quando finalmente conoscerete il vostro bambino. Diventare madre è un’esperienza magica, incredibile, e sapere di poter diminuire il dolore con dei modi che non disturbino né noi né il nostro bambino penso sia molto importante. Ogni mamma troverà il suo modo per arrivare alla meta, e quando avrete il vostro cucciolo tra le braccia vi dimenticherete di tutto il dolore provato!

Allattare… fino a quando?

mercoledì, 11 novembre 2009

Ciuccia che ti ciuccia, siamo arrivati a 19 mesi di allattamento… Quando allatto in giro ci sono sempre sguardi di disapprovazione, di stupore, di meraviglia e quasi mai di complicità e di rassicurazione… come se stessi facendo una cosa sbagliata, come se la mia bambina fosse troppo “grande” per poppare. Ma invece i bambini che non sono più (o che non sono mai stati) allattati possono tranquillamente avere il loro ciuccetto fino ai 3-4 anni… quello sì che è lecito! Spesso le persone pensano e agiscono conformandosi alle credenze della “cultura” di massa senza farsi troppe domande… Io di quella “cultura” non faccio più parte da tempo, e ne sono molto felice! Le scelte che ho fatto e che faccio ogni giorno nel crescere mia figlia non sono frutto di un capriccio temporaneo, di un’improvvisata “diversità”… Per esempio, non ho scelto di allattare fino a tot mesi, a tot anni, ma semplicemente sto seguendo ciò che la mia bambina mi chiede, sapendo che le sto facendo del bene.

I bambini non hanno bisogno del latte materno per un periodo che possono decidere pediatri e esperti, perché il latte materno non è solo un insieme formidabile di sostanze nutritive che si adeguano al fabbisogno del bambino man mano che cresce, ma è anche un mezzo per sentire il calore e la sicurezza del contatto con la mamma. E ci tengo a precisare che il latte materno è un’ottima fonte di nutrimento per il bambino, ben oltre il compimento del primo anno d’età!

Alcuni bambini spontaneamente decidono che non hanno più bisogno di poppare, quindi si svezzano abbastanza presto, e va benissimo così. Ma altri bambini hanno bisogno di un contatto più prolungato con il seno materno, e credo che sia un vero gesto d’amore andare incontro alle loro esigenze ascoltando e soddisfacendo le loro richieste. Certo, per la mamma deve essere un piacere e non una cosa che sceglie di fare solo per “dovere”, perché in quest’ultimo caso continuare il rapporto di allattamento non avrebbe senso. Il bambino lo sentirebbe, e potrebbe reagire chiedendo ancora di più di ciucciare, esasperando in tal modo la mamma che già è in difficoltà… Se la mamma di un bambino “grandicello” sente che per lei allattare sta diventando una cosa che le pesa e che non è più un piacere, io credo che dovrebbe cercare di capire se è veramente l’allattamento che le pesa, o se sono invece le pressioni esterne, o se ci sono altre motivazioni per cui non riesce ad andare avanti tranquillamente. Se proprio è sicura che la cosa migliore sia smettere di allattare, forse potrebbe trovare un modo “dolce” per diradare sempre di più le poppate, ma senza prendere in giro il bambino o togliendogli il seno di colpo. Il consiglio che si dà di solito (La Leche League) in questi casi è quello di “non offrire e non rifiutare”, e se il bambino è abbastanza grande si può provare a non allattare più di notte (dicendo al bambino che da quella sera il latte si prenderà solo prima della nanna e poi al mattino, e naturalmente offrendo un’alternativa in caso di risveglio: essere cullato, un bicchier d’acqua, una coccola…). Insomma, i modi dolci possono essere molti, ma nel mio cuore spero che sempre più mamme decideranno di aspettare il momento giusto per il loro bambino, il momento in cui spontaneamente non cercherà più il seno, e in cui avrà soddisfatto in pieno il suo bisogno di latte di mamma.

Spesso è difficile andare avanti, perché hanno il sopravvento la paura del giudizio, il timore di non fare le cose “giuste” che indicano i pediatri o certi “esperti”, i consigli della nonna, la stanchezza, la solitudine… La stanchezza c’è, certo, ma non è l’allattamento! Anzi, io trovo che spesso il fatto di allattare mi abbia garantito molte pause in più, molti più sonnellini della mia piccola che mi davano il tempo di leggere un libro mentre lei poppava e poi dormiva… e così via. E’ proprio il fatto di essere mamma che provoca stanchezza, ma non certo l’allattamento!

L’allattamento può diventare “faticoso” (più per la dipendenza del bambino dalla mamma, che non per la stanchezza fisica, secondo me) specialmente in momenti in cui le poppate aumentano, per motivi diversi (malattia, cambiamenti, …), ma in quei momenti si può pensare che comunque le difficoltà passeranno, e man mano che il bambino cresce sarà sempre più in grado di affrontare le piccole prove della vita anche senza fare riferimento al rapporto di allattamento. Avrà interiorizzato tutto l’affetto e il calore della mamma ricevuto fino a quel momento, e potrà andare nel mondo… senza la tetta di mamma! Prima o poi tutti i bambini smettono di poppare, su questo non ci piove! E io credo che rispettare in pieno le esigenze dei nostri cuccioli, con un po’ di pazienza e pensando che poi ricorderemo con nostalgia questo periodo della nostra vita di donne, non possa che far crescere sereni i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani. E che, spero, potranno vivere nel mondo in modo diverso da come stiamo facendo noi, con più rispetto e amore per le esigenze del pianeta, così come è stato fatto con loro…

Mamme canguro con pelliccia

venerdì, 6 novembre 2009

Visto che ultimamente le temperature sono scese un po’, ho pensato di dedicare questo post al portare nella stagione invernale… La fascia si usa tutto l’anno, naturalmente, ma in inverno c’è qualche complicazione in più. D’estate è più facile, perché la fascia si mette sopra una maglietta e non ci sono problemi, il bambino al massimo suda un po’ (e anche la mamma) ma non succede nulla di grave. Se si ha troppo caldo con la fascia lunga elastica (a me è successo così), consiglio di dotarsi di una fascia corta, di cotone leggero, o di due fasce da mettere incrociate, e da usare come si userebbe l’incrocio fatto con la fascia lunga. Se si ha un mei tai, il problema non si pone perché la stoffa addosso al portatore non è molta. Inoltre, d’estate non è un problema nemmeno allattare avendo addosso la fascia, basta mettersi una maglietta con lo scollo abbastanza morbido e un reggiseno morbido, tipo brassière, da poter tirare giù la stoffa fin sotto il seno, e il gioco è fatto.

Ma torniamo all’inverno… Devo mettere la fascia sotto la giacca o sopra? Come vesto il bambino? E quando entro in un negozio come faccio? Queste sono alcune delle domande che ci si può fare… e io cercherò di rispondere prendendo spunto dalla mia esperienza e da quella di altre mamme canguro che conosco!

Vediamo un po’… Se il bambino sta davanti, ed è ancora abbastanza piccolo, secondo me la cosa migliore è metterlo nella fascia come sta vestito in casa, e coprirlo con la giacca che ci mettiamo noi, magari quella che usavamo col pancione, o la giacca del nostro compagno se è un po’ più larga. Così, se entriamo in un negozio non dobbiamo fare altro che sbottonare la giacca e il bambino non avrà caldo. Se è più grande e non sta più nella giacca, ma sta sempre davanti, io consiglierei di metterci noi una giacca che lasceremo aperta sul davanti (noi non avremo freddo se ci copriamo con una sciarpa calda, perché abbiamo il bambino che ci copre davanti), e il bambino può essere coperto con una specie di poncho di pile o che sia comunque caldo, magari con un cappuccio, un laccetto per legarlo sotto il mento e poi che possa coprirgli anche i piedini che spuntano dalla fascia. Così, se entrate in un luogo in cui fa caldo, potete semplicemente togliergli il poncho e non avrà caldo. Questo si può far cucire su misura (o adattare una semplice copertina di pile) o trovare già fatto: guardate qui: http://mamdesign.net/carrying/clothes/mamcover.html

Se no si può provare a fare una specie di mantella per mamma e bebè con un grande quadrato di pile, facendo due buchi per la testa della mamma e del piccolo… se si sa cucire o se si ha qualche amica che lo può fare per noi, non dovrebbe essere troppo difficile. Però credo che quando fa molto freddo non sia sufficiente… al massimo può andare bene quando le temperature non scendono troppo.

Se il bambino sta sulla schiena, o se sa camminare e quindi sale e scende, o se pensate di fare una lunga passeggiata senza entrare in luoghi troppo caldi, potete semplicemente mettere la giacca al bambino, mettervi anche voi la giacca, e metterlo sulla schiena così vestiti. Così se vuole scendere è vestito abbastanza, e non rischia di prendere freddo. Io l’anno scorso ho iniziato ad usare il mei tai in inverno e ho sempre vestito me e la bimba separatamente, perché non conoscevo molte alternative e non potevo permettermi una giacca per portare. Quando entravo in un negozio con la bimba sulla schiena, semplicemente cercavo di non starci molto, e lei mi aiutava in questo perché se stavo ferma e non camminavo non aveva molta pazienza! Se invece voi potete spendere un po’ e volete essere comode, potete sempre prendere una giacca fatta apposta per chi usa la fascia: si possono usare per portare sia davanti che dietro. Date un’occhiata qui:

http://mamdesign.net/carrying/clothes/twoway.html

http://mamdesign.net/carrying/clothes/mamponcho.html

http://www.jacquelinejimmink.com/bambigioi/italiaans/html/portareinverno.html

http://www.babycanguro.com/tutine_in_pile_per_bambini.html

http://www.babycanguro.com/mamabutterfly_pile.html

Usando una giacca per portare, che sono molto comode da infilare e sfilare, non ci sono molte difficoltà, anche se credo che quando il bambino è grande e vuole salire e scendere non sia più molto utile, anzi forse può diventare un impiccio, perché per farlo scendere dobbiamo spogliarci anche noi!

Questi sono solo degli spunti che mi sono venuti in mente, poi ogni esperienza è a sé, quindi se avete altre idee o suggerimenti non esitate a raccontarceli, è sempre utile imparare qualche altro modo di portare in mezzo a giacche e giacconi!

L’inizio del legame madre bambino

lunedì, 2 novembre 2009

Quando nasce un bambino, nasce anche una madre, e soprattutto nasce una nuova relazione d’amore, che era iniziata 9 mesi prima, e che si era alimentata durante tutta la gravidanza. Il feto e la madre danzano all’unisono per mesi, respirano insieme, mangiano insieme, dormono insieme, vivono le stesse sensazioni… Alla nascita, il cordone che li unisce è la prova che per mesi sono stati una cosa sola, ma anche quando essi vengono separati fisicamente, la loro unità continua ad esistere. Non c’è più il grembo materno, ma ci sono le braccia e il seno della mamma, il suo abbraccio, la sua voce, il suo odore familiare. Il bambino sa che è lì con la sua mamma, con il suo mondo intero. Appena nato, quando se la sente di aprire gli occhi e guardare colei che ha davanti, la conosce per la prima volta, ma già la riconosce. Madre e figlio si guardano, si annusano, si toccano, si sentono… È come se si conoscessero da sempre, ma si devono studiare… Tutte le fantasie della mamma scompaiono, lì davanti c’è il bambino reale, è proprio suo figlio, e non poteva essere diverso!

Le prime due ore dopo il parto sono di importanza fondamentale per la formazione del legame tra la mamma e il suo piccolo, perché è proprio in quel periodo che avvengono importanti cambiamenti fisici, emotivi e psicologici. Il bambino inizia ad adattarsi alla nuova vita, a nutrirsi al seno e a garantirsi così la sopravvivenza; la mamma riconosce il suo bambino, lo attacca al seno per sentirlo ancora unito a sé, per nutrirlo e per iniziare ad amarlo in modo totale.

Dietro a tutto ciò, ci sono alcuni importantissimi ormoni. L’ossitocina, al suo picco più alto mezz’ora dopo la nascita (se la madre viene lasciata tranquilla e in contatto pelle a pelle con il bambino) predispone all’allattamento, aumenta la temperatura corporea per tenere caldo il piccolo, e favorisce l’innamoramento tra i due. Inoltre, favorisce il distacco della placenta e riduce le perdite di sangue. L’adrenalina fa sì che l’immagine del bambino sia stampata per sempre nella mente della madre e favorisce l’imprinting; nel bambino succede la stessa cosa: in lui rimangono impressi in modo indelebile tutti gli stimoli che riceve in questo periodo critico. Le endorfine aumentano la sensazione di benessere, favoriscono il legame, e fanno sì che la madre ricordi con piacere l’esperienza del parto. La prolattina agisce sulla produzione del latte e sul comportamento di accudimento, stimolando l’istinto di protezione.

Con queste premesse, viene da chiedersi perché spesso questo periodo unico e irripetibile nella vita di ogni individuo venga sistematicamente disturbato, con molte ragioni mediche e non. Anche solo fare il bagnetto al neonato, in questi primi momenti, oltre a non essere necessario (si potrebbero aspettare ore o anche giorni!), è pericoloso perché espone il bambino a rischio di infezioni. Il bambino nasce sterile, ed è auspicabile che venga in contatto prima di tutto con i batteri della madre, per cui possiede gli anticorpi. La colonizzazione batterica (con i batteri della mamma!) è importante per la prevenzione delle infezioni intestinali, urinarie, della cute e delle mucose.

Insomma, le primissime ore successive al parto sono il periodo più sensibile per lo stabilirsi di un rapporto intimo e profondo, in cui la madre e il bambino si sintonizzano in un dialogo che inizia dal contatto corporeo e si sviluppa in un linguaggio unico e specifico.

Ogni madre, se il bambino è sano, ha diritto a tenerlo con sé, per tutto il tempo che servirà, per essere soddisfatti entrambi. Non c’è nessuna legge che indichi la necessità di una visita pediatrica precoce, e ai regolamenti interni degli ospedali si può scegliere di non aderire. Questo periodo così importante e così breve nella vita di tuo figlio e nella tua non tornerà mai, non permettere che vi venga tolto!